Rogue – Il solitario

L’agente dell’ FBI Jack Crawford fa coppia fissa con il collega asiatico John Lone. Quest’ultimo, però, viene ucciso insieme con la sua famiglia da uno spietato e misterioso killer, detto Rogue il solitario. Jack comincia una caccia senza tregua all’assassino del suo amico, ma Rogue compare solo te anni dopo nel bel mezzo di una sanguinosa guerra di mafia tra i due boss Chang e Shiro. Quando si troverà faccia a faccia con il nemico, Crawford vedrà che niente è come sembra.

Carlito’s Way

Carlito Brigante esce di prigione e vorrebbe rifarsi una vita, ma il suo avvocato lo coinvolge nella vendetta contro un boss mafioso. Uno dei più bei De Palma di sempre, un film in cui il citazionismo (pur presentissimo) è lasciato decantare e in cui domina un sentimento amaro del destino, un’apologia del loser, un sontuoso senso di morte. Anche il più postmoderno dei registi degli anni Ottanta tende a una consistenza dolorosa, e segna la fine del manierismo di quel decennio. Pur impastato di cinema, Carlito’s Way è un film le cui preoccupazioni centrali non sono essenzialmente cinefile. E varrebbe la pena di vederlo solo per ammirare il duetto tra lo stoico Al Pacino e un irriconoscibile Sean Penn nei panni dell’ambiguo avvocato: affascinante, tragico, demoniaco. (emiliano morreale)

Lemony Snicket – Una serie di sfortunati eventi

Lo scrittore Lemony Snicket racconta la storia dei tre fratelli Baudelaire: Violet, la più grande, ha quattordici anni e possiede uno straordinario talento per le invenzioni; Klaus, il secondogenito, può dire a dodici anni di aver letto più libri di chiunque altro, accumulando una montagna di conoscenze; Sunny, infine, di un anno appena, si esprime tramite versi gutturali e ha la passione di mordere ogni cosa con i suoi aguzzi dentini da latte.

I tre conducono una vita tranquilla e molto agiata, fino al giorno in cui si trovano improvvisamente nella triste condizione di orfani, quando i genitori periscono nell’incendio della loro casa. Così, inizia la «serie di sfortunati eventi»: gli orfani Baudelaire iniziano un lungo peregrinare fra i parenti, nel tentativo di trovare un tutore affidabile.

Purtroppo, proprio colui che per primo si offre di ospitarli diverrà il loro peggior nemico. Infatti il conte Olaf, uno spiantato attorucolo maestro nell’arte del travestimento, è un personaggio tanto stravagante quanto diabolico, che non ha altre mire se non quella di ottenere la custodia dei ragazzi, per poi provocarne la morte in un «incidente» e dunque mettere le mani sull’enorme eredità dei Baudelaire. Per fortuna i ragazzi potranno contare sull’aiuto della zia Josephine e dello zio Monty, per togliersi dai guai e sfuggire alle insidie del perfido Olaf…

La pellicola è tratta dai primi tre libri della fortunatissima serie di
Lemony Snicket
, opera dell’autore newyorchese Daniel Handler e recentemente approdata nelle librerie italiane nell’edizione di Salani.

Il film è rispettoso delle atmosfere e dello spirito dei romanzi, di cui è magistralmente ricostruita l’ambientazione, in cui automobili e vestiti anni ’50 e tecnologia dall’aspetto retrò si uniscono ad architetture e ambientazioni da favola gotica. In effetti, visivamente, sembra di trovarsi di fronte a un incrocio tra una pellicola di Tim Burton (in particolare l’ultimo
Big Fish)
e una della serie
Harry Potter.

La sensazione di «già visto» tende forse a indisporre un po’ lo spettatore smaliziato ma questo
Una serie di sfortunati eventi
rimane un prodotto piacevole, divertente e piuttosto ben curato. Rispetto ai vari
Harry Potter
infatti,
Lemony Snicket
ha il grande vantaggio di non seguire troppo i binari del
politically correct
, e si può quindi permettere un alto tasso di godibilissimo
humour
nero. 

