De-Lovely

In una scena di De-Lovely, musical bio-romanzato del compositore americano Cole Porter, sua moglie, dopo l’ennesimo sgarro alla loro complicità sponsale, decide di lasciarlo, e più o meno dice: «Sopportare tutto questo, soltanto per un pugno di canzoni. Troppo poco». Ma quel pugno in realtà è costituito dalle più belle canzoni che mai siano state scritte nel secolo scorso, superiori a mio avviso a quelle di Gershwin e di Berlin, di una raffinatezza compositiva, sia di musica che di testo, che rivela una conoscenza tecnica raffinatissima.
Infatti, Cole Porter, a Parigi, dopo la prima guerra mondiale, aveva studiato sotto Vincent D’Indy. Tutto questo il film non lo dice, del suo arruolamento nella legione straniera, della sua partecipazione alle vicende belliche e non di un’Europa, dove accorrevano tanti suoi poi famosi connazionali, Hemingway, Dos Passos, la Stein, Fitzgerald e via di seguito.
Il film taglia tutta la giovinezza di Porter e si concentra soprattutto sul suo legame affettivo e coniugale, assai particolare data l’incapacità del musicista di «tenere a freno» il suo cotè omosessuale, che lo porterà negli anni del successo anche hollywoodiano a cadere in mano a ricattatori: siamo negli anni Trenta e il Gay Liberation Front è ancora lontano. In fondo la moglie, interpretata da una splendida Ashley Judd, era da sempre al corrente delle sue predilezioni e non chiedeva che rispetto, discrezione e amore. Amore che Cole Porter comunque nutrì per lei tutta la vita. Infatti dopo a una disastrosa caduta di cavallo, in seguito alla quale perderà una gamba, tornarono insieme fino alla morte di lei.
Il film è costruito con una serie di flash-back, attraverso i quali si ripercorrono momenti della vita del compositore, la vita come palcoscenico; e sulla scena a lui vecchio e sciancato appaiono amici amanti e compagni, e la moglie naturalmente, inclusa la divertente citazione dell’altra pellicola dedicata alla sua vita: con lui vivo, infatti, fu girato nel 1946 Night And Day di Michael Curtiz, con Cary Grant nel ruolo di Porter, naturalmente rigorosamente eterosessuale. De-Lovely – che curiosamente azzera ogni riferimento storico, ambientato com’è in un generico Novecento e dimenticando che Porter ha passato due guerre ed è morto nel ’64 – alterna sequenze esistenziali a numeri musicali, con brani dei suoi musical più noti e le canzoni suoi più celebri, spesso affidate a star come Robby Williams e sono, inutile dirlo, il fascino essenziale di questo film oltre alla recitazione di Kevin Klein, perfetto nel rendere le ambiguità sentimentali del personaggio.
Per il resto, il film è stilisticamente, o meglio strutturalmente, vecchio, sembra girato negli anni Ottanta, sotto l’influsso di Bob Fosse, e capisco come sia stato bistrattato dalla critica. Ma per chi ama il genere, nonostante tutto, sono due ore abbondanti di grande godimento. (piero gelli)

Grido di libertà

Film commovente e travolgente che descrive la figura dell’attivista sudafricano Steve Biko (ben interpretato da Washington) e della sua amicizia con il (battagliero) redattore di quotidiano Donald Woods (Kline). Purtroppo la seconda parte del film, se non si conta il personaggio di Biko, perde slancio: si sofferma per troppo tempo, infatti, sulla fuga dal Sudafrica messa in atto da Kline e famiglia ma, ingegnosamente, vengono inseriti i flashback di Biko che fanno riprendere filo e ritmo alla narrazione. Sceneggiatura di John Briley. Esiste una versione allungata di 23 minuti, realizzata per permettere alla televisione di dividere il film in due parti. 

Scoop

Durante un esperimento di smaterializzazione condotto da un mago da strapazzo (Woody Allen), una giovane studentessa di giornalismo ospite di un’altolocata famiglia londinese (Scarlett Johansson) entra in comunicazione con un noto giornalista da poco defunto. Quest’ultimo le fornisce alcuni fondamentali indizi per realizzare un memorabile scoop e smascherare la doppia vita del figlio di un lord (Hugh Jackman): di giorno belloccio enfant prodige della politica, di notte assassino di prostitute. Le cose iniziano a complicarsi quando la ragazza si innamora, ricambiata, dell’oggetto della sua indagine e il mago, da lei spacciato per suo padre, inizia a frequentare l’alta società londinese inanellando gaffe a ripetizione.  Dopo il dramma (Match Point), la commedia: ma il cinema di Allen non cambia, nonostante le svolte fantastiche (c’é persino la Morte con tanto di falce e martello).

Interno berlinese

Pellicola davvero malriuscita, recitata in inglese da attori provenienti da tutta Europa: la trama, tratta da un romanzo di Junichiro Tanizaki (La croce buddista), è incentrata sull’amore lesbico tra la Landgrebe e la figlia dell’ambasciatore giapponese Takaki, nella Germania nazista. Il film è senz’anima, e non riesce neppure a essere sexy nonostante la presenza della splendida Landgrebe, già protagonista della Donna in fiamme.