Il momento di uccidere

Una coppia di bianchi sbandati violenta e massacra una bambina nera nel Mississippi. Il padre della piccola li uccide mentre vengono portati in tribunale per l’udienza preliminare. Difenderà l’uomo un giovane avvocato bianco con un’assistente d’eccezione, la bellissima studentessa di legge Sandra Bullock. Ma se la dovrà vedere con un arrogante e cattivo pubblico ministero (Kevin Spacey). Ci sarà un processo e l’avvocato riuscirà a dimostrare l’infermità mentale del padre assassino, facendolo assolvere… Drammone tratto da un romanzo di John Grisham dove si mescolano tutti i temi possibili: razzismo, giustizia, famiglia … in una carambola di improbabili avventure tra Ku Klux Klan, omidici, violenze, incendi, vendette, ricatti, minacce. Vincerà la giustizia, ma che fatica arrivare alla fine.

Linea mortale

Cinque studenti in medicina decidono di tentare un ardito esperimento. Portandosi a turno in uno stato di morte temporanea, riescono scoprire cosa ci cela oltre la vita. La prova, benché riuscita, contribuisce a risvegliare nei cinque giovani i fantasmi del passato, i sensi di colpa che, in forma diversa per ognuno di loro, si materializzano nella vita reale. Il soggetto è intrigante, l’esecuzione decisamente meno, nonostante il buon cast. Ma in seguito Joel Schumacher – in precedenza autore dell’interessante horror
Ragazzi perduti
– farà anche di peggio. La Roberts tornerà a lavorare con il regista in
Scelta d’amore
.
(andrea tagliacozzo)

Riflessi di paura – Mirrors

Ben Carson (Kiefer Sutherland) non se la passa molto bene. E’ passato quasi un anno da quando è stato sospeso dal NYPD per aver sparato e ucciso un altro membro sotto copertura, un incidente che non soltanto gli è costato il posto, ma che lo ha spinto verso l’alcoolismo e a nutrire un rancore che ha allontanato sua moglie e i ragazzi, portandolo a trasferirsi sul divano di sua sorella. Desideroso rimettere a posto la sua vita e ritrovare una sintonia con la sua famiglia, Carson accetta di lavorare come guardiano notturno alle rovine dei grandi magazzini Mayflower devastati dal fuoco. Quando Carson fa un giro tra gli inquietanti resti carbonizzati dell’edificio, inizia a notare qualcosa di sinistro negli elaborati specchi che adornano le pareti della Mayflower. Infatti, riflessi nei giganteschi specchi ci sono delle immagini orribili che lo sconvolgono. Oltre a proiettare delle sconvolgenti immagini del passato, gli specchi sembrano anche manipolare la realtà. Mentre Carson indaga sulla misteriosa sparizione di una guardia di sicurezza della Mayflower e i suoi possibili legami con le spaventose visioni di cui soffre, capisce che una forza malvagia ed ultraterrena sta utilizzando i riflessi come un portale per terrorizzare lui e la sua famiglia. Per avere qualche speranza di salvare sua moglie e i figli da una morte orribile, Carson deve in qualche modo scoprire la verità dietro agli specchi e convincere Amy ad aiutarlo a combattere il male peggiore che lui abbia mai affrontato.

Imbarazzante la performance di Sutherland, praticamente incredibile in qualsiasi ruolo che non sia l’agente Bauer della serie televisiva ’24’.

Young Guns – Giovani pistole

Sei giovani teppisti, presi sotto la protezione e inciviliti da un gentiluomo britannico (Stamp), trovano difficile mantenere il proprio equilibrio quando vengono abbandonati a se stessi e scagliati in un impeto di violenza dalla loro nuova recluta William Bonney, che ben presto sarà meglio noto come Billy the Kid (Estevez). Un western pensato in chiave contemporanea, che adotta il linguaggio e le sensibilità proprie degli anni Ottanta ma sconta una trama che presenta tanti buchi quanto alcune delle vittime di Billy. Comunque passabile, con interpretazioni avvincenti. Provate a riconoscere Tom Cruise nei panni di un bandito che viene colpito. Con un sequel.

