Cambio di gioco

Joe Kingman (Dwayne “The Rock” Johnson) è riuscito ad ottenere tutto quello che ha sempre desiderato: è il quarterback di una squadra di Boston in lizza per la vittoria del campionato di football, è ricco, famoso, e soprattutto circondato da ammiratrici.

Ma la sua vita da scapolo impenitente viene all’improvviso sconvolta dal la scoperta di avere una figlia di sette anni, Peyton (Madison Pettis) nata dalla breve relazione con una donna che non lo aveva mai informato della nascita della piccola.

La bambina porta scomplio nell’esistenza da superstar di Joe, che si trova costretto a dividersi tra le esigenze della figlia e i suoi impegni mondani, ai quali dovrà cominciare a rinunciare, con grande disappunto della manager di ferro che organizza la sua vita, Stella (Kyra Sedgwick). Tra mille divertenti imprevisti, Joe capisce che le cose cui aveva fino ad allora dato valore non sono nulla in confronto all’amore per Peyton e alla gioia di vederla felice.

Personal Velocity – Il momento giusto

Tre storie di donne, una diversa dall’altra, ma con qualcosa in comune, il
personal velocity,
ovvero il tempo in cui nella propria vita accade qualcosa per puro caso o per volontà. Delia (Kyra Sedgwick) è una madre di tre bambini, sposata con un operaio e figlia del primo hippy del suo quartiere. Ha conosciuto il marito ai tempi della scuola, quando era la ragazza più popolare. Ora il marito la picchia, ma lei lo ama troppo per lasciarlo. Un giorno, dopo l’ennesima lite, Delia decide di andare via, se non altro per il bene dei suoi bambini. Va a Nord in cerca di una vecchia amica. Cambia vita in questa nuova cittadina e riacquista quella consapevolezza e forza che il marito le aveva annientato. Greta (Parker Posey), invece, è figlia di un importante avvocato di Manhattan, lavora in una casa editrice ed è sposata con un giornalista gentile, ma banale e poco interessante. Per reazione al padre ambizioso, Greta ha cercato una vita tranquilla, ma la sua irrequietezza viene fuori con una buona offerta di lavoro. Paula (Fairuza Balk) è in macchina, ha appena assistito a un incidente che poteva coinvolgerla mortalmente. Ha litigato con il suo fidanzato, aspetta un bambino e ha caricato in auto un autostoppista. L’incontro con questo ragazzino le farà aprire gli occhi e la riporterà sulla strada giusta. Si allontana sorridendo, con lo sguardo di chi finalmente ha capito tutto. Tratto dalla fortunata serie di racconti di Rebecca Miller, figlia di Arthur, che dopo aver intrapreso la carriera di attrice, pittrice e di scrittrice si è cimentata dietro la macchina da presa. Premiato al Sundance Festival 2002 con il Premio della Giuria e al Festival di Locarno 2002,
Personal Velocity
è interamente girato in digitale. Le prime due storie fanno parte dell’omonima raccolta di racconti, mentre la terza è stata scritta appositamente per il film, per fare da raccordo alle altre. Tre donne accomunate dalla voglia di essere artefici del proprio destino e dal desiderio di sentirsi rassicurate e protette da un punto di vista emotivo. Crudo in alcuni passaggi, molto realistico, senza troppi fronzoli, asciutto e diretto, come un pugno allo stomaco. Una pellicola destinata a diventare un vero e proprio cult per le donne del terzo millennio.
(andrea amato)

Loverboy

Storia di una donna il cui unico scopo nella vita è avere un figlio e nutre la sua ossessione soffocandolo di attenzioni e affetto nei modi più sbagliati possibili, mentre tutti intorno a lei sembrano non rendersene conto — o sono troppo scemi per farlo. Il regista Bacon trasforma il romanzo di Victoria Redel su una donna instabile in un film instabile, con sua moglie Sedgwick nel ruolo principale. Bacon s’impegna molto, ma non riesce a rendere interessante o credibile questo eccentrico racconto. Sosie e Travis Bacon, i figli di Kevin e Kyra, appaiono in piccoli ruoli.

