La troviamo a Beverly Hills

Il solito racconto smaccatamente per teen-ager, protagonisti tre ragazzi che hanno appena preso la maturità e dirottano su L.A. nel 1962 per cercare il loro idolo, Marilyn Monroe. In definitiva innocuo, ma lo avete già visto un milione di volte. Uno dei produttori esecutivi è Penny Marshall.

Scary Movie

Potrebbe sembrare un paradosso, eppure non era facile fare un film come Scary Movie . Il tentativo di costruire novanta minuti intorno a elementi già dati – ovvero attingere a piene mani da stereotipi e immagini del cinema dell’orrore di questi anni, parodiandoli e buttandoli sul ridere – rischiava di afflosciarsi dopo cinque minuti, perché è assai difficile infilare una dopo l’altra scenette-copia a significante rovesciato che possano avere pure un senso d’insieme. Insomma, c’era la possibilità di cuocere soltanto uno spiedino di sketch da una manciata di pellicole ( Scream, Matrix, I soliti sospetti, Il sesto senso ) con poco o alcun collante tra gli stessi: la noia e l’inutilità sarebbero state sovrane. Invece il regista e i fratelli co-sceneggiatori dimostrano acume: girano un film che è sì un susseguirsi di momenti conosciuti (la base è la storia di Scream – con una ragazzina e i suoi amici terrorizzati dal killer mascherato – interpolata da elementi provenienti da altre fonti), ma fortunatamente funziona anche come oggetto complessivo. Oggetto che, soprattutto, non è tanto una parodia quanto un film di genere a senso compiuto, che utilizza meccanismi derivativi armonizzandoli in maniera da farli coagulare. Non è poco. E poi Scary Movie è finalmente quella pellicola sozzona, (h)ardita e sanamente triviale – e di marcato segno omoerotico – che decine di orrori passati sullo schermo negli ultimi tempi (da American Pie ad American School ) aspiravano a essere. Numerose le sequenze da sganasciarsi: il glory hole nella toilette del cinema, l’amplesso con eruzione finale, la lotta a mo’ di Matrix con una specie di polka inclusa. Sarebbe da vedere rigorosamente in lingua originale. Da noi è passato miracolosamente col divieto ai 14 anni: quindi, si spera, totalmente uncut. (pier maria bocchi)

Auto Focus

Bob Crane (Greg Kinnear) è il fortunato presentatore radiofonico del programma mattutino
Gene Krupa alla batteria… eh, no signori, era il sottoscritto ad avere in mano le bacchette,
nella Los Angeles del 1964. Crane è felicemente sposato e padre di due bambini, va a messa la domenica e conduce una vita ineccepibile. Il suo agente gli propone il ruolo principale in una puntata pilota di una nuova serie televisiva: una commedia ambientata in un campo di prigionia all’epoca della seconda guerra mondiale. Crane è dubbioso, ha paura del progetto, ma alla fine accetta e il programma diventa un cult, con il titolo
Gli eroi di Hogan.
Intanto la moglie scopre riviste pornografiche in garage e così viene alla luce la passione di Crane per le donne nude. L’incontro con un tecnico audio-video, John Carpenter (Willem Dafoe), cambierà completamente la sua vita, portandolo a una totale dipendenza per il sesso: «Un giorno senza sesso è un giorno sprecato». La sua popolarità, unita ai piaceri della carne e alla passione per la fotografia, fanno di Bob Crane un lascivo personaggio che manda all’aria la carriera e due matrimoni. Quasi nel baratro decide di abbandonare il suo amico di scorribande e di cercare di rimettersi in carreggiata. Ma una notte…
Auto Focus
è la vera storia di Bob Crane, tratta dal libro di Robert Graysmith
The Murder of Bob Crane.
Una pellicola vivace, dotata di humour e risvolti noir. Il decadimento morale di Bob Crane, abbinato al morboso rapporto con John Carpenter. E poi la sua ossessione maniacale per riprendere e fotografare i suoi amplessi. I due attori principali, Greg Kinnear e Willem Dafoe, appaiono molto credibili e ben calati nei personaggi. Ma la cosa migliore della pellicola, oltre alla storia, è la regia. Paul Schrader, man mano che la vicenda procede, cambia progressivamente metodo di direzione e di ripresa, arrivando in alcuni punti anche alla presa diretta. Interessante anche il lavoro fatto sulla fotografia del film. Si può vedere.
(andrea amato)