Sogni d’oro

Il regista Michele Apicella sta girando la sua opera seconda: si tratta di
La mamma di Freud
, una biografia comica del padre della psicanalisi. Crisi creative e personali, ma soprattutto sogni e visioni, accompagnano il suo percorso fino alla fine del film, che sarà un fiasco. Il Moretti più narcisista e fastidioso, uno di quelli in cui l’intelligenza e la sincerità non riescono a bilanciare la chiusura, gli sbrodolamenti, i vezzi. Insomma,
Sogni d’oro
è un «secondo film» da manuale (consideriamo infatti
Io sono un autarchico
ed
Ecce bombo
lo stesso lavoro in doppia versione), ne possiede tutti i difetti e le incertezze. Si aggiunga poi che in quegli anni il cinema italiano era un deserto assoluto (e lo sarebbe rimasto fin quasi alla fine del decennio), nel quale lo sbandamento dei cineasti toccava il proprio nadir. Eppure, di questo film azzardato e scombinato, rimangono impressi frammenti proverbiali, pillole di ironia: Moretti che gioca a palla sul minicampo della sua stanza, Moretti-uomo lupo che urla «Perdonami, sono un mostro!», il dibattito televisivo. E poi c’è una Morante agli esordi (ma oggi è più brava e anche più bella).
(emiliano morreale)

Danza di sangue

Agustin Rejas (Javier Bardem) è un poliziotto di frontiera sulle Ande e un giorno deve registrare i documenti di uno strano gruppo di persone. Da lì a poco è trasferito nella capitale di un Paese dell’America Latina, insanguinato da anni dalle azioni di un gruppo di terroristi che inneggiano al Presidente Ezequiel. Durante le indagini, Rejas deve fare i conti con la corruzione degli apparati militari dello stato e con la scarsità di mezzi della polizia. Intanto si innamora della maestra di danza di sua figlia, Yolanda (Laura Morante), e con lei inizia uno strano rapporto platonico. Ezequiel è inafferrabile e la stabilità del paese vacilla sotto la pressione dell’esercito, che è tornato in strada a fare piazza pulita. Rejas è colto e sensibile e grazie a queste armi, un giorno, con un’intuizione… Debutto alla regia di John Malkovich, con un film tratto dall’omonimo romanzo di Nicholas Shakespeare (edito da Baldini&Castoldi): «Una delle ragioni per cui ho diretto questo film, dopo diciassette anni di offerte, è che alle volte è davvero difficile spiegare a qualcun altro cosa si vuole. Questa volta ho fatto tutto da solo», ha spiegato il regista americano. Cinque anni di lavoro per riuscire a far convivere, in 133 minuti di pellicola, ideologia, amore, dubbi, violenza, fiction, povertà, rivoluzione e tanto altro. Il Paese sudamericano, benché la storia si rifaccia a un fatto realmente accaduto, non è mai esplicitamente descritto, ma non è importante. Una pellicola forte, con una fotografia stupenda, un ritmo incalzante e una recitazione quasi impeccabile da parte del cast. A volte anche ironico, agrodolce, nella perfetta filosofia sudamericana in cui si riesce a sorridere anche durante una tragedia. Un film da non perdere, anche se a Venezia è stato accolto tiepidamente.
(andrea amato)

Ferie d’agosto

Lotta di classe rivisitata a Ventotene: da una parte un gruppo di amici intellettuali, capitanati da Silvio Orlando, dall’altra due famiglie vocianti e dalle abitudini più popolari. Lo scontro sarà inevitabile e Virzì, grazie anche a degli attori in grande forma, ritrae uno spaccato del nostro paese giocando sul contrasto di questi due mondi che, sembra dire, sono molto meno lontani di quanto si creda.

