The Punisher

Frank Castle è un agente speciale dell’ FBI, uno dei migliori nel suo campo. Dopo una carriera costellata di successi è in procinto di ritirarsi, in modo da potersi dedicare interamente a sua moglie Maria e a suo figlio. Ma l’ultima operazione condotta da Frank lo fa finire, per una fatalità, nel mirino del sanguinario boss della mala di Tampa Howard Saint. La vendetta di Saint nei confronti di Castle sarà spietata, ma provocherà a sua volta l’ira di Frank, dando inizio ad una catena di morte che sembra poter terminare solo con il totale annientamento di uno dei due contendenti. Per combattere la sua guerra privata Castle decide dunque di cambiare identità, lasciandosi alle spalle la sua vita e il suo nome precedenti, e così diventare lo spietato
Punitore.

In pochi anni la Marvel, storica casa editrice americana di fumetti supereroistici, ha lanciato sul grande schermo molti dei suoi personaggi: i risultati ottenuti sono stati certamente alterni, ai fasti di
Spider-man
sono seguite pellicole meno convincenti come
X-Men
(anche se il
sequel
era decisamente migliore e fa ben sperare per l’ uscita di
X-Men 3).
Diciamo subito che
The Punisher
fa indubbiamente parte di questa seconda categoria di opere, ma si tratta di un prodotto comunque dignitoso, anche considerando il budget non stratosferico e il fatto che sia stato girato in poco più di un mese.

Si tratta di una storia il cui tema portante è la vendetta, di cui
The Punisher
ha fatto (ricordatevi però che lui la chiama sempre «giustizia») la propria ragione di vita; l’odio verso i malvagi è la fonte unica della sua forza e della sua determinazione. Il personaggio principale non è dunque un supereroe classico, innanzitutto perché non ha un costume sgargiante, ma solo una maglietta nera con il disegno di un teschio; non ha neppure una maschera, la sua identità non è segreta; inoltre, non possiede superpoteri di nessun genere.

In fondo Frank Castle, interpretato da
Tom Jane,
attore certo somigliante all’originale a fumetti ma che non brilla per espressività, altro non è che un buon soldato: è solo la sua rabbia a contraddistinguerlo, a dargli quel «quid» che gli permette di prevalere sui suoi nemici.

La pellicola si avvale anche della partecipazione di un
John Travolta
certamente non ai massimi livelli, ma che comunque riesce a rubare spesso la scena al personaggio principale: interpreta Howard Saint, gangster crudele che si rivela però abbastanza poco brillante (anzi direi un po’ ingenuotto..). Il film in fondo si regge tutto sullo scontro tra queste due personalità, una certamente malvagia, l’ altra disperata, esacerbata dal dolore e dal desiderio di rivalsa.

Ma non temete, gli aspetti psicologici sono appena accennati: si tratta di un baraccone hollywoodiano, chiassoso e divertente, pieno di citazioni di western e polizieschi anni ’70. Consigliato caldamente solo ai fan del personaggio e agli
aficionados
della Marvel, regala comunque un paio d’ ore piacevoli anche allo spettatore occasionale, a patto di accettare un intrattenimento ingenuo e un po’ infantile. Ma questo immagino sia superfluo dirlo…

(michele serra)

Ghost Son

La bella Stacey è in perfetta sintonia con Mark, che è dolce e gentile. Ne è innamorata, lo ama e decide che la sua vita sarà con lui, nella sua splendida fattoria immersa nella savana africana. Ma un incidente spezza i loro sogni: Mark è morto e lei è disperata, non riesce a vivere senza di lui, ogni cosa che vede, tocca, immagina, ha sempre il suo uomo presente. Una sera quasi sente di riaverlo, l’immaginazione è così reale che lei crede sia possibile riabbracciarlo e amarlo ancora. E Stacey è incinta. Nasce Martin e la presenza di Mark si fa sempre più sentire. L’unico modo per tornare insieme per sempre è che lei lo raggiunga.

Mulholland Drive

«Parte prima: lei si trovò circondata dal mistero assoluto. Parte seconda: una triste illusione. Parte terza: amore». Questa la sintesi di David Lynch a proposito del suo ultimo film. Delirante, come lo è
Mulholland Drive
. A due anni da
Una storia vera
Lynch ritorna sul grande schermo e lo fa nella maniera che lo ha reso famoso in tutto il mondo, facendo cinema e raccontando storie che si mischiano vorticosamente con l’onirico. Vincitore della Palma d’Oro all’ultimo Festival di Cannes come Migliore regia,
Mulholland Drive
è un cous-cous di storie, personaggi, frammenti, deliri, sogni, immagini, flash, angosce, surreale, sesso, violenze, perversioni, manie… La regia, come al solito, è eccezionale, i colori della fotografia sono i soliti che lo contraddistinguono e il montaggio ha trovate innovative. Difficile decifrarlo la prima volta, impossibile seguire il percorso logico di un regista che, forse, sta esagerando con il suo personalissimo metalinguaggio.
(andrea amato)

The King

Elvis Valderez (Gael Garcia Bernal) ha da poco abbandonato la Marina Militare statunitense lasciando l’equipaggio dell’Athena. La sua scelta non è un ripiego, vuole semplicemente cambiare vita, deciso a incontrare il padre naturale che non ha mai conosciuto. Con i pochi soldi pervenutigli dal prematuro congedo, il ragazzo compra un’automobile usata e si dirige verso il Texas, dove la madre defunta gli ha rivelato trovarsi il padre. Arrivato in un paesino di provincia si reca in una delle parrocchie della comunità in cui il genitore è oggi un pastore di fede battista. L’incontro tra i due non è dei più felici: l’uomo, David Sandow (William Hurt), si è rifatto una vita e una famiglia insieme alla devota moglie (Laura Harring), e non ne vuole sapere di questo figlio spuntato dal nulla che gli ricorda il suo tormentato passato. Il rifiuto da parte del padre è un duro colpo per Elvis, che decide in ogni caso di restare nella speranza di guadagnarsi un’altra occasione. Affitta una squallida camera di un motel e si trova un impiego in una pizzeria a domicilio. Nel frattempo si interessa all’adolescente sorellastra, Malerie (Pell James), con la quale da inizio a una storia d’amore ma, proprio per questo, attira le antipatie del fratellastro Paul (Paul Dano). In un’escalation di attriti con i membri della nuova famiglia del padre, Elvis porterà l’idilliaco quadretto verso la distruzione.