Vallanzasca – Gli angeli del male

Milano, anni settanta. Renato Vallanzasca e la sua banda sono al centro di una serie di crimini, arresti e fughe dal carcere. Quando la gang irrompe sulla scena il mondo della malavita è dominato dal potere incontrastato di Francis Turatello, detto “Faccia d’angelo”.

Renato, portato fin da giovane alla carriera criminale, è ora a capo di un gruppo di amici di infanzia, tossici e piccoli delinquenti, che passano dalle rapine ad una catena di omicidi. Il denaro scorre e la banda si dà alla bella vita. Intanto Vallanzasca incontra Consuelo, una bellissima e disinvolta ragazza meridionale che si trova con lui nel momento del primo arresto e gli resterà accanto fino all’evasione da San Vittore, 4 anni e mezzo dopo.

Ma il periodo di latitanza si conclude con l’uccisione di due poliziotti presso il casello di Dalmine, che porterà poco dopo all’arresto del boss. La detenzione a Rebibbia gli da l’occasione di chiarirsi con il nemico Turatello. Gli anni seguenti sono segnati da passaggi da un carcere all’altro, processi e fughe rocambolesche.
Dopo l’ennesima evasione Renato rivede Antonella, sua amica d’infanzia, che gli era stata accanto per tutta una vita. Ma ancora una volta la latitanza si conclude in una sera d’estate.

Il ragazzo dal kimono d’oro

Raggiunto il padre nelle Filippine, un ragazzo di quindici anni viene brutalmente malmenato da un teppista per aver difeso la famiglia di una ragazza del luogo. Abbandonato privo di sensi nella foresta, il giovane viene soccorso da un anziano maestro di arti marziali. Quasi ridicola imitazione nostrana del più noto
Karate Kid
(a sua volta copia sbiadita dei film di kung fu Made In Hong Kong).
(andrea tagliacozzo)

Piano, solo

Subito dopo aver brillantemente superato gli esami di pianoforte al Conservatorio, Luca Flores si innamora del jazz grazie a un disco di Bud Powell che due musicisti gli fanno ascoltare per convincerlo a suonare con loro. Inizia così una brillante carriera, funestata da un quasi perenne stato di disagio che lo porterà a suicidarsi nel 1995, non ancora quarantenne. Tratto da Il disco del mondo, libro di Walter Veltroni uscito nel 2003.

Romanzo criminale

Romanzo criminale

mame cinema ROMANZO CRIMINALE - STASERA IN TV scena
Il Libanese, il Freddo e il Dandi

Diretto da Michele Placido, Romanzo criminale (2005) è ambientato a Roma negli anni ’70. Quattro ragazzini rubano un’auto e a un posto di blocco investono un agente. Riescono comunque a scappare e a nascondersi nel loro rifugio, una roulotte vicino alla spiaggia. Quella notte decidono i loro soprannomi: si chiameranno il Libaneseil Dandiil Freddo e il Grana. Poco dopo arriva la polizia: Libano rimane ferito ad una gamba, Freddo viene fermato, Dandi scappa e Andrea, vero nome del Grana, muore per le ferite riportate durante la corsa con l’auto rubata.

Anni dopo, il Libanese (Pierfrancesco Favino), il Dandi (Claudio Santamaria) e il Freddo (Kim Rossi Stuart), insieme ad altri delinquenti, danno vita alla banda della Magliana, conquistando la capitale. Diventano infatti i padroni assoluti del traffico di droga, della prostituzione e del gioco d’azzardo. Ma il commissario Nicola Scialoja (Stefano Accorsi) dà loro la caccia.

Curiosità

  • La pellicola è tratta dall’omonimo romanzo del 2002 scritto da Giancarlo De Cataldo ed edito dalla casa editrice Einaudi.
  • Il film si è aggiudicato ben otto David di Donatello 2006 e cinque Nastri d’argento.
  • Il regista Michele Placido appare brevemente nel ruolo del padre di Freddo mentre l’autore del romanzo, Giancarlo De Cataldo, interpreta il giudice che legge la sentenza di condanna per i componenti della banda.
  • In sede di montaggio è stata tagliata circa mezz’ora di girato, che verrà successivamente pubblicata nella seconda edizione del DVD del film, uscito il 7 novembre 2007. La parte tagliata comprende i discorsi di Silvio Berlusconi e i “cavalli” di Vittorio Mangano e il ritrovamento e segnalazione al SISMI di Aldo Moro.
  • Non tutti i membri della banda si conoscevano da bambini: il Libanese (nella realtà Franco Giuseppucci) era amico di Dandi (nella realtà Enrico De Pedis) e fece conoscenza con il Freddo (nella realtà Maurizio Abbatino) in seguito al furto della sua automobile.
  • Franco Giuseppucci non aveva un problema alla gamba come mostrato nella pellicola, bensì un occhio di vetro a causa di un incidente.

