Il velo dipinto

Nella Londra di inizio secolo la giovane Kitty subisce le pressioni della sua famiglia borghese e accetta di sposare Walter Fane, un batteriologo conosciuto da poco, con la speranza di emanciparsi. Trasferitasi a Shanghai al seguito del marito, diventa l’amante di un diplomatico ma la loro relazione viene scoperta e bruscamente interrotta. Sarà costretta ad abbandonare la città per evitare lo scandalo e finirà assieme al medico nella profonda provincia cinese dove infuria il colera. Le difficoltà e le incomprensioni fra i due provocheranno uno scontro che cambierà le loro vite e li porterà a conoscersi e a scoprire l’amore. Tratto dall’omonimo romanzo di William Somerset Maugham.

La recensione

Ci sono opere dinnanzi alle quali ci si trova un po’ confusi, perché si stenta a coglierne il senso. Il credito accumulato dagli autori e dagli attori de
Il velo dipinto
è però così notevole da im

Twilight

Newman, per fare un favore a un suo vecchio amico (Hackman) si ritrova implicato fino al collo in una storia di omicidio e complotto, quando gli scheletri escono dall’armadio. Storia investigazione privata in vecchio stile, ambientata a Los Angeles. Newman è in ottima forma, circondato da un bel cast, ma il film non ha lampi né slancio e neppure un punto di vista originale. Benton ha co-sceneggiato con Richard Russo, ma non c’è confronto con La vita a modo mio, la loro precedente collaborazione (sempre con Newman).

Scream 3

Anche stavolta Sydney Prescott è perseguitata dal maniaco omicida mascherato, che si accanisce anche con il cast del film in produzione «Stab 3», ispirato ai delitti di cui è stata protagonista. Non mancano all’appello l’ex agente di polizia Linus e la giornalista Gale Weathers, sempre a caccia di scoop, mentre il bandolo della matassa è l’oscuro passato della defunta madre della protagonista. Scream 3 è superfluo esattamente come Scream 2 : sia l’uno che l’altro, oltre a non poter fisiologicamente competere con il primo film, non cercano affatto di approfondirlo, né di sviluppare nuovi percorsi di ricerca. Sono, come di consueto, tentativi di sfruttare e riciclare una formula rivelatasi efficace. Quando però di mezzo c’è Wes Craven, il più versatile e moderno esponente dell’ormai tramontato new horror americano, è inevitabile che i risultati si mantengano comunque buoni. Nonostante i molti limiti, Scream 3 è un film dignitoso e intelligente: una via di mezzo tra il primo Scream e Helzapoppin’ . Forse anche troppo intelligente e compiaciuto, visto che gioca parecchio a prendere in contropiede lo spettatore erudito, rendendo esplicita qualsiasi suggestione di tipo metalinguistico. Ma non era certo il metacinema alla base della meritata fama del primo Scream . Scream 3 , come già Scream 2 , tenta di far progredire il discorso puntando sulle interazioni tra la realtà e le degenerazioni della società-spettacolo, dove il crimine e le tragedie personali fanno audience diventando così saghe cinematografiche. Quel che dovrebbe contare maggiormente in questo (speriamo) ultimo capitolo della serie è la pura suspense, cui si aggiunge una banale sfida decodificatoria concentrata non già sulle regole del sequel (come in Scream 2 ), ma sulla recente voga «del terzo capitolo»: Guerre stellari , Il padrino e, ovviamente, Scream 3 . Questa lettura su più piani spinge ancora una volta Craven a interferire con il livello elementare del racconto e a fare del suo meglio per confondere lo spettatore, fornendogli simultaneamente più piste ognuna delle quali persuasiva e organica a uno svolgimento filologicamente goliardico, per non dire deliberatamente scorretto e incongruente. Interamente imbastito sull’idea del «film nel film», che Craven aveva peraltro già sfruttato in Nightmare 7 , Scream 3 funziona e diverte finché si cerca di star dietro alle citazioni incrociate da altri film o dai precedenti capitoli della stessa saga, oppure ai camei eccellenti (l’inquietante Lance Henriksen nei panni di un alter ego di Wes Craven, dedito a produrre più che a dirigere i film dell’orrore; Roger Corman in quelli inconfondibili del produttore; Carrie Fisher nel ruolo di una «sosia» della principessa Leila di Guerre stellari ; Kevin Smith in quello di un fan del fatale «Stab 3»). Per poi sgonfiarsi però, inevitabilmente, allorché ci si avvia allo scioglimento del mistero. (anton giulio mancino)