Ricordati di me

Una famiglia borghese come tante altre, in un quartiere residenziale romano. Padre, madre, figlio e figlia. Tutti che vogliono o volevano diventare qualcuno. Carlo (Fabrizio Bentivoglio), il padre, voleva essere uno scrittore e da anni ha il suo romanzo incompiuto, Giulia (Laura Morante), la madre, era un’attrice, Paolo (Silvio Muccino), il primogenito, vorrebbe essere come i suoi amici, appartenere a un gruppo ed essere ricambiato da una sua compagna di liceo, molto più sveglia di lui. E poi c’è Valentina (Nicoletta Romanoff), la figlia, decisa a fare la showgirl, a tutti i costi. La lucida determinazione della piccola di casa risveglia tutti i sogni degli altri componenti della famiglia. Carlo incontra una sua vecchia fiamma (Monica Bellucci), che lo galvanizza, Giulia riprende a fare teatro e pensa di innamorarsi del regista, Paolo fa una festa per essere accettato dagli altri e Valentina, a tappe serrate, arriva in televisione. E ora che cosa succederà? Dopo il grande successo de
L’ultimo bacio,
Gabriele Muccino ritorna sul grande schermo con un film molto più complesso e scioccante: la famiglia è nuovamente sgretolata, i valori non esistono più, conta solo autoaffermarsi e ottenere riconoscibilità all’esterno. Di chi è la colpa? Del sistema, della televisione, di noi stessi… Uno spaccato verosimile, un film che ne contiene altri quattro, una prova matura di scrittura e regia, un ritorno al cinema di quarant’anni fa, un film onesto, anche in tutti i suoi limiti. La paura di essere normali, questa la fobia che attanaglia una famiglia normale come tante altre. E se bastasse solo ascoltarsi un po’ di più?
(andrea amato)

Guarda le

videointerviste
ai protagonisti del film

La tragedia di un uomo ridicolo

Deludente film drammatico su un produttore di formaggio che si confronta con il rapimento presunto del figlio a opera di terroristi politicizzati. Bertolucci sembra voler rappresentare le tensioni e gli scompigli familiari, ma il suo messaggio è incredibilmente confuso.

Notte senza fine

Come definire il cinema di Elisabetta Sgarbi? Cinema di pensiero, o di parola? In ogni caso parola letteraria. Certamente, dietro alle sue intenzioni si avvertono le elucubrazioni cinefilosofiche di Enrico Ghezzi (sempre acute, sempre provocanti ma a volte anche autofagiche) e le lezioni oggi troppo dimenticate di Godard e di de Oliveira, di Kluge e di Straub (ricordate? ebbe l’ardire di filmare il
Moses und Aron
di Schoenberg).

Che cos’è, di fatto,
Notte senza fine?
Innanzitutto un film affascinante, inquietante e per i primi minuti lievemente narcotizzante, talmente siamo poco abituati alla camera fissa, alla rarefazione estrema del montaggio, al buio che invade e sala e schermo, un buio strappato da poche luci che piombano sui volti degli attori. Anzi, delle attrici e di un solo attore, che interpretrano tre testi e/o monologhi di tre autori contemporanei.

Gli interpreti: Galatea Ranzi, che recita
L’amore lontano
dello scrittore libanese Amin Maalouf; Toni Servillo e Laura Morante, alternati, ne
La Fatalità della bellezza
del marocchino Tahar Ben Jelloun; e, infine, Anna Bonaiuto psicoticamente sdoppiata ne
Il buio
del pakistano Hanif Kureishi. Sono testi di vario genere letterario, dal racconto al monodramma, che la Sgarbi ha «sceneggiato» come monologhi, immergendo l’interprete in una notte appena rischiarata da una luna fintissima ma illuminando i volti di luci di scena violente e isolanti, aggettanti, in modo tale che l’espressione e la parola emergano con forza, a persuadere, a emozionare, a riempire il buio e il silenzio di esterni che sembrano tutti fondali da tragedia greca.