The Woodsman

Dopo dodici anni di prigione, Walter esce in libertà vigilata e si trasferisce in una grigia anonima cittadina di provincia. Trova lavoro in un deposito di legnami, dal figlio del suo precedente padrone; è un grande lavoratore e un abile artigiano e cerca di reinserirsi e di nascondere il motivo per cui ha scontato una così lunga pena. Purtroppo il crimine è uno dei più odiosi, si tratta di pedofilia, anche se attuata senza atti di estrema violenza, come talvolta accade. È come se, in quelle bambine avvicinate, Walter ricercasse sensazioni e turbamenti provati, quando era piccolo, con la sorellina minore; quella sorella che, ora sposata e madre, rifiuta di parlargli e fargli conoscere la nipote. Nella solitudine e nel disprezzo che lo circonda – ogni tanto viene visitato da un poliziotto sospettoso che lo insulta e lo fa sentire colpevole senza riscatto – unica luce è l’amore di una compagna di lavoro. Vickie è un tipo particolare, libera e indipendente, lo ama anche quando viene a sapere del suo segreto, certa che in Walter c’è qualcosa di buono che lo libererà dalle ossessioni. Anzi, raccontando di come da bambina, unica femmina con tre fratelli, ognuno di loro di lei avesse approfittato di lei, gli fa capire di come la sua «colpa» si annidi anche in complessi familiari apparentemente «normali». «Li odierai, allora» le chiede Walter. «Niente affatto, ora sono tre buoni padri di famiglia e li amo teneramente».

Accanto a questa parte di reinserimento psichico, che avviene sia tramite l’amore che tramite lo psicologo-psicanalista che l’ex-detenuto è obbligato a frequentare, il regista ne inserisce un’altra, più legata a moduli di storia a suspense. Perché Walter, che ha trovato un appartamento di fronte a una scuola elementare, sbirciando dalla finestra fors’anche per attrazione poco innocente, si accorge di un pedofilo che gira intorno ai piccolini offrendo caramelle e cercando di farli salire in macchina. Qui mi fermo, senza togliere al lettore che vorrà andare a vedersi il film il gusto di seguire l’evolversi della vicenda.

Ricavato da una pièce teatrale di Steven Fetcher, che insieme al regista, Nicole Kassel collabora alla sceneggiatura, il film ne conserva gli aspetti per la predominanza dei dialoghi, la drammatizzazione dialettica e l’uso della confessione liberatoria, anche se non manca una straordinaria ed efficace resa di esterni, come le scene sul posto di lavoro e quella, carica di tensione e di angoscia, con la bambina nel parco, fulcro nodale della storia.

Strilli pubblicitari accomunano questo film a
Mystic River
di Clint Eastwood, di cui però non possiede la varietà e la complessità drammatica, il cupo profondo pessimismo. Rischia anzi di sciupare la minuta e sottile analisi, evidenziata dalla straordinaria interpretazione di Bacon, offrendo un lieto fine troppo accomodante, troppo consolatorio e, infine, poco convincente. Tra i pregi del film, comunque insolito e coraggioso, una novità
politically uncorrect:
finalmente due neri, la segretaria della falegnameria e il poliziotto-custode, odiosissimi.
(piero gelli)

Singles – L’amore è un gioco

La vita fra i singles di Seattle; per niente facile. Vivace commedia seria con alcune piacevoli caratterizzazioni (soprattutto da parte di Scott e della Sedgwick), ma mai così solida — o perspicace — come ci si poteva aspettare. Il film ha un sacco di musica, di ambientazione e di stile, ma anche una sceneggiatura piuttosto discontinua. Eric Stoltz (che è apparso in tutti i film del regista), Tom Skerritt e Peter Horton hanno dei divertenti cammeo.