The Manchurian Candidate

Remake del film di John Frankenheimer del 1962, uscito in Italia col titolo Va’ e uccidi. Il capitano Bennet Marco (Denzel Washington), reduce della guerra del Golfo (quella del ’91), sbarca il lunario tenendo conferenze per conto dell’esercito. Viene così casualmente in contatto con un suo ex sottoposto che, visibilmente toccato nella psiche, gli rivela uno strano sogno che lo perseguita ogni notte, sempre identico e terrificante. Anche Marco accusa le stesse allucinazioni, giustificate dai medici militari che l’hanno in cura come «sindrome del Golfo». Marco comincia a indagare, cercando di recuperare i contatti con i superstiti della sua unità. Ma sono tutti morti. Tranne uno, Raymond Prentiss Shaw (Liev Schreiber), eroe di guerra, figlio di un’agguerrita senatrice (Meryl Streep), le cui ambizioni sono finanziate da una potente e misteriosa multinazionale, la Manchurian Global. Quando Shaw viene nominato a sorpresa candidato vice-presidente degli Stati Uniti alle primarie del suo partito, Marco ha la prova che anche il suo ex-sottufficiale – come lui e tutta la squadra – è stato sottoposto durante la guerra a un trattamento di lavaggio del cervello che fa parte di un complotto. L’obiettivo è mettere a capo dell’iperpotenza americana un fantoccio manovrabile a piacere, come un automa.
Certo non era facile confrontarsi con il film di Frankenheimer. Non certo per ragioni di «nobiltà cinematografica». Demme è regista di valore assoluto, avendo vinto un Oscar con Il silenzio degli innocenti e avendone fatto vincere un altro a Tom Hanks con Philadelphia. Qui realizza un film dove la tensione viene sempre tenuta alta, tranne alcune lentezze iniziali. Tuttavia non vince il confronto. Il clima da guerra fredda magistralmente evocato da Frankenheimer tra i postumi della guerra di Corea, viene attualizzato da Demme sostituendolo con la guerra del Golfo; l’ossessione dell’asservimento totale delle forze armate ai loro capi è tradotto nella corruzione dell’ambiente politico e istituzionale, entrambi asserviti alla dittatura dell’immagine (televisiva). Infine, la mela marcia viene trasferita dal cesto pubblico (l’esercito e il governo degli Stati Uniti) a quello privato (la multinazionale che istalla nei corpi dei soldati-cavie microchip in grado di annullarne la volontà a comando).
Non basta a Demme affidare a una Meryl Streep, come sempre fino irritante nella sua bravura – eccessiva come il personaggio di una tragedia classica – il ruolo della senatrice arrivista e malefica che sfrutta lucidamente il proprio figlio per raggiungere il potere supremo che a lei – solo in quanto donna – non sarebbe mai concesso. Il film è come bloccato su un altalenare di registri: dal thriller poliziesco alla fantascienza; dalla denuncia sociopolitica fin quasi sull’uscio del grottesco. E se il candidato manciuriano del ’62 provocò le critiche della destra come della sinistra, venendo perfino bandito dalle sale perché accusato di aver «ispirato» l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, quello di Demme è quanto meno tacciabile di cerchiobottismo. Infatti, questa volta non si è arrabbiato nessuno.
(enzo fragassi)

Rko 281

Un cinegiornale introduce la vicenda, che è quella ben nota della realizzazione di
Quarto potere
di Orson Welles. Il giovane genio si trasferisce a Hollywood, dove trova un’accoglienza fredda e sospettosa. Naufraga il progetto su Cuore di tenebra e parte quello sul cittadino Kane. Welles prende a modello Hearst, che reagisce cercando di bloccare il film. Ma le sue enormi fortune stanno ormai declinando…

Tratto da uno dei documentari realizzati su Orson Welles nel decennio scorso (
Battle Over Citizen Kane
di Cramer e Lennon) e girato interamente a Londra dal giovane Benjamin Ross, questo
Rko 281
delude ogni aspettativa. La nascita di uno dei massimi capolavori della storia del cinema viene ridotta al conflitto fra due persone, la cui statura morale – si vorrebbe far intendere – era equivalente. Se la tesi è discutibile, la fattura è di una tale mediocrità da far naufragare ogni ambizione. Inadeguato come discorso sul genio, inconsapevolmente banale quando vorrebbe affrontare il tema del
Male
, il film non si schioda neppure per un momento dagli standard di una modesta televisione.

L’inutilità di questa pellicola è tanto più irritante se si pensa che, del vero
Citizen Kane
, il pubblico italiano si deve accontentare di un’edizione rimaneggiata e penalizzata da un adattamento ridicolo.
(luca mosso)

Ogni cosa è illuminata

Tratto dal romanzo di Safran Foer, il film racconta il viaggio di un giovane ebreo americano alla ricerca di se stesso. Dopo aver ascoltato per anni i racconti di guerra di suo nonno, il ragazzo decide di partire alla volta dell’Ucraina per trovare la persona che salvò la vita di suo nonno ben sessant’anni prima. Il viaggio gli darà l’opportunità di comprendere il male dell’olocausto e conoscere i valori dell’amore e dell’amicizia.