Come la cava di Marlungo a Carrara dell’ultimo episodio, oppure la villa palladiana Badoera di Fratta Polesine. Non sto neppure ad accennare alla trama dei singoli testi, che possiamo leggere raccolti in un volume Bompiani curato dalla Sgarbi stessa. Letterariamente, posso dire che il testo che più mi ha convinto è
Il buio
di Kureishi, una convinzione che riverbera anche cinematograficamente, perché la regista con la sua quasi maniacale economia di movimenti e la dilatazione progressiva della luce riesce a restituire l’emergere angoscioso di una verità che forse è pirandellianamente proiezione di follia.

Cinema di provocazione, di ricerca, tentativo di restituire alla parola quel ruolo che ha perso; ma anche di ridare alle immagini un peso e un valore che la produzione contemporanea, sempre più standardizzata e videoclippata, ha come nullificato. In tal senso, l’improvviso sbalzare di particolari, sia l’agitarsi di una tenda mossa dal vento, l’aggettarsi una colonna, o la sosta su un muro sbreccato costituiscono l’alternativa figurativa alla parola, la sua sottolineatura interpretativa, come in tutti i testi dello scrittore tedesco W.G. Sebald, che la Sgarbi per prima ha fatto conoscere in Italia.
(piero gelli)

La stanza del figlio

Giovanni, civile e vitale, fa lo psicanalista; Paola, dolce e bella quarantenne, ha una piccola casa editrice; i figli Andrea e Irene vanno al liceo e fanno sport: una bella famiglia. Quando, preceduta da una serie di presagi, nella loro vita irrompe la tragedia con la morte di Andrea in un incidente subacqueo, tutto va in pezzi. Paralizzati dall’enormità del dolore, i tre si richiudono in se stessi: Irene reagisce in modo abnorme sul campo da basket, Paola non riesce a controllarsi al telefono, mentre Giovanni – ormai incapace di un rapporto equilibrato con i pazienti – decide di abbandonare la pratica analitica. Finché arriva Arianna, fidanzatina di Andrea. Un breve viaggio nella notte, l’alba davanti a un altro mare: forse la vita può ricominciare.

È un film spiazzante, quello che ci consegna Nanni Moretti dopo una lunga attesa. E – lo diciamo subito – si tratta di un buon film. Moretti abbandona finalmente i panni del saccente critico sociale e si concentra su qualcosa che gli sta molto a cuore. Nella sua discesa nell’ottusa profondità del dolore toglie quasi tutto l’inessenziale e lavora sui personaggi, che acquisiscono uno spessore finora sconosciuto all’elementare cinema del regista romano. Soli di fronte alla perdita, muti, incapaci di trovare consolazione nella religione o nella scienza, i protagonisti del film soffrono. Immobili, si concedono allo spettatore, che non può evitare di partecipare al loro strazio. Non c’è però confusione: lo sguardo di Moretti rimane quello del moralista, discosto dal mondo che mette in scena. Forse per la prima volta, però, utilizza la giusta distanza analitica per parlare di sé. Delle proprie insufficienze di padre e soprattutto di uomo. È la chiave d’accesso giusta per l’universale, cui il film apertamente aspira e che a tratti consegue.

Una generosità (verso i personaggi prima che verso lo spettatore) nuova e promettente garantisce al film una buona tenuta emotiva: la prima mezz’ora è ottima, e se poi il film rallenta visibilmente la colpa è del Moretti attore, statico e ingombrante. Ed è esattamente questo, oggi, il vero limite del cinema morettiano. Il regista sa di poter contare su un attore dalla gamma espressiva limitata e si sforza di sviluppare passo passo il percorso del personaggio. Ne risultano un eccesso di didascalismo (ogni pensiero ha la sua espressione, ogni sospetto la sua enunciazione, ogni sentimento la sua smorfia) e una certa rigidità narrativa. È sempre stato così, ma se la struttura a blocchi era in fondo funzionale alle strisce unidimensionali del passato, ora – alle prese con una storia più complessa e di fronte ad attori così bravi (tranne Accorsi, come al solito modestissimo) – se ne percepisce tutta l’inadeguatezza. In attesa che Moretti si decida ad affidare a un vero attore le sorti del suo alter ego (e ad articolare maggiormente le scelte musicali: lo stesso pezzo di Brian Eno ripetuto due volte è veramente troppo), questo è il massimo che può raggiungere.
La stanza del figlio
ha vinto la Palma d’Oro al Festival di Cannes, edizione 2001, come miglior film.
(luca mosso)

