Il ragazzo dal kimono d’oro

Raggiunto il padre nelle Filippine, un ragazzo di quindici anni viene brutalmente malmenato da un teppista per aver difeso la famiglia di una ragazza del luogo. Abbandonato privo di sensi nella foresta, il giovane viene soccorso da un anziano maestro di arti marziali. Quasi ridicola imitazione nostrana del più noto
Karate Kid
(a sua volta copia sbiadita dei film di kung fu Made In Hong Kong).
(andrea tagliacozzo)

L’ultimo samurai

Nathan Algren è ormai un fenomeno da baraccone. Reduce dalla guerra contro gli indiani del generale Custer, va nelle piazze, ubriaco, a dimostrare come si usano i fucili e raccontare di quella guerra. Ma lo richiamano per andare in Giappone ad addestrare i giapponesi all’uso delle armi. L’imperatore, giovane e debole, è stretto tra gli interessi economici di una nuova e spregiudicata classe dirigente e i vecchi samurai. Andrà e cadrà subito prigioniero dopo una battaglia contro gli antichi guerrieri che lui non aveva voluto. Nathan resterà, dall’autunno delle foglie rosse alla primavera fiorita, prigioniero tra le montagne nel villaggio di Katsumoto, ultimo erede di una dinastia di guerrieri, i Samurai. Sarà curato dalla donna, Taka, cui ha ucciso il marito in battaglia, con i figli bambini di quell’uomo e tra i guerrieri che ha combattuto. Ma quegli uomini, che vivono per antichi e gloriosi valori, conquistano piano piano Nathan. Che imparerà a combattere con la spada e con la furbizia e quando dovrà scegliere con chi stare, quando le truppe dell’imperatore saranno pronte per la guerra, non avrà esitazioni. A rischio della vita.
Edward Zwick, autore di Vento di passioni e di Shakespeare in Love, dipinge un grande affresco sul mondo d’onore dei samurai giapponesi. Tema che, ha confessato, lo ha appassionato da sempre, in particolare da quando vide per la prima volta I sette samurai di Kurosawa. Qui, in un magnifico filmone ottocentesco, vengono rievocati quei guerrieri che avevano come principi inflessibili l’onore, la lealtà, la tenacia, il coraggio, il sacrificio, ma anche la poesia e l’arte… E il protagonista è un Tom Cruise in gran forma. Un bellissimo spettacolo, insomma. Un film epico. Con battaglie interiori che si riflettono nelle guerre tra i due diversissimi eserciti. Con spettacolari paesaggi (il film è stato girato prima in Giappone nella piccola città di Himeji poi nella provincia di Taranaki, in Nuova Zelanda, ma anche negli studi di Los Angeles), splendidi costumi (ricostruiti con certosina perfezione) e armi perfette, eccellente fotografia per una storia avvincente e una strepitosa ricostruzione della battaglia finale tra giapponesi americanizzati e samurai (con 600 comparse da una parte e 75 dall’altra). Un po’ Balla coi lupi (che rimane comunque superiore), un po’ kolossal americano in costume, con l’aggiunta di tanta retorica. Quella descritta è un’epoca di transizione: dal Giappone valoroso delle spade e dell’onore all’era industriale dei cannoni, dall’isolamento più o meno felice all’apertura al nuovo mondo. È il passato che si contrappone al futuro. L’onore al business. Il mondo arcaico alle premesse della globalizzazione. Cruise, anche produttore del film, si è «allenato» otto mesi prima di cominciare a girare: ha consultato molti testi sui samurai, ha studiato la lingua giapponese e ha imparato il Kendo, il combattimento con la spada, e altre arti marziali giapponesi (e il suo maestro è lo stesso che ha istruito Russel Crowe per Il gladiatore e Mel Gibson per Braveheart). «Non solo dovevo andare a cavallo – ha dichiarato Cruise – ma anche combattere mentre ero in sella…». Un impegno, peraltro consueto per Tom Cruise, che lo mette in lizza per l’Oscar visto che l’interprete di Eyes Wide Shut ha collezionato molte nomination ma mai una statuetta dell’Academy. Per L’ultimo samurai, comunque, si è già aggiudicato la nomination come miglior attore protagonista per i Golden Globe (altre due per la regia e per Ken Watanabe come miglior attore non protagonista). Perfetto anche il resto del cast con Watanabe, nella parte del capo dei samurai, e la bella Koyuki nella parte di Taka, una delle attrici giapponesi di maggior successo oggi. Simpatico e azzeccato Timothy Spall nel ruolo di Simon Graham, il fotografo inglese. Tra le curiosità: la produzione si è servita di una troupe di professionisti giapponesi di alto livello specializzati proprio in pellicole sui samurai. Per la battaglia finale è stata addirittura spianata una collinetta per ampliare il campo. Ottanta persone si sono occupate per 14 mesi della confezione del guardaroba per un totale di 2000 costumi. L’ideogramma (mai tradotto) che il figlio di Taka consegna come regalo a Nathan significa «bushido», ovvero «la via del guerriero». (d.c.i)

