Liam

Liam è un bambino balbuziente che vive con i suoi nel quartiere irlandese di Liverpool. Un’esistenza povera ma tranquilla, finché il capofamiglia non viene licenziato. I soldi cominciano a scarseggiare, la sua reazione è scomposta e ci sono pronti i fascisti a raccogliere il malcontento… Frears torna in Inghilterra per dedicarsi a una piccola storia proletaria ambientata fra le due guerre. Ma che l’ispirazione non sia questione di traversate transoceaniche (né di dimensioni di budget, almeno nel suo caso) lo dimostra questo Liam, che – al pari del recente
Alta fedeltà
– mostra un regista che ha smarrito il senso del proprio progetto. Frears non è un autore in grado di ricondurre qualsiasi testo al proprio universo poetico, e dovrebbe porre maggior attenzione alla scelta delle storie cui dedicarsi.

Infatti, se la vicenda ripercorre luoghi narrativi usuali, quello che colpisce è proprio la fiacchezza della messa in scena: Frears si lascia sfuggire regolarmente le occasioni offerte dal copione di Jimmy McGovern e, incapace di scegliere fra realismo e deformazione grottesca, mette sullo stesso piano l’educazione alla vita e all’immagine di Liam (piena di risvolti potenzialmente interessanti) e gli sputi in faccia di suo padre (un sempre credibile Ian Hart) al caporale che gli nega il lavoro. E alla fine il film, privo di ogni necessità interna, appare l’ennesimo prodotto di un’accademismo inutile e sconfortante.
(luca mosso)