Un viaggio chiamato amore

Non ha avuto una vita facile Rina Faccio, in arte Sibilla Aleramo. Ha visto la madre tentare il suicidio, è stata violentata da un collega che è stata obbligata a sposare, le hanno portato via il bambino che non vede da vent’anni… Una esistenza movimentata, una cerchia di amicizie illustri, di amori famosi, una vita intellettuale vivacissima. Legge le poesie di Dino Campana. Gli scrive. E decide di incontrarlo nel paesello toscano dove lui passa per matto. Lei è una splendida quarantenne, lui ha dieci anni di meno. Scoppia una passione travolgente, folle, delirante, violenta e tenera. Fino alla invitabile conclusione.
Michele Placido firma la regia di questo film che ha per protagonisti due belli del cinema italiano in un periodo di gloria: Laura Morante e Stefano Accorsi (Coppa Volpi alla Mostra del Cinema di Venezia 2002 come miglior attore). Una storia d’amore forte che, però, non riesce a coinvolgere né tantomeno ad appassionare, con i suoi flash-back e le incursioni nella guerra in bianco e nero. Troppa carne al fuoco, forse. La guerra, la cultura, il femminismo, la passione, la malattia, il nuovo secolo… Un film pretenzioso, insomma. Sempre brava Laura Morante, ma Accorsi convince poco con la sua recitazione sempre sopra le righe e francamente poco espressiva.

Turné

Amici di vecchia data, gli attori Dario e Federico partono per una lunga tournée teatrale. Quest’ultimo ha dei seri problemi con Vittoria, la sua ragazza, e sul palcoscenico non riesce a rendere come dovrebbe. Dario, che di Vittoria è diventato l’amante, non trova il coraggio di confessare il tradimento all’amico. Il migliore dei film realizzati da Gabriele Salvatores. Gli attori sono in stato di grazia e la sceneggiatura scritta da Francesca Marciano, allo stesso tempo malinconica e divertente, non perde un colpo. Peccato che il regista in seguito si sia perso per strada.
(andrea tagliacozzo)

Un po’ per caso, un po’ per desiderio

Jean-François è un pianista di fama internazionale, dotato di una sensibilità speciale. Arrivato al culmine del suo successo si sente insoddisfatto e oppresso dalla fama mondiale. Catherine è un’attrice di soap-opera e di teatro, talentuosa e di grande intelligenza artistica, anch’essa in piena crisi depressiva a causa della sua ambizione a partecipare a un film di un noto regista americano. Frèderic è un collezionista d’arte che per tutta la vita ha inseguito l’opera perfetta e creato una collezione di straordinario valore, ma arrivato alla tarda età decide di vendere tutto e ricominciare una nuova fase della sua vita in seguito alla morte di sua moglie. Jessica è una ragazza solare e piena di entusiasmo arrivata a Parigi dalla provincia per tentare la fortuna. Sarà proprio lei, senza volerlo, a cambiare i destini di tutti i protagonisti.

Cuori

Incrocio di vite di sette personaggi, diversi caratterialmente ma uniti nella ricerca della felicità. Nicole vive una crisi matrimoniale con il marito Dan ma nel frattempo cerca una nuova casa da condividere grazie all’aiuto dell’agente immobiliare Thierry che vive insieme alla sorella Gaelle. Questa è alla ricerca del vero amore sul Web e?

Il figlio più piccolo

Un imprenditore truffaldino, mosso dal suo attaccamento al denaro, porta la sua holding verso il fallimento. Nel tentativo di salvare il salvabile, segue il consiglio del suo disonesto commercialista intestando al figlio la proprietà delle società in pericolo.

