L’arte di arrangiarsi

Uno dei primi ritratti di orrendo italiano interpretati da Alberto Sordi. Se non fosse diretto da Zampa, che è sempre stato regista assai mediocre, sarebbe stato il precursore del filone più nero e feroce della commedia all’italiana. Rimane interessante, piuttosto, come unica occasione in cui Vitaliano Brancati (sceneggiatore e praticamente responsabile dei pregi del film) si cimenta con i mutamenti politici dell’Italia degli anni Cinquanta, proseguendo e riassumendo i precedenti
Anni difficili
e
Anni facili
. Poteva essere il più feroce dei tre, perché anziché assumere – come accadeva in quelli – la prospettiva della vittima (rispettivamente Umberto Spadaro e Nino Taranto), ruotava intorno a un personaggio opportunista e meschino. Invece si trasforma spesso in una sfilata di macchiette, anche se la cattiveria del progetto non sempre ne risulta smorzata.
(emiliano morreale)

L’uomo di paglia

Mentre la moglie è fuori città assieme al figlioletto, il quarantenne Andrea conosce quasi per caso Rita, una ragazza molto più giovane di lui. Tra i due nasce un tenero idillio che il ritorno della moglie di Andrea interrompe bruscamente. Ma la ragazza non sa rassegnarsi. Come già ne
Il ferroviere
del ’56, Germi è regista e interprete di un dramma intimista di notevole levatura.
(andrea tagliacozzo)

Giulietta degli spiriti

Non molti, all’epoca, colsero la assoluta centralità che in
Otto e mezzo
aveva il personaggio della moglie del protagonista, interpretata da Anouk Aimée. Un personaggio sfumato e non superficiale, una versione autoironica delle eroine dell’incomunicabilità di Antonioni. Da questo punto di vista, il successivo
Giulietta degli spiriti
può quasi sembrare quello che gli americani chiamano spin-off, un film che prende un personaggio secondario del film precedente e lo espande a protagonista. La scelta del punto di vista femminile già allora non parve convincente fino in fondo, eppure
Giulietta
è un film che migliora col tempo. Sarà perché è la prima volta che Fellini fa esplodere l’immaginario cattolico in direzione quasi horror (ci tornerà più volte, da
Toby Dammit
a
Roma
), tanto che in quegli anni il regista riminese ci pare più parente di Bava che di Antonioni; sarà perché il suo cinema non era mai stato così lussureggiante (
Giulietta
è uno dei suoi lavori più arditi sul colore). Rimane un film non risolto, sgradevolissimo, sincero e ossessivo.
(emiliano morreale)