Magnificat

Secolo X dopo Cristo: alto medioevo. È la Settimana Santa e i riti della Passione sono in pieno svolgimento. Avati ci guida a seguire cinque vicende puramente medioevali, all’insegna della superstizione, il timore di Dio, l’ignoranza, la legge della prevaricazione. Un boia con un aiutante inesperto, una concubina che cerca di avere un figlio maschio, un frate che censisce i monaci deceduti, un re libertino in punto di morte, due giovani sposi che devono sottostare allo jus primae noctis. Da molti è considerato il miglior film di Pupi Avati e senza dubbio non è un’opinione fuorviante.

La sindrome di Stendhal

Tratto da un libro di Graziella Magherini. Anna, giovane detective affetta da sindrome di Stendhal, indaga su un serial killer stupratore. Lo scova e lo uccide, ma si immedesima nella sua personalità divenendo assassina a sua volta. Un thriller insipido e troppo dilatato nel minutaggio.

Il mistero di Oberwald

Statico adattamento cinematografico di una pièce di Cocteau, L’aquila a due teste. Una regina protegge un assassino incaricato di ucciderla e poi se ne innamora. Da ricordare per essere stato girato in video e poi trasferito su pellicola: gli esperimenti coloristici del regista sono interessanti, ma non alleviano la noia dell’intreccio. Antonioni aveva bisogno di un pretesto per un esperimento tecnico (il film è stato girato in video per intervenire elettronicamente sul colore, ed è stato quindi riversato in pellicola), ma se il testo è ridicolo e anacronistico, i giochi coi colori che dovrebbero esprimere l’interiorià dei personaggi sono stucchevoli e stancano presto.

Amorfù

Elena è una giovane psichiatra che sta completando la specializzazione sotto la supervisione del suo professore e mentore, Franco, direttore di una comunità di recupero per disadattati e
matti.
Qui la giovane donna si imbatte in Fausto, un estroso musicista, instabile ma con evidenti segni di normalità. Subito e istintivamente, Elena decide di aiutarlo. Ben presto Fausto diventa un paziente speciale per cui la donna si rende conto di provare sentimenti che vanno oltre il semplice rapporto psicoterapeuta-malato. I due, dopo la fuga del ragazzo dalla comunità, si trovano in breve a vivere insieme ma Fausto, finalmente libero, trova nella realtà di coppia una prigione assai più difficile da sopportare.

Quarto lungometraggio di Emanuela Piovano, questo
Amorfù
tocca temi cari alla giovane regista torinese: il disadattamento e la difficoltà dei
matti
a vivere nella cosiddetta normalità. La patologia contiene in sé diversi aspetti naturali e coloro che stanno ai margini della società, in realtà, non sono poi così malati. Questo il messaggio principale di un film nel quale il racconto di una storia d’amore tra una psichiatra e il suo paziente diventa il pretesto per confrontare due mondi non troppo distanti. Nessuno è realmente malato, e tutti lo sono. Di fatto la Piovano non propone nulla di nuovo sia dal punto di vista tematico che da quello strettamente cinematografico. Non mancano spunti di impatto emotivo (Fausto che gioca a fare l’equilibrista stagliandosi su un cielo terso), ma la sceneggiatura e, in parte, l’interpretazione dei protagonisti appaiono forzatamente irreali e, a tratti, snervanti. Il risultato è un’opera fatta di alti e bassi, che non riesce a rendere fino in fondo l’incomunicabilità tra i personaggi. Sonia Bergamasco, già protagonista de
La meglio gioventù
di Marco Tullio Giordana, conferma le sue capacità di interprete
istericamente drammatica,
tutta scatti e pianti improvvisi, cui ha abituato il pubblico. Nei panni di Elena tocca anche momenti di intensità emotiva ma senza convincere fino in fondo, probabilmente per la presenza al suo fianco di Ignazio Oliva. L’attore, già visto in
Io ballo da sola
di Bernardo Bertolucci, non trova nel ruolo di Fausto la giusta dimensione per rendere la patologia del suo personaggio. Tra grida isteriche, attacchi d’ansia e toni fin troppo sommessi, ritrae un
matto
che quasi nulla ha di convincente. Nel film, oltre al bravo Luigi Diberti, sono presenti i gradevoli cammei di Mita Medici, Barbara Mautino, Paolo De Vita e Bruno Gambarotta, nei panni degli altri pazienti della comunità. Né storia d’amore né ritratto di una patologia: l’intento della regista non è chiaro nemmeno quando in sala si riaccendono le luci.
(emilia de bartolomeis)

Il Trasformista

In un piccolo comune del torinese, un’alluvione porta alla luce un problema con i rifiuti tossici di una discarica. Augusto Viganò, proprietario di una birreria, è il leader di un piccolo gruppo locale di ambientalisti. Durante una manifestazione ferma il treno speciale con il ministro e appare in televisione. Un imprenditore senza scrupoli lo vede e decide di sponsorizzare la sua candidatura in parlamento, nelle liste del Polo. Viganò viene eletto e decide fermamente di portare avanti la sua battaglia politica ed ecologica, ma, appena giunto a Roma, rimane invischiato nel pantano dei giochi di palazzo. Il piemontese idealista verrà cambiato dal potere e dalla politica? Un buon film quello di Barbareschi, scritto bene e interpretato ancora meglio da tutto il cast. Molto divertenti e reali le rappresentazioni del generone romano, secondo cui la politica non si fa nell’Emiciclo di Montecitorio o in Senato, ma bensì nelle terrazze, nei salotti e nelle ville abusive di Sabaudia. Un Barbareschi attore che studia bene la psicologia del suo personaggio, «trasformandolo» durante il film. Per fortuna la pellicola evita di scadere nel buonismo più stucchevole, ma forse avrebbe potuto evitare di rimarcare il solito giudizio qualunquista, secondo cui «sono tutti uguali», a destra come a sinistra. Lo sappiamo, ma ormai è una banalità. (andrea amato)

Ultimo minuto

Walter Fabbroni è l’anziano mister di una squadra di calcio che non vince da tempo. Viene ingaggiato un nuovo presidente che licenzia Fabbroni. Il suo sostituto, però, ha risultati ancora peggiori e l’anziano allenatore viene richiamato. Nella partita decisiva del campionato un attaccante della squadra (amante della figlia di Fabbroni) accetta una mazzetta per pilotare la partita a sfavore della squadra, ma la partita viene vinta ugualmente grazie a un giovane che l’allenatore decide di far giocare. Un discreto film sul mondo del calcio e sulla rivincita di un uomo, dai consueti toni amari e malinconici di Avati.