La parola di un fuorilegge è legge

Un uomo morente affida a un suo dipendente negro l’incarico di portare una grossa somma alla moglie che vive nel Messico. Sul denaro ha però posato gli occhi un cacciatore di taglie. Un dignitoso western-spaghetti, coprodotto dagli americani, ma diretto da un italiano, Antonio Margheriti (meglio noto con lo pseudonimo di Anthony M. Dawson), con alcune vecchie glorie hollywoodiane a far da contorno.
(andrea tagliacozzo)

Sfida all’O.K. Corral

Seconda versione (dopo quella di John Ford in
Sfida infernale
) della celebre sfida avvenuta a Dodge City tra la famiglia Clanton e Wyatt Earp. Al fianco di quest’ultimo combatte anche l’amico Doc Holliday, al quale molto tempo prima Wyatt aveva salvato la vita. Ottima la scelta degli attori: Lancaster nei panni di Earp, Douglas in quelli più sofferti di Doc Holliday. Dieci anni più tardi, John Sturges tornerà ad ispirarsi al leggendario episodio per
L’ora delle pistole
.
(andrea tagliacozzo)

Mezzogiorno di fuoco

Il giorno del suo matrimonio, ma anche del suo ritiro dall’incarico, lo sceriffo Cooper scopre che un pistolero in cerca di vendetta sta per giungere in città. Pur avendo tutti i motivi per filarsela, decide di restare al proprio posto e di affrontare il rivale, pur senza l’aiuto di nessuno. La vicenda si dipana “minuto per minuto”, con il tempo scandito dai numerosi orologi disseminati sulla scena. Leggendario western incentrato su una crisi di coscienza, scritto da Carl Foreman e punteggiato dalla voce di Tex Ritter che interpreta il brano (vincitore dell’Oscar) Do Not Forsake Me, Oh My Darlin’ di Dimitri Tiomkin e Ned Washington. Altri Oscar per Cooper, per la colonna sonora di Tiomkin e per il montaggio di Elmo Williams e Harry Gerstad; nomination alla regia, come miglior film e alla sceneggiatura. Con un sequel girato nel 1980 e interpretato da Lee Majors; rifatto per la tv nel 2000. Ne esiste anche una versione colorizzata al computer.

I magnifici sette cavalcano ancora

Quarta pellicola della serie
I magnifici sette
(anche se del primo film rimane ormai solo l’autore delle musiche, Elmer Bernstein). Dopo la scomparsa della moglie, uccisa da un fuorilegge, lo sceriffo Chris decide di proseguire l’opera di un collega, morto per difendere gli abitanti del villaggio di Magdalena dai soprusi del feroce bandito messicano Detoro. Western convenzionale, se non banale, decisamente lontano dagli straordinari livelli del film di Sturges.
(andrea tagliacozzo)

1997 – Fuga da New York

Mediocre film di intrattenimento. Nell’anno 1997 Manhattan è una prigione di massima sicurezza, al cui interno un certo Iena Plissken (Russell) deve portare a termine una pericolosa missione di salvataggio. Ricorda vagamente Distretto 13 — Le brigate della morte dello stesso Carpenter, film minore ma migliore. Seguito da Fuga da Los Angeles. Panavision.

L’albero della vendetta

Forse il capolavoro di Budd Boetticher, scritto dal più competente sceneggiatore con il quale abbia mai collaborato, Burt Kennedy (in seguito regista in proprio di alcuni film di solido mestiere). Il tema della vendetta, come nel più celebre Sentieri selvaggi di John Ford, diviene un’ossessione funesta che spinge il protagonista Randolph Scott, un ex sceriffo cui è stata trucidata la moglie, a perdere la possibilità di ricostruirsi una famiglia con una donna resa vedova dai pellerossa. Straordinariamente cinico e privo di smancerie, duro e altrettanto implacabile, il film resta uno dei più realistici e austeri del periodo, grazie all’interpretazione del coriaceo Randolph Scott e alle ottime caratterizzazioni di due autentici animali cinematografici destinati alla fama: James Coburn e Lee Van Cleef. (anton giulio mancino)

Il Buono, il Brutto, il Cattivo

Durante la guerra di Secessione americana, il Buono (Clint Eastwood), il Brutto (Eli Wallach) e il cattivo (Lee Van Cleef) si affrontano in una lotta senza quartiere per impossessarsi di un tesoro nascosto in un cimitero. Il migliore dei film della “trilogia del dollaro”, quasi eccessivo nella durata (quasi tre ore), ma ricco di spunti, sequenze memorabili (il triello finale nel camposanto) e perfino momenti di riflessione. Sullo sfondo, infatti, si cela anche una velata metafora della Seconda Guerra Mondiale con i campi di concentramento e tutti gli orrori che ne sono conseguiti. Straordinari i tre interpreti, specialmente Eli Wallach, istrionico e debordante. Celebre (e indimenticabile) la colonna sonora di Ennio Morricone.
(andrea tagliacozzo)

Per qualche dollaro in più

Dopo l’imprevisto colossale successo di
Per un pugno di dollari
, Bob Robertson/Sergio Leone mette in cantiere una specie di clone, ma più consapevole ed esagitato. Supera qualche incertezza e qualche inibizione che limitavano il primo film, mostra uno stile già compiuto e si lancia in un barocco grottesco, folle ma come immobile. Battute proverbiali, tempi e spazi dilatati e contratti, musica geniale di Morricone. I personaggi sono mascheroni senza spessore, l’azione è un semplice rituale di morte, la dissacrazione del mito sconfina nel dileggio. A Clint Eastwood/Enrico Maria Salerno (rispettivamente corpo e voce del pistolero) vengono affiancati un nerissimo Lee Van Cleef e un Volonté al massimo del delirio. Un cult necrofilo, senza nostalgia. La rivincita del cinema italiano miserabile delle seconde visioni, che stringe in un abbraccio mortale la Hollywood classica.
(emiliano morreale)

L’uomo che uccise Liberty Valance

Il senatore Stoddard rievoca ai giornalisti accorsi ai funerali dello sceriffo Doniphon i suoi esordi in politica, la sua lotta contro i grandi allevatori di bestiame, la pacificazione del West, il suo scontro con il pistolero Liberty Valance. Il racconto, poco a poco, delinea una versione della storia del West assai meno epica di quella tramandata dalla leggenda.
L’uomo che uccise Liberty Valance
è l’ideale contraltare a
Sentieri selvaggi
: se quest’ultimo è la storia del West intesa come bieca e cupa vendetta personale, il primo è l’affermarsi della logica sociale e politica sull’impegno del singolo. John Ford era uno che badava al sodo. Alla riunione del sindacato registi al tempo del maccartismo, per contrastare l’azione della destra, si presentò con la celeberrima frase: «Mi chiamo John Ford, e faccio western». La modestia del proprio operato caratterizza anche la figura di Doniphon, che preferisce restare nell’ombra lasciando che l’epos si affermi, a fronte della prosaica fatica individuale. Western crepuscolare, nel quale la società non è più capace di identificarsi con una Storia che si riduce a una questione di punti di vista. Merita di essere visto anche solo per il cast, che oppone un titanico Wayne e un dubbioso Stewart al luciferino Lee Marvin. A ciò si aggiunga la mano di uno che faceva western. Da più di quarant’anni.
(francesco pitassio)