Frankenstein junior

Il dottor Friedrich von Frankenstein, perfetto americano moderno, torna in Europa e rimane invischiato nel progetto del suo celebre avo di ridare la vita ai morti. E in una notte di tempesta, la Creatura di Frankenstein verrà alla vita. Una delle migliori parodie cinematografiche di sempre, di certo l’unico film perfettamente riuscito di Mel Brooks. Pur risentendo del gusto camp anni Sessanta, che trova nelle bizzarrie dell’horror un terreno fecondo, Brooks fa un equilibrato, raffinatissimo, ipnotico clone dei classici della Universal anni ’30 (Frankenstein, ovviamente, ma anche La moglie di Frankenstein e Il figlio di Frankenstein , di cui è in effetti il remake). Alcuni dei maggiori nomi dell’umorismo ebreo-americano si ritrovano in un film esilarante, tutto giocato sull’idea che Hollywood ha dell’Europa: Wilder non è mai stato così bravo, Marty Feldman è un’icona. La parodia non scantona mai verso il demenziale metafilmico (tipo Io, Beau Geste e la legione straniera , o tipo Zucker and Abrahams). Tutto è millimetricamente mantenuto sul filo del calco: non si esce mai dal genere, ma si ride come raramente è capitato. La Creatura è Peter Boyle, il vecchio cieco Gene Hackman. (emiliano morreale)

Fletch – Un colpo da prima pagina

Fletch è il nome di un reporter che lavora per un quotidiano di Los Angeles. Indagando su un traffico di droga, il giornalista riesce ad arrivare ad uno scoop più importante e a sventare la truffa di un cinico manager, marito di una ricchissima donna. Un giallorosa sufficientemente divertente sorretto dalla simpatia di Chevy Chase, qui meno demenziale che in altri precedenti occasioni. Tra gli interpreti figura anche Geena Davis, all’epoca ancora sconosciuta o quasi.
(andrea tagliacozzo)

Riprendiamoci Fort Alamo! – Il generale Max

Jerry Paris, futuro regista della serie televisiva «Happy Days», mette spiritosamente alla berlina alcuni miti statunitensi. Per dimostrare alla donna che ama di non essere un buono a nulla, un generale messicano, alla testa di una cinquantina di soldati, occupa il Forte Alamo dove, oltre un secolo prima, i suoi connazionali subirono una cocente sconfitta da parte degli americani.
(andrea tagliacozzo)

La sirenetta

Delizioso prodotto d’animazione della Disney tratto liberamente da un racconto di Hans Christian Andersen su una giovane sirena di nome Ariel che vorrebbe essere umana. Alcuni punti della trama sono discutibili, ma il film è così piacevole che non ne vale la pena. Gli esuberanti numeri musicali comprendono Kiss the Girl, Part of Your World e Under the Sea, cantata da un granchio jamaicano di nome Sebastian (Wright). Ha vinto gli Oscar per la Migliore Colonna Sonora Originale (Alan Menken) e per la Miglior Canzone (Under the Sea, di Menken e Howard Ashman). Seguito da una serie d’animazione per la tv e un sequel direttamente in video.

Butch Cassidy

Butch Cassidy e Sundance Kid sono due ragazzacci banditi, con le loro storie d’amore, il loro vagabondare, la loro ansia di libertà e il loro tragico destino. Il western ormai veniva rivisitato in tutti i modi: dall’elegia alla ricostruzione filologica, dall’allegoria politica al racconto picaresco. Roy Hill, regista non geniale ma d’ingegno, tenta una combinazione di nostalgia e gioventù. La nostalgia è una delle chiavi fondamentali del cinema americano degli anni Settanta, ma qui i due protagonisti Newman e Redford vi aggiungono una disperata vitalità anarchica e loser già quasi post-Sessantotto, fissata nel commovente finale. Forse furbo, forse datato, è però uno di quei perfetti prodotti «non d’autore» che sono un distillato del tempo. Splendida la fotografia di Conrad Hall, celeberrima la canzone
Raindrops Keep Fallin’ on My Head
di Burt Bacharach (entrambe premiate con l’Oscar).
(emiliano morreale)

Per favore non toccate le vecchiette

Questo classico esempio di pura follia ha per protagonista l’incomparabile Mostel nei panni dello sfortunato produttore di Broadway Max Bialystock, che truffa il suo timido contabile (Wilder) inducendolo ad aiutarlo in uno scandaloso piano: vendere il 25% di una commedia teatrale che è un sicuro insuccesso, e poi dritti a Rio col contante in eccesso. Uno di quei rari film che diventa più divertente a ogni successiva visione, culminante nella leggendaria messa in scena del numero musicale Springtime for Hitler. Il primo lungometraggio di Brooks gli ha fruttato l’Oscar per la Miglior Sceneggiatura. Nella versione originale si sente la sua voce doppiata in Springtime for Hitler. In seguito un musical a Broadway.

Illegalmente tuo

Un giurato (Lowe) resta scioccato quando vede che l’imputata (Camp) era un tempo la ragazza dei suoi sogni erotici alle elementari, e indaga in giro per proprio conto per liberarla dall’accusa. Farsa dolorosamente piatta a malapena uscita nelle sale, in cui Bogdanovich cerca ancora di emulare Howard Hawks; quant’è bizzarro vedere un disastroso Rob Lowe (con tanto di occhiali) che scimmiotta Ryan “O’Neal in Ma papà ti manda sola? — il quale, a sua volta, scimmiottava Cary Grant in Susanna.