Avati vorrebbe sferzare l’Italia della corruzione e dei “furbetti” alla Ricucci, e al tempostesso riflettere su ciò che resta della famiglia in una società dominata dal culto del denaro. Ma tutti i personaggi sono caricature sopra le righe, privi di agganci con la realtà: il padre mostruosamente cinico, la madre ex-sessantottina suonata, e soprattutto lo sprovveduto Baldo, ennesima incarnazione del ‘fanciullino’ inetto alla vita tanto cara al regista. Molta pubblicità per l’esordio di De Sica in un ruolo drammatico: non strafà, ma è mal servito da una sceneggiatura sbrigativa e piena di buchi.

L’amore è eterno finché dura

Sposati da vent’anni con una figlia di diciassette, Gilberto e Tiziana sono in crisi. Lei ha scoperto che lui ha partecipato a una serata per single organizzata in un locale. Lui ha scoperto che lei lo tradisce da due anni con un amico di famiglia. Trasferitosi a casa del comproprietario del negozio di ottica in cui lavora, avrà modo di riflettere sulle cause della fine del suo matrimonio e sulle dinamiche che conducono due persone a piacersi, innamorarsi, stare insieme e, molto spesso, lasciarsi.
Cos’è il vero amore? Come si fa a farlo durare? Perché a un certo punto il desiderio si spegne? È possibile non tradire mai? Domande eterne cui Carlo Verdone e i suoi sceneggiatori Francesca Marciano e Pasquale Plastino hanno cercato di dare una risposta con un film che, parole dello stesso regista, «mantenesse la leggerezza di una commedia brillante senza glissare sugli aspetti seri dell’argomento». Un obiettivo raggiunto, nonostante la pellicola non sia all’altezza del miglior Verdone, quello di Compagni di scuola e Maledetto il giorno che ti ho incontrato, per sua stessa ammissione i lavori più riusciti del regista romano. A una prima parte più scoppiettante, con il Verdone attore in gran forma, ne segue infatti una seconda sin troppo lunga, quella in cui «gli aspetti seri dell’argomento» vengono affrontati senza peccare di superficialità ma anche senza il mordente necessario a tenere alto il ritmo della commedia. Laura Morante ripete, in chiave leggermente più comica, il personaggio interpretato in Ricordati di me di Gabriele Muccino, mentre Stefania Rocca passa con disinvoltura dall’ultimo thriller di Dario Argento a un ruolo più adatto alle sue corde, quello della sensibile amica-confidente-amante che tutti gli uomini in crisi sperano prima o poi di incontrare. Un film che piacerà solo ai fedelissimi di Carlo Verdone, che vi ritroveranno numerosi elementi comuni a quasi tutta la filmografia del loro beniamino come i divertenti personaggi di contorno, l’ossessione per le malattie e la presenza di uno psicologo. Chi invece non ha mai apprezzato il suo cinema non troverà in questa pellicola sufficienti motivi per cambiare idea. (maurizio zoja)

Il nascondiglio

22 dicembre 1957. Nel corso di una violenta tormenta di neve, una grande casa isolata in una cittadina dell’Iowa è sconvolta da un terribile delitto. Cinquantacinque anni dopo, in quella medesima abitazione rimasta chiusa per mezzo secolo, una donna di origini italiane decide di aprire un ristorante. È appena uscita dalla clinica psichiatrica dove è stata ricoverata per quindici anni in seguito al suicidio del marito, ed è decisa a costruirsi una nuova vita, ma non appena mette piede nell’edificio, i fantasmi del passato tornano a tormentarla.

Sembra un horror anni Settanta, con un cast di caratteristi dolorosamente invecchiati. Ma Avati evita il soprannaturale e sceglie la soluzione più crudele, beffando la sua eroina. Anacronistico e con varie ingenuità, è privo del sentimentalismo vischioso di un regista a cui preti e suore, inconsciamente, fanno più paura dei fantasmi.