Hamlet 2000

Più di quaranta versioni cinematografiche dell’Amleto shakespeariano e ancora c‘è chi ha voglia di rivisitarlo. Hamlet di Michael Almereyda ambienta la storia fra i grattacieli di Manhattan e lo adatta all’epoca delle multinazionali: la lotta per il potere si mescola ai conflitti generazionali e al disagio di un universo giovanile upper class cresciuto con i media, il consumo, la riproduzione e il riciclaggio delle immagini.
Amleto è un regista senza grandi prospettive, sempre a disagio nelle circostanze pubbliche in cui la madre naturale (Diane Venora) e patrigno (il lynchano Kyle MacLachlan), proprietari della Denmark Corporation, fanno sfoggio del proprio potere e della propria ricchezza. Amleto si rapporta alla realtà attraverso una telecamera digitale, ha un approccio virtuale e dolente con il mondo, dialoga con gli altri e con se stesso servendosi di fotografie, estratti da film o clip delle sue videoregistrazioni. Lo spettacolo con cui Amleto smaschera i genitori assassini è un cortometraggio realizzato con frammenti eterogenei di altri film, telefilm o documentari. La celebre sequenza del monologo si svolge invece tra i corridoi gremiti di videocassette di uno dei tanti Blockbuster della Grande Mela. La crisi amletica si traduce in una vaga nostalgia paterna, che prende le mosse dalle apparizioni di un padre-fantasma (Sam Shepard) che assomiglia molto ad una delle innumerevoli immagini latenti e virtuali che popolano la solitudine del ragazzo. Al padre tradizionale, emblema di un passato imposto come un dovere che rivendica un posto nella vita interiore e nell’agire fatale di Amleto, pretendendo di essere ricordato e dunque vendicato, si contrappone la prospettiva di un futuro indecifrabile, codificato in numeri, transazioni di quote societarie e in cerimonie autopromozionali, che ad Amleto appare come una gabbia alienante. Sulla falsariga di Scream e di The Blair Witch Project , Hamlet è una metafora contemporanea di stampo giovanile sul potere delle immagini, sul tragico diniego globale e sulle conseguenze sul piano cognitivo ed esistenziale di questa pervasiva dimensione artificiale. (anton giulio mancino)

Scream

Scream

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Drew Barrymore in una scena del film

L’horror Scream è ambientato a Woodsboro, in California. La diciassettenne Casey Becker (Drew Barrymore) e il suo ragazzo vengono brutalmente uccisi da un misterioso assassino. Un’altra ragazza, Sidney Prescott (Neve Campbell) viene aggredita, ma riesce fortunatamente a salvarsi. Sospettando del proprio fidanzato, Billy (Skeet Ulrich) la ragazza lo fa arrestare. Tuttavia, mentre il giovane si trova in prigione, Sidney riceve una telefonata: è l’assassino. Una volta scarcerato Billy, Sidney e il resto della comunità vivono nel terrore. Infatti, persino la scuola locale chiude e viene istituito un coprifuoco.

Ma basterà tutto ciò a evitare altri brutali omicidi? Chi è l’assassino e perché uccide? Quale sarà la sua prossima mossa? E, soprattutto, chi sarà in grado di sfuggirgli?

Curiosità

  • Nel film ci sono dialoghi che fanno satira sui vecchi film horror. C’è persino una citazione di Nightmare, quando il preside del liceo si affaccia nel corridoio della scuola deserta e scambia due parole con il bidello, il quale indossa un maglione a righe rosse e verdi, proprio come il famoso assassino sfigurato.
  • Dopo il primo Scream sono seguiti altri tre sequel, formando quindi una quadrilogia.
  • Il personaggio dell’assassino, che indossa una maschera di Halloween (Ghostface), è ispirato al serial killer Danny Rolling.
  • La pellicola fu un grande successo al botteghino, ottenendo uno degli incassi più alti del 1996. Infatti, il primo capitolo della saga ha ottenuto più profitti dei tre sequel.
  • L’attrice Drew Barrymore avrebbe dovuto interpretare la protagonista, Sidney, ma rifiutò sostenendo che, se lei fosse “morta” all’inizio del film, si sarebbe creata una maggiore suspance.
  • Sempre per il ruolo di Sidney fece l’audizione Melissa Joan Hart, che fu tuttavia scartata. Anche Reese Witherspoon rifiutò l’ingaggio.
  • Nella maggior parte delle scene, dietro la maschera di Ghostface c’è uno stuntman, non un attore.
  • La critica accolse favorevolmente il film. In particolare,  Morando Morandini scrive nel suo dizionario che «Craven gioca con gli stereotipi del genere, analizzandoli e smontandoli, ma anche con i nervi dello spettatore, dimostrandogli che funzionano ancora.»