RECENSIONE

Tentativo coraggioso e appassionato di portare sul grande schermo Romanzo criminale di Giancarlo De Cataldo. Vi si racconta la storia della Banda della Magliana e, intrecciata a essa, la storia di quindici anni (fra il ’77 e il ’92) di misteri d’Italia, con i quali la potente organizzazione romana è venuta più o meno direttamente a contatto. Dal caso Moro, alla Strage di Bologna: la Banda della Magliana, un potere criminale dei più ramificati (e sottovalutati) a partire dagli anni Settanta, ha sempre saputo e visto qualcosa in più. Ma il film non si esaurisce qui. Si tratta infatti di un gangster movie teso e potente. Che racconta l’ascesa di alcuni ragazzetti di periferia divenuti in breve tempo la spina dorsale di una nuova, onnipresente organizzazione criminale.

Un kolossal all’italiana: cast ricco di nomi famosi, risorse imponenti, durata ampia. Alla Cattleya si sono associate l’inglese Crime Novel Films, la francese Babe e soprattutto la Warner Bros. Il risultato si vede nella cesellatura di scene come quella dell’esplosione della bomba a Bologna ma anche nell’aggregazione di un cast imponente, dalle figure principali a quelle dei comprimari.

Ed è proprio sugli attori che un decano del set come Placido compie il lavoro migliore. Tutti i protagonisti sono decisamente in parte e mettono in mostra una complicità che dal set deve essersi trasferita alla pellicola. Belli e dannati che rievocano il gangster movie di qualche decennio fa, con grinta e le battute giuste in bocca agli attori giusti. Rossi Stuart sa cambiare espressioni per dare ragione della sua inquietudine, Favino e Santamaria sono perfettamente credibili nei loro ruoli, la Mouglalis e Accorsi sono intensi. E altrettanto si può dire di molti comprimari: dallo Zio Carlo, al Terribile, a Carenza. Il risultato è un film corale, senza primattori. Così come la Banda della Magliana non ha mai avuto capi indiscussi e durevoli.
Le atmosfere risultano in genere tese e credibili, la violenza bene misurata, le psicologie dei personaggi principali emergono al di là degli stereotipi. Ma se la sceneggiatura è di buona qualità un merito importante se lo prende De Cataldo che ha scritto un romanzo molto cinematografico, semplificando il lavoro di Placido con Rulli e Petraglia. Siamo comunque di fronte a un lavoro coinvolgente e credibile, superiore alle prove recenti del regista. In particolare per quanto riguarda le storie dei personaggi della Magliana e di coloro che gli sono ruotati intorno. Offrono invece il fianco a qualche appunto le parti in cui la storia della banda si intreccia con gli eventi storici: per quanto le ricostruzioni siano coinvolgenti, proporre delle tesi in merito è sempre un azzardo. Placido non batte strade troppo impervie e accetta comunque un rischio non da poco affrontando questi snodi narrativi: un coraggio che va premiato al di là di un risultato ideativo e tecnico comunque valido.

Romanzo Criminale è un film forte e denso. Non brilla per l’originalità dello stile, ma funziona per la sua coerenza ed efficacia. In verità il gusto spesso patinato della regia – e della produzione tutta – risulta qua e là naif o fastidioso. Ma il film mantiene un buono spessore civile e un’intensità drammatica costante. Ce n’è per tutti: per chi subisce la fascinazione dei belli e cattivi, per chi cerca storie umane al limite, per chi vuole cinema d’azione e per chi si interessa alla cronaca e alla storia del nostro paese. Di questi tempi in Italia non è poco. (stefano plateo)

Questione di cuore

Attraverso uno schema narrativo vecchissimo, e per questo sempre nuovo, adoperato addirittura già nell’Iliade. Aiace ed Ettore, guerrieri di eserciti diversi, nel libro settimo si feriscono in duello e vengono ricoverati nella stessa tenda. E avviene l’incontro fra mondi inconciliabili, che la malattia e la paura della morte rendono più disponibili e percettivi.

Sceneggiando il romanzo quasi-autobiografico di Umberto Contarello, la Archibugi ritrova la strada della commedia all’italiana, giocata sullo scontro di due caratteri opposti a cui i protagonisti offrono tutta la loro carica di simpatia. Il tema certo non attraente della morte è alleggerito da numerose e divertenti scenette.

