Quel pazzo venerdì – Freaky Friday

Remake divertente e pompato della commedia Disney del 1977 (Tutto accadde un venerdì) su una madre stressata e la figlia adolescente, che magicamente si scambiano i corpi e devono in qualche modo vedersela con la loro nuova identità. Si ride, con le performance eccellenti della Curtis e della Lohan nei panni della coppia “confusa”.

Mean Girls

Cady Heron (Lindsay Lohan), cresciuta in Africa, va ad abitare in una cittadina alle porte di Chicago e inizia a frequantare il liceo locale. Subito si rende conto di quanto può essere difficile la vita a scuola per l’ultima arrivata. Se poi si ha la sventura di innamorarsi dell’ex fidanzato della ragazza più popolare della scuola, Regina George (Rachel McAdams), detta anche l’Ape Regina, bisogna essere pronte a sfoderare gli artigli.

Radio America

A ottantuno anni Robert Altman gira uno dei suoi film più belli, accorati e nostalgici. E se la carica vitale e satirica che nel 1975 riversava in quell’altro suo capolavoro, Nashville, che a questo rimanda, si è smussata con gli anni, il regista ha saputo compensarla con un sapiente dosaggio di umorismo rivestito di un’ affettuosa, tenera e un po’ lugubre malinconia.
La storia è stata scritta da Garrison Keilor, ideatore e presentatore di un celebre programma radiofonico, A Prairie Home Companion, che negli Stati Uniti viene trasmesso da oltre trent’anni e viene seguito ogni settimana da oltre quattro milioni di ascoltatori. Altman e Keilor, che nel film recita se stesso, hanno immaginato l’ultima serata del fortunato radioshow, prevedendo l’estinzione di un genere sotto i duri colpi del mercato dominato dalla televisione. Trasmesso da una cittadina del Minnesota, St. Paul, nell’amato Midwest del regista, dentro il Fitzgerald Theatre (Scott Fitzgerald è nato proprio a St. Paul), quasi un reperto arcaico degli anni Trenta, lo show vive la sua ultima serata in un’atmosfera di schizofrenica e patetica sopravvivenza, come in certe pièce d’antan di Tennessee Williams.
D’altra parte, tutto, nel film, è d’altri tempi, dichiaratamente, spudoratamente nostalgico, a partire dalle cantanti country alle barzellette grasse dei cowboy singer, ai vetusti messaggi pubblicitari. Sfilano davanti al microfono, applauditi in sala da un pubblico fedele, personaggi teneri e scombinati, superstiti di un modo di fare spettacolo che in Italia a suo tempo solo il grande Fellini seppe glorificare. È la stessa tenera crudeltà, lo stesso sguardo incantato che unisce da distanze siderali il regista italiano e Altman. Il quale imbastisce la sua elegia, racchiusa dentro due inquadrature alla Hopper, come un affresco corale, ricco di musica country e di numeri a parte, alternando il palcoscenico con il dietro le quinte, nell’ultima sera in cui tutto accade, nell’attesa dei «tagliatori di teste» che trasformeranno il teatro in un parcheggio, e nell’illusione dei suoi protagonisti che tutto possa andare avanti come se il mondo non cambiasse, quasi a voler fermare la morte.
Che invece puntualmente arriva, nelle vesti di una bionda chandleriana (Virginia Madsen) a significare l’angelo che annuncia, conforta e traghetta, e a dare alla vicenda una tornure da ghost-story, tra Renè Clair e Frank Capra, ma anche un po’ per celia e un po’ per non morire, per omaggiare anche il cinema di un’epoca, oltre al varietà e alla musica. Nessun regista sa muovere la macchina da presa come Altman, animare di mille sfumature le scene, dar corpo in poche sequenze a una vicenda e a un personaggio. Certo ci vuole anche la meravigliosa galleria di interpreti a suo servizio: da uno straordinario Kevin Kline nel ruolo di Guy Noir, addetto alla sicurezza del teatro, a Tommy Lee Jones in quello del gelido manager incaricato di chiuderlo, dalle meravigliose Meryl Streep e Lily Tomlin nelle parti di due sorelle residuo di un gruppo country di quattro a Woody Harrelson e John C. Reilly in quelle dei due sboccati cowboy singer. Insomma, si ride e ci si commuove in questo tardo grande Altman, che canta la sua America e la sua cultura popolare, come un mondo chiuso, una civiltà finita nel retaggio dei ricordi, come le creature smarrite e perdute che ne animarono quegli ultimi giorni. (piero gelli)