Ottima la scelta degli attori: a parte i tre ragazzini e l’istrionico Jim Carrey, che trova un personaggio che sembra cucito su misura per lui, con il suo infinito repertorio di smorfie cartoonesche, da segnalare anche una Meryl Streep molto divertente e azzeccata nei panni della paurosissima zia Josephine. Per i ragazzini che considerano le storie della Rowling roba da bambini, ma anche per tutti gli adulti che sanno ancora godere del piacere di una favola ben raccontata.
(michele serra)

Ubriaco d’amore

Il giovane Barry Egan è il proprietario di una piccolissima azienda. Barry è nevrotico, complessato e disperatamente solo, almeno sentimentalmente, anche se ossessionato da sette sorelle che non perdono occasione di deriderlo e d’intromettersi nella sua vita privata. Una sera, per combattere la solitudine, Barry decide di chiamare un telefono erotico. Per accedere al servizio è costretto a dare tutti i suoi dati, compresi nome, indirizzo e numero di carta di credito. Il giorno dopo, il giovane si ritrova perseguitato dalla telefonista del servizio erotico, decisa a ricattarlo per estorcergli del denaro. Nello stesso giorno, Barry incontra Lena, una collega di una delle sue sorelle, della quale s’innamora, ricambiato, a prima vista. Prima di tuffarsi in questa nuova avventura, che cambierà irrimediabilmente la sua vita, dovrà prima liberarsi della telefonista e del boss della ragazza che nel frattempo hanno ingaggiato quattro scagnozzi per terrorizzarlo.
Ubriaco d’amore
(dubbia traduzione dell’originale
Punch-Drunk Love)
è un film sperimentale mascherato da commedia romantica. Un film che attacca – letteralmente – i sensi dello spettatore, visivamente e acusticamente (magnifica la «rumorosa» colonna sonora di Jon Brion), in modo da calarlo nel contorto mondo del suo protagonista. La storia d’amore tra Barry e Lena sembra un’appendice leggera (ma non più di tanto…) a quella tra la drogata Melora Walters e il poliziotto John C. Reilly in
Magnolia,
precedente (e a dir poco straordinario) film di Paul Thomas Anderson. Il regista, reduce dall’inaudita complessità dei suoi ultimi due lavori (l’altro era il non meno memorabile
Boogie Nights),
con
Punch-Drunk Love
intendeva realizzare qualcosa di più semplice e meno impegnativo (un po’ come Scorsese ai tempi di
Re per una notte
e
Fuori orario,
arrivati dopo un trittico niente male come
Taxi Driver, New York, New York
e
Toro scatenato).
Una commedia, per giunta, scritta su misura per il comico di successo Adam Sandler. Ma l’approccio al materiale è comunque talmente originale e bizzarro da renderne la visione un’esperienza unica, sicuramente insolita. La macchina da presa sembra a volte muoversi in maniera apparentemente casuale (come nel caso del piano-sequenza, in realtà studiatissimo, della telefonata al servizio erotico) e quasi tutto il film è improntato a una libertà formale e concettuale in cui tutto e il contrario di tutto potrebbe accadere (e non è un caso che tra i film che Anderson ha mostrato ai suoi tecnici per far capire che tipo di pellicola voleva realizzare ci sia
Help!,
il musical con i Beatles diretto da Richard Lester). Non meno fondamentale per il film è la prova di Sandler, capace di conferire al personaggio di Barry un’intima, profonda complessità, con i suoi tic, gli sbalzi d’umore, gli improvvisi attacchi di collera. «Ho l’amore nella mia vita. Questo mi fa più forte di quanto tu possa immaginare», dice Barry al boss del servizio erotico Dean Trumbell che lo stava minacciando. L’essenza dell’amore secondo P.T. Anderson.
(andrea tagliacozzo)

