Ho voglia di te

Step (Riccardo Scamarcio) torna a Roma dopo aver trascorso due anni negli Stati Uniti. Il giovane deve affrontare i fantasmi del suo recente passato, a cominciare dal ricordo dell’amore finito con Babi (Katy Louise Saunders). Ma c’è anche un’altra novità: si chiama Gin (Laura Chiatti), una splendida ragazza che gli farà provare emozioni mai sperimentate. Riuscirà anche a fargli dimenticare per sempre Babi? Seguito di
Tre metri sopra il cielo,
il film è tratto dal secondo best seller di Federico Moccia e conclude la serie. Lo scrittore romano, figlio di Giuseppe Moccia – in arte Pipolo, recentemente scomparso, autore con Castellano di numerose sceneggiature di successo – ha infatti già dato alle stampe un nuovo romanzo,
Scusa ma ti chiamo amore,
in cui affronta con personaggi nuovi il rapporto sentimentale fra una diciassettenne e un uom

Io, loro e Lara

Padre Carlo Mascolo è un missionario che vive in un villaggio nel cuore dell’Africa dove – parole sue – fa ” il medico, il preside, l’agricoltore, il meccanico e lo sceriffo a tempo pieno”. Da qualche tempo avverte i sintomi di una crisi spirituale che lo angoscia sempre di più. Dunque decide di tornare a Roma per parlarne ai suoi superiori. Il suo padre spirituale lo tranquillizza, a volte è necessaria una pausa di riflessione. Lo esorta a trascorrere un po’ di tempo in famiglia per ritrovare se stesso attraverso il calore dei propri cari. Intanto da un’altra parte della città, in un minuscolo appartamentino di periferia, una misteriosa ragazza fa dei colloqui con un assistente sociale. Sembra che la ragazza, Lara, abbia avuto dei seri problemi in passato che adesso sta cercando di risolvere. Ma nonostante l’aria da educanda che ostenta con l’assistente sociale, Lara conduce una doppia vita. Di notte, di fronte ad una web cam si trasforma in una sensualissima modella in latex e tacchi a spillo…

Il caso dell’infedele Klara

Un quarantenne scrittore che vive a Praga, a causa della sua gelosia decide di far pedinare la sua fidanzata da un investigatore privato, Denis Pravda. L’uomo, in effetti, riesce a trovare le prove dell’infedeltà della ragazza, ma per una simpatia che si é instaurata con lo scrittore, decide di non parlargliene. Quando però, sarà lo stesso Pravda, ad intrecciare una relazione con la ragazza, lo scrittore che nel frattempo ha fatto pedinare anche l’investigatore, decide di ucciderlo…

L’amico di famiglia

Geremia (Rizzo) è un uomo di mezza età dedito all’usura nel piccolo centro dell’Agro pontino in cui risiede. Consapevole di essere una persona poco gradita e per di più dotata di un cattivo carattere, egli considera nondimeno i suoi traffici alla stregua di opere di carità. Al punto da presentarsi alle sue vittime come un «amico di famiglia». La pellicola è stata presentata in concorso al festival di Can

Mai + come prima

Un gruppo di sei ragazzi, appena superati gli esami di maturità, parte per una vacanza in montagna. I giovani hanno personalità molto diverse fra loro, e la sistemazione nella piccola baita forzerà i loro caratteri ad aprirsi. In particolare nei confronti di Max (Nicola Cipolla), un ragazzo disabile. Ma sarà l’incidente mortale occorso a uno di loro, Enrico (Marco Casu), li costringerà improvvisamente a crescere, a confrontarsi con la fragilità della vita, proprio nel mezzo di una vacanza spensierata e negli anni in cui ci si sente invincibili.

La vita è spesso dura e ingiusta. Scoprirlo a diciannove anni non è una necessità, ma una fatalità che può, anzi deve, aiutare a crescere. Come succede ai sei protagonisti scelti da Campiotti. Ragazzi più o meno comuni, semplici rappresentanti del genere umano nelle loro differenze. Costretti ad attraversare la loro linea d’ombra in modo inatteso, durante una vacanza. Forse riusciranno a crescere, forse rimarranno schiacciati, ma Campiotti, dopo avere allagato di lacrime la valle in cui campeggiano, non vuole rinunciare alla speranza.

C’è però troppa retorica, troppa enfasi in questo racconto di formazione. Forse c’è troppa partecipazione, quella di un regista che in gioventù ha conosciuto personalmente una vicenda simile a quella che racconta. Ma c’è anche un gusto da fiction serale che si radica forse nelle passate esperienze tv del regista o semplicemente in un senso della misura che scivola anch’esso a valle. Più che alla qualità delle singole scene o alla verosimiglianza, Campiotti pensa ai significati, a evidenziarli. E diviene spesso stucchevole nel tentativo di emozionare a tutti i costi.