Bobby

Il 4 giugno 1968 all’Ambassador Hotel di Los Angeles c’è una trepidante attesa per l’arrivo del senatore Robert Kennedy, il probabile futuro presidente degli Stati Uniti. La vita delle persone dell’albergo è condizionata dall’evento. I preparativi degli addetti, i clienti, gli attivisti del Partito Democratico, gli invitati, i giornalisti: tutto ruota attorno al discorso che si terrà quella notte, pronunciato il quale Kennedy verrà ucciso. 

Herbie – Il Super Maggiolino

Herbie, il maggiolino numero 53, ha smesso da tempo di vincere gran premi ed è finito nel mirino degli sfasciacarrozze che tentano in tutti i modi di «cannibalizare» le sue parti meccaniche per poi riciclarle come pezzi di ricambio. Destinato a diventare una sottiletta di metallo arrugginito, viene salvato dalla bella Maggie. Quest’ultima ha appena finito il liceo e suo padre, l’ex pilota Ray Payton Senior, vuole festeggiare il diploma della figlia regalandole un’automobile. La scelta della giovane cade sul vecchio maggiolino, che riesce a strappare dal demolitore di turno per pochi dollari. Appena salita sull’automobile scopre, grazie a un messaggio contenuto nel portaoggetti, che il mezzo «si chiama» Herbie e, oltre a un nome, sembra possedere anche una personalità. Grazie alla collaborazione dell’amico del cuore, abile meccanico, Maggie e Herbie riusciranno a gareggiare alla Mille Miglia di Indianapolis.

La Disney dà un seguito a
Un maggiolino tutto matto
, classico del 1969 poi fortunato protagonista di film per la tv e il cinema tra gli anni ’70 e ’80. Pur potendo contare su una produzione assai dispendiosa, il film non convince come il suo predecessore
…tutto matto
risultando addirittura noioso in alcuni punti. Le evoluzioni e il carisma inconfondibile del mitico maggiolino non sfigurano ma non riescono a entusiasmare, risultando troppo scontate e dando l’impressione del «già visto».  

In effetti Herbie fa l’occhiolino a pellicole da box office come

Days Of Thunder
con Tom Cruise e
2 Fast 2 Furious
(anch’esso prodotto da Michael Fottrell) e riesce addirittura a scimmiottare una manovra vista in

Top Gun,
che è tutto tranne che una pellicola sul mondo delle automobili. Ma non è il maggiolino il problema di questo sequel. Sono i suoi protagonisti umani che mancano completamente di spessore. Maggie (Lindsay Lohan) non riesce mai a emergere risultando carismatica quanto una stellina di
Beverly Hills: 90210
, suo fratello Ray Junior (Breckin Meyer) è inclassificabile sia per la propria incapacità al volante che per quella di fronte alla macchina da presa. Il padre, infine (Michel Keaton), è così anonimo che il suo personaggio avrebbe potuto tranquillamente essere eliminato dal copione. L’unico che si salva è Matt Dillon, che nel film interpreta Trip Murphy, lo spietato campione in carica. Nonostante il suo sia un personaggio-fotocopia, Dillon riesce con bravura a caratterizzare il suo ruolo, rendendolo a tratti credibile e divertente ed esasperando la sua ossessione nel distruggere Herbie.

Questa nuova riproposizione, in definitava, ribalta completamente lo stile del primo
Herbie
, trasformando un divertente film per bambini in un polpettone di azione e buoni sentimenti da telefilm.
(mario vanni degli onesti)

Il nome del mio assassino

Aubrey è un’adolescente amante della musica e della scrittura che vive insieme ai genitori. Un giorno viene rapita e torturata da un serial killer. Riuscita a sfuggire dalle grinfie del maniaco, la giovane viene ritrovata ai bordi di una strada e portata in ospedale. Una volta sveglia, la ragazza dice di chiamarsi Dakota e non riconosce nessuno. Tutti pensano soffra di stress post-traumatico, ma se invece avesse ragione, significherebbe che Aubrey è ancora nelle mani del serial killer…