Stand By Me – Ricordo di un’estate

Da un racconto di Stephen King intitolato
The Body.
In una cittadina americana dell’Oregon, quattro adolescenti partono per un’escursione lungo i binari della ferrovia e s’inoltrano nel bosco alla ricerca del cadavere di un ragazzo scomparso da qualche giorno. Un sguardo affettuoso e intelligente sul mondo dell’adolescenza. Rob Reiner, già autore dell’ottimo
Sacco a pelo a tre piazze,
è abilissimo nel dirigere i suoi giovani attori. L’attore Richard Dreyfuss fa una breve apparizione nella parte del narratore (è uno dei ragazzi, ormai divenuto adulto e scrittore affermato).
(andrea tagliacozzo)

A distanza ravvicinata

Molti dei film di James Foley, come questo A distanza ravvicinata e Americani (girato sei anni dopo), meriterebbero di essere presi in considerazione anche solo per le straordinarie performance degli attori. Qui Foley – complici la dimensione tragica, le atmosfere dense e l’azione cruenta da thriller a sfondo criminale – tiene quasi a battesimo due caratteri assolutamente inquieti come Sean e Chris Penn, fratelli nella vita come nel film. Brad e Tommy Whitewood dovranno vedersela con l’uomo che li ha assoldati nella gang, Brad Whitewood sr. (Christopher Walken), loro padre, disposto a tutto pur di conservare il suo ruolo di leader. Interamente giocato sugli eccessi violenti, fisici e psicologici, il film potrebbe essere accostato ad alcuni dei capolavori di Abel Ferrara. (anton giulio mancino)

Flashback

Un giovane e perbenista agente dell’Fbi (Sutherland) riceve l’ordine di portare un militante politico “underground”, evaso ma recentemente catturato, sulla scena del delitto da lui commesso negli anni Sessanta: l’interruzione di un comizio di Spiro Agnew. Snervante e prevedibile fino al (sorprendentemente) truculento finale. Masur e McKean, che sembrano improvvisare, sono divertenti nei panni di ex attivisti politici ormai intrappolati in un ambiente borghese.

Ragazzi perduti

Una donna divorziata con due figli adolescenti si stabilisce nella casa del padre in un villaggio della California apparentemente tranquillo. In realtà il posto è infestato da una banda di giovani vampiri motorizzati. Divertente horror giovanilistico, rimane tra le cose più interessanti di uno dei registi più quotati (e sopravvalutati) degli ultimi anni. Tra gli interpreti anche il figlio di Donald Sutherland, Kiefer, che Schumacher tornerà a dirigere un anno dopo in
Linea mortale
.
(andrea tagliacozzo)

In linea con l’assassino

Stuart
Stu
Shepard vive e lavora a New York. Pubblicitario di successo, si divide tra una moglie di cui non è più innamorato e un’amante giovane e carina cui ogni mattina telefona da una cabina per non destare sospetti in casa. Sembra un giorno come tanti altri ma il telefono della cabina comincia a squillare, Stu risponde e uno sconosciuto all’altro capo dell’apparecchio lo avverte di non riattaccare per nessun motivo, altrimenti lo ucciderà. La prima reazione è quella di riagganciare ma l’interlocutore, nascosto chissà dove, uccide a colpi d’arma da fuoco un passante per dimostrare che sta dicendo il vero. In pochi istanti si scatena il panico. Accorrono i poliziotti, la moglie, l’amante e naturalmente i media. Tutti sotto la mira del cecchino. A Stu non rimane che seguire le istruzioni della voce al telefono che lo guida, lo giudica e sembra conoscere di lui molte più cose di quante non dovrebbe…

