Gigi

Nella Parigi della fine dell’Ottocento, due anziane signore, ex donne di mondo, vorrebbero instradare la nipote Gigi verso il loro antico mestiere. Sfarzosa versione del racconto di Colette e della successiva realizzazione teatrale scritta da Anita Loos, il film fece prevedibilmente incetta di Oscar: ben nove, tra cui quelli per il miglior film, la migliore regia e la migliore colonna sonora. Leslie Caron, che già nel ’53 con
Lili
aveva visto l’Oscar finire nelle mani di Audrey Hepburn, rimase ancora una volta a bocca asciutta.
(andrea tagliacozzo)

Chocolat

Vianne e sua figlia Anouk giungono in un piccolo villaggio francese in un giorno di vento e in concomitanza della Quaresima. La donna, figlia di una gitana, intende inaugurare una cioccolateria ma il conte Reynaud, sindaco del paese, integralista e intollerante, col cuore a pezzi per la fuga della moglie a Venezia, le dichiara guerra a causa della sua presunta immoralità. Vianne riesce però a conquistare il cuore dell’anziana Armande, a salvare Josephine Muscat dalle botte del marito alcolizzato e a far accettare gli amici nomadi dell’aitante Roux alla bigotta popolazione. E tutto ciò in nome della bontà del cacao. Non potremmo mai cedere all’idiozia dei nostri tempi e dichiarare ritirata al punto da farci salutare con entusiasmo – o almeno benevolenza – un ipocrita apologo anti-intolleranza come questo firmato da Hallström sotto la micidiale guida dei temibili Weinstein. Le gitane sono sempre belle e sensuali come la Binoche e distribuiscono cioccolatini a spron battuto, i cattivi non sono mai completamente cattivi (nemmeno l’odioso Reynaud), i preti alla fine non sono idioti come sembrano e tutto si ricompone all’interno dei peggiori stereotipi dell’Europa da cartolina tanto cara alla Miramax (per tacere degli inviti a boicottare l’immoralità, stampati in inglese nel cuore di un paesino francese…). Indigesto oltre ogni dire, girato con uno stile pompieristico così volutamente da Oscar da far infuriare anche la più candida delle anime candide, rubando sfacciatamente a un film mediocre come
Il pranzo di Babette
, indulgendo in maniera criminale in un’oleografia sentimentale tanto stucchevole quanto reazionaria, Hallström riesce persino a farci dimenticare di aver realizzato – due secoli fa – una pellicola come
Buon compleanno Mister Grape
. Certo, si rivede con piacere Victoire Thivisol (la Ponette dell’omonimo film di Jacques Doillon), ma ovviamente non basta. Che cosa penserà la gente che produce simili schifezze?
(giona a. nazzaro)

Lili

L’orfana Lili vorrebbe uccidersi, ma il burattinaio Paolo riesce a farla desistere dal suo insano proposito. La ragazza trova il successo assieme al suo nuovo amico. Strepitoso successo per un film che, visto adesso, risulta un po’ melenso, anche se i numeri musicali non hanno perso il loro grande impatto. La ventiduenne Leslie Caron, candidata come migliore attrice, si vide soffiare la statuetta dall’altrettanto giovane Audrey Hepburn, premiata per
Vacanze romane
. L’Oscar andò comunque alle musiche di Bronislau Kaper.
(andrea tagliacozzo)

Mosse pericolose

Vincitore nel 1984 dell’Oscar come miglior film straniero. A Ginevra, due campioni russi di scacchi si affrontano in un’epica partita, quasi un duello mortale, per contendersi il titolo: il campione in carica, un ebreo di 52 anni, è un concentrato di self control; l’altro, un dissidente che vive in Occidente, lo sfida con arroganza. Bravi gli interpreti; un po’ fredda la messa in scena.
(andrea tagliacozzo)

Parigi brucia?

Slegata ricostruzione in stile pseudo-documentaristico della Francia della seconda guerra mondiale che mostra la liberazione di Parigi e il tentativo dei nazisti di bruciare la città. Cammei di artisti internazionali rendono confuso il film spezzettato fatto in Europa. Sceneggiatura di Gore Vidal e Francis Ford Coppola, dal libro di Larry Collins-Dominique Lapierre. Due nomination agli Oscar nel 1967.

Papà gambalunga

Jervis, miliardario americano di New York, adotta in incognito Julie, una diciottenne orfana francese, che grazie al suo interessamento può frequentare una prestigiosa scuola del Massachusetts. La ragazza e il suo benefattore s’incontrano a una festa, durante la quale scoprono d’amarsi. Ottime le parti musicali. Un po’ meno le parentesi sentimentali. La stessa storia aveva già avuto tre diverse versioni cinematografiche (la più celebre delle quali, nel ’35, con il titolo
Riccioli d’oro
).
(andrea tagliacozzo)

Le divorce – Americane a Parigi

Un cast di tutto rispetto si trova in difficoltà in questa “comedy of manners” assai esile sulla condizione sessuale e sentimentale di un’inesperta americana a Parigi (Hudson) e della di lei sorella (Watts), incinta e abbandonata. Un sacco di complicazioni nella trama non aggiungono molto, e l’opportunità di sondare le differenze culturali fra americani e francesi va sprecata. La sceneggiatura di Ivory e Ruth Prawer Jhabvala è tratta dall’apprezzato romanzo di Diane Johnson. Panavision.

L’uomo che amava le donne

Al funerale di Bertrand si ritrovano tutte le donne della sua vita. In flashback, ripercorriamo il diario della sua esistenza di innamorato assoluto. «Le gambe delle donne sono i compassi che misurano il globo in tutti i sensi». Truffaut che più Truffaut non si può, con un titolo che solo lui… Alla lontana, il modello è
Il paradiso può attendere
di Lubitsch; ma in realtà Truffaut non è mai stato, di suo, un autore di commedie. Per lui la leggerezza e la grazia sono un’aspirazione, mentre permane sempre un fondo di cupezza, quasi necrofilo, che nell’ultima parte della sua filmografia appare addirittura primario.
L’uomo che amava le donne
è un film sulla morte, con un ritmo sospeso più che lepido, che annuncia il capolavoro La camera verde, una delle sue pellicole più segrete e funebri.
(emiliano morreale)

Il gran lupo chiama

Penultimo film di Cary Grant, che due anni più tardi, terminate le riprese di
Cammina, non correre
, si ritirerà definitivamente dalla scene. In un’isola dei mari del Sud, durante il secondo conflitto mondiale, un ex professore di Storia riceve dalla marina il compito di segnalare il passaggio degli aerei giapponesi. Una gradevole commediola che si salva dalla mediocrità grazie al consumato mestiere e alla simpatia dei due protagonisti.
(andrea tagliacozzo)