Mambo italiano

Angelo
(Luke Kirby)
e la sorella Anna
(Claudia Ferri)
sono i figli di una coppia di anziani emigrati
dall’Italia al Canada («l’America sbagliata»). Lei sfoga la
depressione succhiando dolcetti e passando da uno psichiatra all’altro; lui sa di
essere gay ma non ha il coraggio di dirlo ai suoi. Intanto lavora in un
call-center ma coltiva il sogno di scrivere soggetti televisivi, nel
ricordo della zia Jolanda
(Tara Nicodemo),
talento
artistico morta suicida a causa dell’oppressività familiare. Una tragedia?
Ma no, che diamine. Una commedia leggera leggera, condita con tutti gli
stereotipi sulla (tipica?) famiglia italiana di emigrati. Angelo
ritrova dopo anni il suo più caro amico dei tempi della scuola, l’atletico
poliziotto Nino
(Peter Miller),
lui pure – manco a
dirlo – di origini italiane. Sboccia l’amore ma Nino, quando la sua
relazione con Angelo diventa di pubblico dominio, si fa prendere dal panico
e, grazie agli uffici della madre (e di chi altro?), rapidamente
incontra, impalma e infine ingravida una connazionale in odor di zitellaggio.
Angelo nel frattempo fa ritorno fra le mura domestiche, riconciliandosi
con la mamma Maria
(Ginette Reno)
e il papà Gino
(Paul Sorvino,
padre di Mira, una lunga e onorata carriera
di caratterista di lusso, do you remember
Goodfellas?)
Vuoi
vedere che Angelo trova pure un altro amore e, finalmente accettato dalla
famiglia, centra anche il successo portando in scena la sua tragicomica
esistenza? Esatto.

La mamma che si chiama Maria e il papà Gino (però, che slancio.
Come mai non Giuseppe?) La sorella complessata che non riesce a uscire
di casa perchè non trova un uomo e non può lasciare sola a mammà.
Gli italiani che vanno tutti alla stessa scuola e si sposano solo tra
loro. I pianti e le urla, i ceffoni a tavola davanti al piatto di
spaghetti. L’omertà verso la comunità. La riconciliazione nel confessionale
di una chiesa… Certi film dovrebbero essere vietati nei Paesi ai
quali si riferiscono. No, dico davvero. Andate a chiedere a un greco se si
è divertito con
Il mio grosso grasso matrimonio greco.
Tutto
il mondo potrebbe ridere di questa per molti versi divertente commedia
sull’appiccicosità, sulla mammità, sulla velata mafiosità
dell’italianità. Ma noi no. E auguriamo di cuore a questo
Mambo
italiano

di avere successo. Ma fuori dai patri confini. Anche perchè il cast
regge bene il registro della commedia, l’ambientazione curiosamente
anni Cinquanta della Little-Italy canadese conferisce alla narrazione un
piacevole senso di straniamento al limite del grottesco e tutti quanti
fanno del loro meglio.

Ciò che proprio non si digerisce non è tanto il ricorso allo
stereotipo etnico. Fastidioso è il rimestare continuo nel già visto e già
sentito. Non v’è nulla di male a giocare con le pubbliche
virtù e i privati vizi dell’identità di un popolo. Ma non si può fare
senza essersi almeno sforzati un po’ di capire cosa c’è dietro. La
parodia va bene. La presa per il culo, no.

(enzo fragassi)

L’inventore di favole

Basato su una storia vera accaduta sul finire degli anni Novanta e raccontata dal giornalista di
Vanity Fair
Buzz Bissinger
in un articolo intitolato
Shattered Glass
(vetro infranto). Stephen Glass
(Hayden Christensen)
è il giovane e brillante redattore di una rivista di politica statunitense, la
New Republic,
famosa per essere sempre presente sull’Air Force One, l’aereo presidenziale. La sua carriera sembra avviata nella direzione migliore, quando l’editore del giornale
(Ted Kotcheff)
decide il siluramento del direttore Michael Kelly
(Hank Azaria),
mentore di Glass, e la sua sostituzione con il giovane Chuck Lane
(Peter Sarsgaard).
Tra il nuovo direttore e la giovane e rampante redazione non corre buon sangue, ma è proprio Lane a sentir suonare i primi campanelli d’allarme quando un sito Internet pubblica un articolo che «smonta» pezzo per pezzo un articolo di Glass, contenente la cronaca, come sempre brillante e (apparentemente) informatissima, su un
hacker
giovanissimo che sarebbe stato assoldato a suon di dollari dalla società informatica di cui aveva violato gli archivi. Lentamente ma inesorabilmente la verità viene alla luce: il giovane e brillante giornalista s’inventava i pezzi, approfittando delle «falle» del sistema che sovrintende la produzione delle notizie.

Apologo sulla professione giornalistica e sulla fragilità del sistema di verifica delle informazioni,
L’inventore di favole
affronta con piglio cronachistico uno dei temi più scottanti della società dell’informazione nella quale viviamo. Diciamo subito che non ne vaticiniamo un convinto successo di pubblico.
Bily Ray,
che firma regia e sceneggiatura, sembra molto preoccupato di riferire i fatti come realmente accaddero, dimenticando però di aggiungere
pathos
alla storia, concentrandosi unicamente sulla vicenda principale. Non proviamo neppure a fare qualche paragone con pellicole del passato che hanno affrontato – magari da altri punti di vista – lo stesso argomento. La storia c’è, è il film a mancare.

Non siamo affatto compiaciuti nel dare un giudizio così netto. Il tema sollevato è quanto mai attuale, anche se calato in un contesto distante dalla nostra esperienza. Basti osservare il dettaglio che – si apprende dal prologo del film – l’età media dei redattori di
New Republic
è di 26 anni. Da noi i loro coetanei si potrebbero considerare fortunati se fossero «abusivi», vale a dire collaboratori privi di diritti, spesso costretti a elemosinare un incarico senza alcuna certezza che esso sarà (mal) retribuito. Ma ne riparleremo quando un regista italiano ci farà sopra un film.

(enzo fragassi)