Traffic

Un giudice d’assalto incaricato dalla Casa Bianca intende sgominare il traffico di droga tra gli Stati Uniti e il Messico, ma deve rassegnarsi a occuparsi dei risvolti privati della questione quando scopre che sua figlia è una tossicodipendente. Il referente messicano del giudice si rivela essere al soldo di una grossa organizzazione locale; la moglie di un uomo d’affari americano scopre che il benessere nel quale vive è il frutto del traffico di stupefacenti e fa di tutto pur di conservarlo. Con Steven Soderbergh, tornato alla ribalta grazie al successo di
Out of Sight
e
Erin Brockovich
, il problema è sempre lo stesso. È un cineasta senza personalità né stile, ma che – alla stregua di Oliver Stone – si impegna a fondo per ostentarne uno, o anche più di uno come accade in
Traffic
. La cosa, naturalmente, può dare ai nervi; ciò malgrado in questo film, assai meno gratuito de L’inglese, funziona a sufficienza la scelta di intrecciare tre e più storie, dando allo spettatore la costante impressione di smarrire la bussola. O meglio, funziona finché il meccanismo non si logora e non diventa ripetitivo e accademico. Visivamente, il film al quale
Traffic
assomiglia maggiormente è
JFK
del sunnominato Stone, poiché l’obiettivo è un po’ quello di restituire un quadro frammentato e formicolante di un traffico che non può essere debellato negli Stati Uniti per la semplice ragione che l’economia del Paese prolifera proprio grazie al commercio illecito.

Soderbergh esibisce un massimalismo stilistico abbastanza estetizzante, con ciascun ramo del racconto connotato da una visualizzazione adeguata e artificiosa (tutta la vicenda ambientata in Messico, per esempio, ha un taglio documentaristico, con largo impiego della macchina a mano e una dominante cromatica giallo-ocra). Tuttavia rivela un discreto spessore creativo l’idea di elaborare un tessuto narrativo e iconografico «meticciato» e multiculturale, al cui interno l’immagine del caos rimanda alla varietà di razze, stili di vita e condizioni sociali coesistenti, e dove il «traffico» stesso diventa metafora delle relazioni umane, da esso inevitabilmente condizionate. E le sequenze situate nel ghetto afroamericano, come già in
Out of Sight
, forniscono un contrappunto fortemente antagonista all’upper class infida, corrotta o anche solo benpensante e integerrima. Troppo lungo? Troppo sconclusionato? Troppa carne al fuoco? Prendere o lasciare, questo è Steven Soderbergh: il quale, sedotto dalle lusinghe hollywoodiane, avrebbe potuto anche fare di molto peggio.
(anton giulio mancino)

Poliziotto speciale

Baldwin è fuori parte nel ruolo di Bo Dietl, rinnegato detective del dipartimento di polizia di New York degli anni Ottanta, che in questo ritrito resoconto iper-drammatizzato delle sue eroiche imprese — basato sul suo “romanzo autobiografico” — resiste agli odiosi federali che gli stanno addosso perché tiri fuori dal buco il suo migliore amico d’infanzia, ora divenuto un boss della mafia. Violenza e turpiloquio senza fine sono l’unica differenza tra questo film e un comunissimo episodio di una serie poliziesca tv.

Pluto Nash

2087: Eddie Murphy è il proprietario di un night-club situato sulla Luna, in pericolo a causa di un boss della malavita che vuole trasformarlo in casinò. Costoso flop: paragonato a fiaschi storici come quelli di Howard the Duck e Ishtar, è stato il più grande fallimento al botteghino della carriera del comico afro-americano. Cammeo di Alec Baldwin.

Terapia d’urto

Dave Buznik (Adam Sandler), dopo un equivoco a bordo di un aereo, viene condannato da un giudice come soggetto troppo violento e irascibile e quindi costretto a seguire una terapia di gestione della rabbia, condotta dal dottor Buddy Rydell (Jack Nicholson). Dave non crede di essere un violento, ma piuttosto, al contrario, troppo mite e remissivo. La terapia del dottore, dal canto suo, è ciò che di meno ortodosso ci possa essere. In seguito a un altro malinteso, il giudice condanna Dave a vivere per un mese intero a stretto contatto, 24 ore su 24, con il dottor Rydell. La cura procede in maniera surreale, fino a quando… Commedia a tratti esilarante, con un Jack Nicholson in splendida forma ironica. Adam Sandler si dimostra ancora una volta versatile a ogni ruolo, con una netta propensione per quelli comici. Qualche comparsata eccellente, dall’ex sindaco di New York Rudolph Giuliani, all’ex campione di tennis John McEnroe, alla squadra di baseball degli Yankees, rendono il film ancora più sfizioso, anche se un finale davvero banale svilisce il tutto. Si tratta pur sempre di una commedia, scritta bene e con sprazzi di comicità assoluta, alternata a stantii doppi sensi. Comunque piacevole.
(andrea amato)