La storia, infatti, non procede per spunti narrativi, ma per tesi emotive o pedagogiche, le prime troppo ricamate, le seconde troppo esplicite. Come succede nel dialogo fra i due genitori fuori dal rifugio, che sembra la banale teatralizzazione di un saggio di sociologia della famiglia. Oproprio la sceneggiatura, infatti, la principale imputata nel processo per captazione di sentimenti. Riescono in generale meglio i pochi momenti brillanti, che regalano qualche risata, rispetto ai vari avvitamenti melodrammatici, durante i quali agonizza forse più il pubblico dei protagonisti. Qua e là però è anche la recitazione a non funzionare: emotiva e credibile in certi momenti, sotto la sufficienza in altri. Del resto il cast si compone in gran parte di ragazzi non professionisti, di bravura diseguale o intermittente. Si rivede sullo schermo Francesco Salvi, nella parte del padre di Enrico.

Forse il film manterrà un appeal commerciale, proprio per il suo linguaggio televisivo e per la relativa originalità del soggetto. Ma Campiotti, che ha curato il progetto nella produzione, nella sceneggiatura e nella regia, non riesce a governare uno spunto interessante. Troppe lacrime, troppi simboli, troppe parole esplicite: un’ansioso sovradosaggio di significati. Ripassare dalle parti di Truffaut (per cui il cinema è «filmare la bellezza senza averne l’aria») sarebbe una cura ideale per il giovane regista. Peccato, perché il cinema italiano di «ragazzi e sentimenti», già saturo di pellicole, non aveva proprio bisogno di un prodotto così. (stefano plateo)

Iago

Il personaggio Shakesperiano di Iago (Nicolas Vaporidis) diventa il vero protagonista di una storia ambientata nella Facoltà di Architettura di Venezia ai nostri giorni. Iago è un laureando di grande talento ma di umili natali, circondato da ricchi blasonati, tra cui spicca Otello, figlio di un architetto di fama mondiale. Sarà proprio Otello, pesantemente raccomandato, a defraudare Iago dei propri meriti di studio e a occupare il suo posto di responsabile nel progetto di allestimento della Biennale. E sarà ancora Otello a portargli via l’oggetto del suo desiderio, Desdemona, (Laura Chiatti), di cui Iago è perdutamente innamorato da tempo, e che è la figlia del Rettore, (Gabriele Lavia). Nella convinzione che la vita sia una commedia di ingiustizie, e che solo chi agisce prima degli altri avrà modo di vincere, Iago scatenerà una lotta senza quartiere intessendo una rete di inganni e menzogne,per recuperare ciò che gli spetta di diritto e conquistare l’amore di Desdemona.

Gli amici del bar Margherita

Bologna, 1954. Taddeo (Pierpaolo Zizzi), un ragazzo di 18 anni, sogna di diventare un frequentatore del mitico Bar Margherita che si trova proprio sotto i portici davanti a casa sua. Con uno stratagemma, il giovane diventa l’autista personale di Al (Diego Abatantuono), l’uomo più carismatico e più misterioso del quartiere. Attraverso la sua protezione, Taddeo riuscirà ad essere testimone delle avventure di Bep (Neri Marcorè), innamorato della entra îneuse Marcella (Laura Chiatti); delle peripezie di Gian (Fabio De Luigi), aspirante cantante e vittima di uno scherzo atroce; delle follie di Manuelo (Luigi Lo Cascio), ladruncolo e sessuofobo; delle cattiverie di Zanchi (Claudio Botosso), l’inventore delle cravatte con l’elastico; delle stranezze di Sarti (Gianni Ippoliti), vestito giorno e notte nel suo smoking e campione di ballo. Pernon parlare del contesto dove Taddeo vive con mamma (Katia Ricciarelli) circuita dal medico di famiglia e il nonno (Gianni Cavina) che perde invece la testa per una prosperosa maestra di pianoforte (Luisa Ranieri). Ma alla fine, Taddeo che tutti chiamavano “Coso” ce la farà ad essere considerato uno del Bar Margherita.

Avati disegna il solito universo arcaico di perdenti di provincia tra ricordi, amarezze, sentimenti, disillusioni. Ma il copione, inevitabilmente episodico, stavolta è tirato via in più di una situazione, tra fellinismi spudorati e un’inquietante misoginia. Colonna sonora di Lucio Dalla.