Le chiavi di casa

Per una serie di occasioni collegate alla manifestazione veneziana, una pioggia di osanna ha salutato il film di Amelio.
Ancor prima di averlo visto, al Lido, si mormorava con asseveratezza che era bello. E come poteva non esserlo: il romanzo di Pontiggia da cui derivava, Nati due volte, lo è; il tema, quello del rapporto tra un padre e un figlio con handicap, importante e lancinante; il regista, di quelli che non deludono mai sull’impegno e sul rigore. Ora, non intendo fare il bastian contrario, né asserire che l’appuntamento è mancato, ma solo sottolineare quanto l’uggioso coro degli assensi, e politici e critici, generi una sorta di fastidio che riverbera negativamente sul film, per quel troppo che è stato detto e soprattutto predetto.
Il quale film a me sostanzialmente è piaciuto, per l’asprezza e l’asciuttezza con cui Amelio tratta un argomento che nel cinema di solito genera lacrimose consolazioni (basta pensare a quell’ Ottavo giorno che qualche anno fa fu premiato a Cannes).
Qui ogni antefatto è eliminato o ridotto al minimo, ogni snodo narrativo è essenzializzato al massimo; per concentrare l’attenzione unicamente sul rapporto padre/figlio, il regista sceglie di ambientare il film a Berlino e nessuno dei due parla il più spiccio basic tedesco. Unica voce a interloquire, e a illuminare la coscienza dello sprovveduto genitore protagonista (e di noi spettatori) è quella della madre di una ragazza afflitta da una ben più grave disabilità. La madre, una stupenda Charlotte Rampling, consiglia al giovane padre di leggere il libro di Pontiggia, «perchè ci riguarda» gli dice. Ed è l’unico riferimento diretto al romanzo in questione, mentre la promozione Rai aveva accreditato e contrabbandato una trasposizione più o meno fedele.
Di fedele invece c’è solo spirito, e l’esplicazione di quell’intuizione che il bellissimo emozionante racconto di Pontiggia evidenzia fin dal titolo; e che il film invece in qualche modo banalizza – nel film la giovane madre muore mettendo al mondo il figlio e il padre per oltre quindici anni non vuole neanche vederlo e si rifà un’altra moglie e un altro figlio; beh! siamo ben lontani dal libro! Senza indulgere in facili effetti patetici, con grande linarità e concentrazione, Amelio segue l’evolversi di un dialogo difficile, con crescente tensione, affidando il ruolo coreutico (che commenta e spiega) alla madre francese interpretata dalla Rampling, e alterna scene di angosciosa drammaticità ad altre ricche di tenerezza e perfino di comicità.
Il merito qui è dell’adolescente protagonista, Andrea Rossi, che sa rendere perfettamente luci e ombre di una mente oscura e lontana ed è merito anche del bravissimo Kim Rossi Stuart, quasi soffocato dall’imbarazzo e dal senso di colpa, disperato e goffo nei suoi tentativi di instaurare un rapporto col ragazzo; rapporto difficile, forse impossibile, che il regista chiude ambiguamente col pianto dirotto del padre, consolato dal figlio, come un trapasso di maturità. Grande scena, come tante altre. Eppure, eppure, qualcosa, nel film, non funziona, non convince, non coinvolge. Il film ha qualcosa di troppo dimostrativo, di troppo didattico, di troppo freddamente ragionato, vi manca quel tocco di trasgressività poetica che c’era invece ne Il ladro di bambini e ne Il piccolo Archimede. (piero gelli)

Il ragazzo dal kimono d’oro 2

Appena arrivato in uno splendido college degli Stati Uniti, Anthony, campione di karate, deve fare i conti con la prepotenza di Dick e dei Tigers, la banda da lui capeggiata. Mediocre seguito dell’altrettanto scadente
Il ragazzo dal kimono d’oro,
ovvero la versione casereccia dell’americano
Karate Kid.
(andrea tagliacozzo)

Al di là delle nuvole

La figura di un regista, che si muove tra Portofino e Parigi, è il pretesto per raccontare quattro storie d’amore con occhio cinico, ma sognante. Un film patinatissimo (patrocinato da Wenders, che rende omaggio all’allora ultraottantenne regista italiano), ma mancante dell’energia e della forza espressiva proprie delle opere migliori di Antonioni. Negli episodi-cornice, girati dal solo regista tedesco, il narratore (Malkovich) conversa con una donna. Tornato sul set dopo una lunga malattia e amorevolmente aiutato da Wenders, Antonioni porta coraggiosamente in scena il proprio tormento d’artista, ossessionato dalla ricerca della vera immagine assoluta ma insieme conscio che ogni suo sforzo è destinato a fallire. Inevitabile che possa irritare l’opera di un regista che porta in scena la storia del proprio scacco, “la rinuncia dello sguardo” che si interroga cosa c’é al di là delle nuvole (e delle immagini).