Lettere da Iwo Jima

Perfetta operazione “bipartisan” di Clint Eastwood, che dopo aver raccontato l’epica battaglia che segnò le sorti della seconda guerra mondiale nel Pacifico dal punto di vista dei vincitori americani, propone ora quello degli sconfitti giapponesi. Seguiamo perciò il destino del fornaio Saigo, del campione di equitazione Baron Nishi, di Shimuzu, un poliziotto idealista. E del tenente Ito, che preferisce darsi la morte piuttosto che consegnarsi al nemico. Le forze giapponesi sono guidate dal generale Tadamichi Kuribayashi (Ken Watanabe), che conosce gli Stati Uniti e sa che la guerra sarà persa. Anche lui, tuttavia, non può sottrarsi alla battaglia. Alla fine, oltre 20 mila giapponesi e 7 mila americani rimarranno sul campo. I frammenti delle loro vite, tutto sommato così simili, sono affidate alle lettere inviate a casa, lì dove nessuno di loro avrà potuto fare ritorno. Il film si è aggiudicato un Golden Globe.

Memorie di una geisha

Photogallery

Tratto dall’omonimo romanzo di Arthur Golden,
Memorie di una geisha
è il suggestivo affresco di un mondo misterioso visto attraverso gli occhi di una geisha.

Venduta a un
okiya,
una casa di geishe, dalla poverissima famiglia, la piccola Chiyo lavora come serva, cercando di sopravvivere alle angherie della geisha Hatsumomo (Gong Li). Il suo destino cambia improvvisamente quando, quindicenne, riesce a diventare la geisha Sayuri (Ziyi Zhang), grazie all’appoggio e all’influenza della leggendaria Mameha (Michelle Yeoh) che ne fa la sua protetta. Grazie al suo talento e alla sua bellezza, Sayuri ottiene un successo tale da essere scelta come erede dell’okiya, garantendosi così un futuro nell’
hanamachi,
il quartiere che delimita il mondo delle geishe. Un mondo fragile, indissolubilmente legato a rituali, tradizioni e convenzioni improvvisamente stravolti dalla Seconda Guerra Mondiale e dai suoi esiti. Solo una certezza resisterà intatta nel cuore di Sayuri: l’amore e la dedizione per il Presidente, l’uomo che ha ineluttabilmente segnato il suo destino.

Il film, diretto da Robert Marshall, già regista di

Chicago,
vanta un cast d’eccezione: da Ken Watanabe (

L’ultimo Samurai)
a Michelle Yeoh e Ziyi Zhang (entrambe in

La tigre e il dragone)
, senza dimenticare la più famosa delle star orientali, Gong Li, al suo debutto in una produzione americana. La polemica derivata dalla scelta di protagoniste non giapponesi (Gong li e Ziyi Zhang sono cinesi, Michelle Yeoh è di origine malese) e l’accusa di occidentalizzare, semplificando con superficialità, la tradizione giapponese appaiono quantomai sterili.

Lo splendore e le miserie di una geisha, questo il tema centrale del film: né moglie, né prostituta, bensì artista capace di intrattenere uomini importanti. Un destino non scelto ma cui è impossibile sottrarsi. «Dal punto di vista culturale era una delle storie più affascinanti che avessi mai letto» ha dichiarato Steven Spielberg, produttore del film, riferendosi al libro.

Una storia coinvolgente, drammatica e romantica al tempo stesso, interpreti di indiscutibile bravura, abiti e scenografie spettacolari, una fotografia in grado di ricreare sapientemente l’atmosfera pervasa di chiaroscuri che contraddistingue la vita stessa delle geishe: il film ha tutte le carte in regola per incontrare l’apprezzamento del grande pubblico e per far intravedere, se non conoscere, l’anatomia di un mondo che non esiste più, dove l’arte della seduzione si giocava tutta in pochi centimetri di pelle, lasciati intravedere servendo il tè.
(sara dania)