Fermo da un anno per via delle analogie con quanto accaduto a Washington, terrorizzata per giorni da cecchini che uccidevano persone a caso,
Phone Booth
(cabina telefonica), tradotto banalmente in Italia con
In linea con l’assassino
e definito dallo stesso Joel Schumacher «parabola della paranoia urbana», mantiene vivo l’interesse per tutto il corso della visione. Operazione non facile considerando che, caso rarissimo, la pellicola mantiene la continuità di tempo (la durata del film è esattamente quella della vicenda narrata) e di luogo (la cabina telefonica e la via in cui è situata). Avvalendosi di un ottimo e originale script con soluzioni visive di sicuro impatto emotivo, il regista ha girato la pellicola in soli dodici giorni a Los Angeles (anche se il film è ambientato a New York) e con un budget di un milione di dollari. La scena iniziale in cui si viene proiettati è una citazione del primo Brian De Palma, con l’utilizzo dell’immagine moltiplicata e ripresa da più punti di vista e riesce a restituire ottimamente il senso di schiacciante angoscia del protagonista; angoscia che la stessa ambientazione metropolitana non fa che accrescere a livello esponenziale. Stu è letteralmente circondato dalle centinaia di finestre intorno alla realtà claustrofobia della phone booth, dietro ognuna delle quali potrebbe nascondersi il cecchino. Schumacher mette in scena un «gioco» deliberatamente sadico, che si trasforma in un incubo apparentemente senza via d’uscita: il killer è senza volto (di lui si sente solo la voce) ma onnisciente, controlla le azioni del protagonista dall’alto e sembra avere il semplice scopo di annientarlo psicologicamente prima di ucciderlo. Costante il tema dell’assedio (che il suo abuso sia una coincidenza/circostanza di questi tempi?), la cabina è circondata dai poliziotti convinti che Stu sia responsabile della situazione creatasi e Stu è a sua volta doppiamente e paradossalmente assediato dall’assassino vero e dalla situazione esterna.
Le vere trovate di Schumacher sono principalmente l’ambientazione e la struttura, che risaltano più dei veri e propri temi del film: quelli non certo originalissimi dello psicopatico che agisce secondo una logica «morale» e della comunicazione nelle grandi città. Lo schema tradizionale del thriller metropolitano, quindi, viene completamente stravolto. Spicca in modo inequivocabile l’interpretazione della neo star hollywoodiana Colin Farrell, protagonista al 100 per cento della storia, sempre in scena lungo tutta la durata del film, abile nel rappresentare un «falso» eroe che, nonostante le incongruenze del duplice colpo di scena finale, mostra il lato meschino della faccenda e una personale «metà oscura». Una buona prova per un regista discontinuo che viene ricordato soprattutto per il sopravvalutato
Giorno di ordinaria follia
ma che sembra aver trovato un filone più congeniale alla sua personalità di artigiano del cinema: pellicole di puro intrattenimento, basate su script innovativi e a basso costo.
(emilia de bartolomeis)

Ho solo fatto a pezzi mia moglie

Una delle più sonore bufale da almeno cinquant’anni in qua. La roba di Arau è inguardabile anche se camuffata da primizia iconoclasta, antireligiosa, ricercata e originale. Il macellaio Allen fa a pezzi la moglie Stone che lo tradisce col poliziotto Sutherland e con mille altri. La mano col medio alzato di lei viene trovata da una cieca a El Niño nel New Mexico, dove tutti la prendono per un dono del cielo: compie miracoli. La Chiesa vede scandalo, ma solo perché il prete del paese si titilla nel confessionale con la prostituta Cucinotta. La storiella cretina dell’apparente santa reliquia capace di esaudire i desideri di cittadini che fanno della loro fede un mercato è la prova definitiva che siamo ormai in un paese di imbecilli. I ghirigori formali di Storaro che gira col formato Univision vorrebbero portare il film in territorio Arturo Ripstein, ma fanno piangere. Il mix di grottesco e surreale, volgare demenza e spinta eretica, stanca appena dopo l’inizio, e dopo cinque minuti ti induce a uscire. La comicità è ai livelli dei film con Gigi e Andrea, ma almeno quelli erano sanamente scemi e senza alcun secondo fine. Gli interpreti, poveretti, non sanno cosa guardare dire e fare: uno spreco di dimensioni colossali. Si accomodino pure tutti coloro che riescono a tirar fuori qualcosa di perlomeno sopportabile da questa offesa all’intelligenza di una persona anche meno che comune. (pier maria bocchi)