Mio fratello è figlio unico

Accio (Elio Germano) è un ribelle e come tutti i ragazzi della sua età e della sua epoca non conosce le mezze misure. La sua famiglia vive a Latina e, nonostante viva davanti alla tv gli eventi a cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta, la sua voglia di emulazione è irrefrenabile. Diventa un picchiatore fascista e, di conseguenza, la pecora nera della famiglia: suo padre operaio e suo fratello maggiore (Riccardo Scamarcio) stanno dall’altra parte, dalla parte dei comunisti. Accio cresce a suon di botte e in continuo litigio con il fratello. Deluso dai suoi compagni di partito, si converte e passa dall’altra parte, proprio quando suo fratello partecipa all’assassinio del direttore di una fabbrica. I due sono costretti a separarsi e partono entrambi per il Nord. Due anni dopo si ritrovano a Milano ma il fratello muore per mano della polizia.

I giorni dell’abbandono

Olga (Margherita Buy), donna ancora giovane e soddisfatta di sé viene improvvisamente lasciata dal marito, Mario (Luca Zingaretti). Di colpo la sua vita protetta e scorrevole si sfalda. Il tormento si porta via giornate e poi mesi senza che la donna riesca a elaborare una via d’uscita. La sua stessa vita privata si destruttura, il rapporto con i figli si irrigidisce, il lavoro scivola via. La scoperta dell’identità della giovane amante di Mario sarà solo un passaggio del suo confuso percorso. Che toccherà anche la porta di un vicino di casa (Goran Bregovic), musicista di buoni e timidi sentimenti, forse troppo inconsistenti per Olga.

Il romanzo di Elena Ferrante, da cui è tratta la pellicola, non ammette scuse. Non per il lettore, che per seguire il racconto ha l’unica possibilità di arrotolarsi nei pensieri alterati e cupi della protagonista, abbandonandosi alle spirali della sua psiche ferita. Non per il regista, che volendo affrontare un romanzo di pensieri e atmosfere così rarefatte, sa di porsi un compito rischioso come pochi. L’astrazione della parola che può attingere all’astrazione del pensiero, in confronto con la concretezza e l’obiettività rappresentativa della macchina da presa. Roberto Faenza, autore di regia e sceneggiatura si è trovato alle radici di questo conflitto espressivo.

La sceneggiatura frequenta il romanzo in maniera abbastanza fedele, pur operando inevitabili selezioni. Scene e dialoghi sono spesso riportati in modo accurato, ma la scioltezza stilistica e la densità delle immagini create da Elena Ferrante non possono essere inseguite da Faenza, che si ritrova spesso nudo nell’evocazione di certe atmosfere. Così a tratti la sceneggiatura suscita una comicità involontaria. Qua e là Faenza cerca di rivendicare il ruolo proprio e del cinema, attraverso soluzioni visive brillanti, talvolta efficaci. Ma è un terreno diverso da quello sottile e scivoloso dei pensieri e delle emozioni ferite della protagonista, che sono l’architrave del romanzo. E similmente Faenza cambia gioco quando alleggerisce il tono con tocchi di voluta comicità. Anche qui il regista si scosta dallo stile senza tregua della Ferrante. Forse la chiave, constatata l’impossibilità di seguire il romanzo sul suo terreno, sarebbe stata quella di scegliere fin dal concepimento un taglio interpretativo più netto, al limite più coraggioso.

Margherita Buy è comunque efficace in un ruolo spinoso e riesce spesso a superare le difficoltà che la sceneggiatura le pone. Una donna normale che improvvisamente diventa controversa protagonista di una quotidiana e tragica storia. Tutto lo spaesamento possibile all’interno di un racconto di formazione, o piuttosto di deformazione. Il coinvolgimento emotivo che scaturisce dal personaggio le deve molto. Anche Zingaretti colora bene il suo personaggio: un uomo mediocre, di particolare insipienza morale. Né l’incompiutezza del film va addebitata alla svagatezza romantica e troppo fragile di Bregovic o allo spaesamento (anche interpretativo?) di Gaia Bermani Amaral. C’è poco di recitativo o di tecnico cui addebitare le perplessità su questo film.

Forse si è semplicemente osato troppo. Il romanzo di Elena Ferrante può essere discusso, ma tocca corde della sensibilità femminile – e non solo – che non è frequente vedere restituite in modo così acuto e intenso. Faenza deve appoggiarsi alle parole del romanzo, che sono infatti spesso riprese dalla voce narrante nel corso del film. Ma non basta. Non tutto è traducibile, sempre. Allora forse, anziché mimarne la poesia si sarebbe potuto provare a raccontarlo in prosa, attraverso un’altra chiave di lettura, o almeno un’altra visuale. O troppo o troppo poco. Ma poche volte come in questo caso la misura giusta era proprio quella del romanzo.
(stefano plateo)

Alla luce del sole

1990: in una Palermo mediorientale e antelucana, alcuni ragazzini mettono dei gatti nelle gabbie di cani famelici che più tardi combatteranno per le scommesse clandestine. Quegli stessi ragazzini getteranno da un palazzo il cane perdente. Con questo antefatto di violenza e sadismo infantili Roberto Faenza apre il suo film su don Puglisi, il prete-martire assassinato dalla mafia il 15 settembre 1993 a Brancaccio. I primi cinque minuti mostrano già le due anime di tutto il film: il degrado del quartiere – l’unico di Palermo in cui non esiste una scuola media, che ha la più alta densità mafiosa, terra di nessuno dove regna solo l’ordine delle cosche – e dei suoi figli che vivono in strada, molti con i genitori in galera o le madri prostitute, spesso lavorando per i boss.