Pinocchio

Rotola un tronco di pino nel borgo ottecentesco. Come una furia abbatte persone, animali, gendarmi, uomini galanti, bancarelle con la frutta… E si ferma davanti a una casa. La casa di Geppetto, il falegname. Che prende il tronco, gli dà un bacio perché la legna è bella e comincia a lavorare di scalpello. Vuol farne un burattino: «Ti chiamerò Pinocchio, dal pino». Così entra in scena Pinocchio con il suo abituccio bianco e rosso e il cappello a punta di pasta di pane. Prima aveva fatto la sua apparizione la Fata Turchina, su una carrozza bianca trainata da centinaia di topolini. E aveva regalato la luce a quel paesello toscano. Ma adesso cominciano le avventure di Pinocchio. «Quante ne ho fatte, quante me ne son capitate…», è il suo intercalare quando passa di avventura in avventura. E la storia è nota: Geppetto vende la giacca per comprare l’abecedario al suo figliolo e il suo figliolo lo rivende per entrare nel teatrino dei burattini. Nel teatro le marionette lo riconoscono e Mangiafuoco lo fa prigioniero, ma poi si intenerisce e gli regala cinque zecchini. Pinocchio è libero di tornare da Geppetto per aiutarlo, ma incontra il Gatto e la Volpe che lo raggirano per prendergli i soldi. E poi Lucignolo, il paese dei Balocchi, il Grillo Parlante, ma soprattutto la buona e bella Fata Turchina, e ancora il Pescecane, i ragazzi trasformati in ciuchini… Finché Pinocchio diventa buono, non dice più le bugie, ha capito cos’è il bene e cos’è il male. E allora vestito finalmente come un bambino, la giacchetta blu elettrico tutta abbottonata e i pantaloni corti, va finalmente a scuola. Ma la sua ombra, a scuola, non ci vuole entrare e, rasente i muri, si allontana, segue la farfalla azzurra e spazia sui meravigliosi colli toscani.

È il
Pinocchio
di Roberto Benigni, classico, ottocentesco, toscano. Di più, la maschera di Pinocchio secondo Roberto Benigni. Che ha fatto un film perfetto. Perfetto nella scenografia, nei personaggi, uno più azzeccato dell’altro, nei costumi, nei trucchi, nelle ricostruzioni del borgo toscano dei tempi di Collodi. Il massimo che Benigni potesse raggiungere grazie a Danilo Donati, che ha firmato le scenografie e che è scomparso durante la produzione (il film è dedicato a lui), grazie agli effetti speciali (il tronco, il naso che si allunga, i topolini digitali che tirano la carrozza, il Grillo Parlante piccolo piccolo, la balena…) e grazie agli attori che hanno fatto minuscole e grandi parti. Da Carlo Giuffré nei panni di Geppetto, ai Fichi d’India, indovinatissimi Gatto e Volpe, a Kim Rossi Stuart, credibile e simpatico Lucignolo, a Corrado Pani in una apparizione fugacissima dallo scranno del giudice con il lecca-lecca in mano. E ancora Peppe Barra che fa quell’antipatico del Grillo parlante, Alessandro Bergonzoni, il cattivo padrone del circo… E poi certo Roberto Benigni e Nicoletta Braschi. La signora Benigni, nei costumi strepitosi della Fata Turchina, è una fata leggiadra, ma che suona un po’ falsa e un po’ fredda, con le sue lezioncine e i suoi sorrisi sempre uguali. E Roberto Benigni, che dopo gli Oscar per
La vita è bella
è riuscito a mettere in piedi questo kolossal da 40 milioni di euro (4000 comparse, 28 settimane di lavorazione, una troupe di 150 persone, 477 giocattoli costruiti per il Paese dei Balocchi…), è finalmente Pinocchio. Un vecchio progetto Benigni-Fellini e primo amore letterario (e poi nelle versioni di Guardone e di Comencini): lui è un burattino in carne e ossa, che si agita, salta, sgambetta, inciampa, corre… alla Benigni. Non è ingenuo, è furbetto, anche cattivello (un po’ meno del monellaccio di Collodi), simpatico nel suo dirsi che cosa è bene fare e ostinarsi a fare quel che non deve. Ma non convince fino in fondo, forse perché, come ha detto Nicola Piovani, l’autore delle musiche (non indimenticabili come quelle de
La vita è bella),
il Pinocchio di Benigni «è una maschera». Il regista-protagonista, anche per evidenti questioni d’età non può fare lo scolaretto, né il monello. Ma fa la maschera del giamburrasca. È un’astrazione, è la sua idea di Pinocchio, più che la sua raffigurazione. E questo è un limite, anche perché gli altri personaggi sono molto più convincenti. Proprio per questo, nel
Pinocchio
di Benigni, si fatica a trovare la magia, l’atmosfera di favola, magari la malinconia, l’infanzia (già, dove sono i bambini?), il sogno…
(d.c.)