Quei bravi ragazzi

Un decennio di storia di mafia italoamericana raccontato «dal di dentro», con uno stile vertiginoso al limite dello sconcerto, capace di trasmettere la vertigine dell’accumulo, del potere e infine della droga. Voce off, Liotta protagonista e Pesci e De Niro comprimari (guardate quest’ultimo che fa la «spalla» senza farsi notare, e capirete cos’è un grande attore). Un mirabile studio di antropologia, un saggio di cinema perfetto in ogni sua componente (la scelta delle canzoni, per dirne una). Ma anche un film di somma ambiguità, che si sottrae al fascino incombente di personaggi terribili dapprima assumendo – sia pur brevemente – un punto di vista femminile (la moglie di Liotta), e poi sfociando in una presa di coscienza da cinema hollywoodiano d’altri tempi, che corrisponde a quella del vero mafioso a cui Scorsese e il co-sceneggiatore Nick Pileggi fanno riferimento. Uno dei capolavori di Scorsese, uno dei grandi film degli anni Novanta. (emiliano morreale)

I ragazzi della mia vita

«Un giorno può farti cambiare la vita in meglio, un altro rovinartela. La nostra intera esistenza si riduce a quattro o cinque giorni importanti in grado di determinare tutto». Questa la frase cardine del film
I ragazzi della mia vita,
che racconta la vita della scrittrice Beverly Donofrio. Bev (Drew Barrymore) vive a Wallingford nel Connecticut, papà poliziotto e mamma casalinga. A 15 anni rimane incinta di un poco di buono innamoratissimo di lei. Decide di sposarsi e di sacrificare, momentaneamente, il suo sogno: andare al college a New York e diventare scrittrice. Il matrimonio naufraga a causa della tossicodipendenza del marito e Beverly deve crescere da sola suo figlio Jason. Riuscirà a realizzare il suo sogno? Ovviamente sì, visto che si racconta la vita della scrittrice Beverly Donofrio. Ma a che prezzo? Soggetto molto interessante, non sempre sostenuto da una sceneggiatura convincente. Chi invece convince molto è la bravissima Drew Barrymore, sempre più padrona della scena e dei suoi mezzi talentuosi. Una storia di sogni infranti contro lo squallore della vita di una periferia alla periferia d’America, lottando per se stessi e per chi si ama. Magari non sempre in maniera ortodossa.
(andrea amato)

Ehi… ci stai?

Jack, un ragazzo che si guadagna da vivere insegnando il baseball ai bambini di una scuola, s’innamora di Randy, una giovane con una disastrosa vita familiare: il padre della ragazza, dedito all’alcool, è indebitato fino al collo con un boss mafioso. Prodotto fin troppo leggerino, tenuto in piedi dalla simpatia dei due protagonisti. Molly Ringwald è stata lanciata dal regista John Hughes che l’ha voluta come protagonista in
Sixteen Candles
e a
Breakfast Club.
(andrea tagliacozzo)

Cowgirl – Il nuovo sesso

La trasposizione del datato romanzo di Tim Robbins, la cui protagonista è un’autostoppista dagli abnormi pollici, si piazza tra i peggiori film del decennio: non basta il peyote di tutta l’America del Sud-Ovest per rendere comprensibili, o anche solo sopportabili, le sequenze del ranch gestito da sole donne. Rimaneggiato dal regista dopo le reazioni ostili ricevute al Toronto Film Festival, è uscito in ritardo rispetto al previsto 1993. Unica nota positiva: la colonna sonora. William S. Burroughs fa una breve comparsa nelle prime scene, sulle strade di New York.

Mato Grosso

L’industria farmaceutica che finanzia nella foresta amazzonica le ricerche del dottor Robert Campbell invia sul luogo una giovane dottoressa del proprio staff per verificare i progressi dello scienziato. La donna apprende così che il collega ha scoperto un medicinale in grado di guarire il tumore, anche se, malgrado diversi tentativi, non riesce a ripeterne la formula. Prova parzialmente deludente del regista di
Trappola di cristallo
, John McTiernan, salvata solo in parte dalla solida performance di Sean Connery.
(andrea tagliacozzo)

Un complicato intrigo di donne, vicoli e delitti

Complesso resoconto — con traffico di stupefacenti, omicidi e gambizzazioni — delle peripezie dell’ex prostituta Molina. Impegnato il ritratto dei ragazzini usati e abusati per spacciare droga. Nel complesso è migliore delle opere successive della regista, ma rimane diverse miglia al di sotto delle perle degli anni Settanta.

4 pazzi in libertà

Un giovane psichiatra riceve il permesso di portare quattro malati di mente a New York per assistere a una partita di baseball. Il medico, separatosi momentaneamente dal gruppo, è testimone oculare di un omicidio. Ridotto in brutte condizioni dai responsabili, l’uomo viene ricoverato in ospedale, mentre i quattro, rimasti senza accompagnatore, vagano per la città alla ricerca dello psichiatra. Una commedia senza impennate, ma non priva di momenti divertenti, soprattutto per merito dell’ottimo cast.
(andrea tagliacozzo)