In questa realtà, in queste strade senza fogne, dove gli uomini si dividono in chi cammina a testa alta (gli uomini d’onore) e chi cammina a testa bassa, arriva don Pino Puglisi (Luca Zingaretti) «per insegnare alla gente onesta a camminare a testa alta». E per farlo sceglie di partire dai ragazzi, che giocano a calcio per la strada, a sei anni rubano autoradio col coltello e a dieci vengono arrestati. Per loro sistema il campetto della parrocchia, con tre suore e un diacono mette su un centro dove far giocare i bimbi, organizzare feste e insegnargli che un’altra vita è possibile. Con gli adulti (la metà oscura del mondo che ci rappresenta Faenza), assuefatti alla viltà e alla corruzione, il dialogo è quasi impossibile, perché don Pino chiede agli amministratori spazi e non inerzia, combatte il potere dei mafiosi sulle menti spingendo i giovani a pensare con la loro testa. Inevitabili le minacce e l’annunciato (dallo stesso regista) copione della sua fine.

Faenza si è documentato a lungo per scrivere la sceneggiatura, cui hanno collaborato suor Carolina Iavazzo e Gregorio Porcaro (la suora e il diacono che affiancarono don Puglisi in quegli anni), eppure non ha saputo evitare né le trappole della retorica denunziataria né quelle di una certa iconografia stereotipata dei film sulla mafia (quando smetteranno i registi italiani di rappresentare i padrini come boss sudamericani con tanto di macchinoni e donnine? Ma non hanno visto le facce di Riina e Brusca?). Anche l’idea di puntare sui bambini (usati con eccesso di furberia per strappare troppo facilmente la risata o la lacrima) risulta fallimentare se lo scopo era quello di tratteggiare un prete scomodo ed «eversivo» perché sapeva dove andare a colpire. Grazie all’interpretazione profondamente umana di Zingaretti, don Puglisi non appare solo come un parroco di borgata armato di buoni propositi e tenace bontà. Peccato non emerga il don Puglisi colto, che faceva corsi di alfabetizzazione per adulti, peccato non si dia giusto risalto agli sforzi per comprare il suo centro d’accoglienza, alle battaglie quotidiane per le tante legalità negate – né bastano, in tal senso, una sequenza in cui prostitute e ragazze madri vengono istruite sui diritti sanitari, o la solita macchietta del politico corrotto.

Forse, meno scene commoventi di ragazzi e più squarci di vita vissuta avrebbero conferito maggiore spessore e drammaticità a un film che ha i suoi momenti migliori nella rappresentazione dell’intimità dell’uomo Puglisi, solo con le sue paure, o in quella del degrado delle strade, immagini che dicono più di ogni proclama. Forse una carrellata odierna per quelle strade irredimibili (come diceva Sciascia), anziché il finale imperdonabilmente consolatorio, avrebbe reso più giustizia all’ingiustizia della memoria. O forse anche Faenza, come altri, è incappato in un problema insolubile per un certo cinema: la grandezza degli umili nella loro quotidiana straordinarietà è irrappresentabile.

In contemporanea con l’uscita del film, Gremese editore pubblica il libro omonimo, che contiene interventi di Vincenzo Consolo e del giornalista Francesco Deliziosi, il maggior biografo di Puglisi.
(salvatore vitellino)

Tutte le donne della mia vita

Davide (Luca Zingaretti), chef di fama internazionale, viene licenziato perché ha una relazione amorosa con la moglie del proprietario del ristorante presso il quale lavora. Trovandosi improvvisamente gettato in mezzo a una strada, insieme con l’affiatato gruppo di collaboratori che lo assistevano, contatta una per una tutte le donne che hanno contato nella sua vita, in cerca di aiuto. Riceve però accoglienze poco entusiastiche e perciò decide di ritirarsi sull’isola di Stromboli per riflettere, nella casa che l’aveva visto crescere. Sul traghetto che lo conduce all’isola incontra però Stella Marina, la figlia 18enne del barman di bordo, suo buon amico da molto tempo. E la vicenda prende una piega totalmente inaspettata…

Sanguepazzo

Osvaldo Valenti e Luisa Ferida sono stati due divi del cinema del Ventennio, incarnando quasi sempre personaggi ribaldi e negativi. Anche la loro vita privata era dominata dal disordine; entrambi cocainomani e, si diceva, sessualmente promiscui. Consegnatisi ai partigiani pochi giorni prima della Liberazione, i due negarono ogni coinvolgimento con il regime. Valenti giustificò i suoi traffici con il bisogno continuo di stupefacenti, sminuì le presunte malefatte attribuendole alla diffamazione e all’invidia. Il Comitato di Liberazione pretese una punizione esemplare e i due attori vennero trovati cadaveri alla periferia di Milano il 30 aprile 1945.

Il figlio più piccolo

Un imprenditore truffaldino, mosso dal suo attaccamento al denaro, porta la sua holding verso il fallimento. Nel tentativo di salvare il salvabile, segue il consiglio del suo disonesto commercialista intestando al figlio la proprietà delle società in pericolo.

Avati vorrebbe sferzare l’Italia della corruzione e dei “furbetti” alla Ricucci, e al tempostesso riflettere su ciò che resta della famiglia in una società dominata dal culto del denaro. Ma tutti i personaggi sono caricature sopra le righe, privi di agganci con la realtà: il padre mostruosamente cinico, la madre ex-sessantottina suonata, e soprattutto lo sprovveduto Baldo, ennesima incarnazione del ‘fanciullino’ inetto alla vita tanto cara al regista. Molta pubblicità per l’esordio di De Sica in un ruolo drammatico: non strafà, ma è mal servito da una sceneggiatura sbrigativa e piena di buchi.