Al di là del bene e del male

Liberamente ispirato alla realtà storica. È la storia di un ménage a tre tra Lou Von Salomé, il filosofo Friedrich Nietzsche e Paul Rée. Le cose vanno nel modo peggiore e Nietzsche impazzisce, mentre Rée trova la morte per mano di alcuni teppisti. Pellicola molto densa e a tratti pretenziosa, con momenti decisamente poco riusciti.

Il portiere di notte

A Vienna, negli anni Cinquanta, un ex ufficiale nazista, ossessionato dai terribili ricordi del recente passato, è impiegato in un albergo della città come portiere di notte. Nello stesso hotel capita una donna ebrea, a suo tempo vittima dei campi di sterminio e ora sposata a un direttore d’orchestra, che lo riconosce. Il film che impose la Cavani all’attenzione del pubblico internazionale, ambizioso (le influenze, letterarie e cinematografiche, si sprecano) ma non completamente riuscito. In definitiva, più noto per lo scandalo che sollevò all’epoca piuttosto che per i suoi meriti artistici. Ma Dirk Bogarde, negli ingrati panni dell’ex carnefice, come al solito fornisce una prestazione maiuscola. (andrea tagliacozzo)

I cannibali

Riadattamento moderno del mito di Antigone. Il Potere, in seguito alla repressione di una sommossa, ordina che i morti nei disordini non vengano seppelliti. Antigone, con l’aiuto di Tiresia, trasgredisce e dà sepoltura al fratello deceduto. I due, scoperti, vengono giustiziati. Altri giovani, però, prendono esempio dai due che si sono ribellati per continuare la loro opera di contestazione. Film poco convincente, ma in linea con l’impegno politico dell’epoca.

Milarepa

Ispirato dall’omonimo libro nepalese del secolo XII, sulla vita del grande yogi Milarepa. Uno studente di oggi si identifica col vecchio maestro spirituale tibetano e segue un percorso spirituale che lo porta alla saggezza. Una pellicola che esplora la religiosità orientale e che ebbe commenti entusiastici da parte di Pasolini.

Dove siete? Io sono qui

La storia di un ragazzo e una ragazza sordomuti, di diversa estrazione sociale, ma innamorati l’uno dell’altra. Un film molto riuscito nei suoi momenti narrativi, in cui la Cavani adotta un registro semplice e diretto. Più sconclusionate le frazioni oniriche, intrise di simbologia.

Interno berlinese

Pellicola davvero malriuscita, recitata in inglese da attori provenienti da tutta Europa: la trama, tratta da un romanzo di Junichiro Tanizaki (La croce buddista), è incentrata sull’amore lesbico tra la Landgrebe e la figlia dell’ambasciatore giapponese Takaki, nella Germania nazista. Il film è senz’anima, e non riesce neppure a essere sexy nonostante la presenza della splendida Landgrebe, già protagonista della Donna in fiamme.

Francesco

Risibile e inetto dramma storico, con un Rourke fuori parte che bofonchia nel ruolo di Francesco d’Assisi (!), il figlio di un ricco mercante italiano che passa attraverso una rinascita spirituale. La narrazione è spesso confusa, la regia è sciatta e il risultato è una vera noia.

Il gioco di Ripley

Il perfido Tom Ripley (John Malkovich) mette a segno un colpo da svariati di milioni di dollari con falsi disegni rinascimentali. Con il gruzzolo in tasca si trasferisce in Veneto in una splendida villa palladiana con la moglie musicista, Luisa (Chiara Caselli). Dopo alcuni anni riceve la visita di un furfante di cui si era servito per il colpo dei quadri. L’uomo ha bisogno di aiuto, gli serve un killer insospettabile per uccidere un mafioso russo a Berlino. Ripley decide di coinvolgere in un gioco drammatico un corniciaio inglese, malato terminale di leucemia, suo vicino di casa, che a una festa lo aveva apostrofato come un americano ricco e cafone. Il gioco, però, perde il controllo e lo stesso Ripley ne viene coinvolto. Brutto, brutto, brutto. Nulla a che vedere con la «cartolina from Italy» di Anthony Minghella del primo episodio (1999) della saga cinematografica del Ripley di Patricia Highsmith, che comunque era articolato e accattivante. Questa volta non c’è il faccione inespressivo di Matt Damon, ma un grande John Malkovich, che comunque sembra gigioneggiare troppo nel suo ruolo. Probabilmente non è colpa della Cavani, ma del libro da cui è tratto il film, certo che non si è fatto nulla per migiorarlo in fase di stesura della sceneggiatura. Prevedibile, scontato, banale e grossolano. (andrea amato)