Batman Begins

Il giovane Bruce Wayne (Christian Bale), dopo aver assistito all’assassinio dei genitori, inizia a viaggiare per il mondo alla ricerca di un modo per sconfiggere ogni tipo di ingiustizia e di sopruso. Tornato a Gotham City, si trasformerà in Batman, l’eroe mascherato in lotta contro il male. Il film di Christopher Nolan ripercorre le origini della leggenda dell’uomo-pipistrello.

Wonder Boys

Ex ragazzo prodigio delle lettere americane, Grady Tripp è ormai un ciabattante insegnante cinquantenne il cui secondo e attesissimo libro stenta a raggiungere la parola «fine». Durante il week-end che precede il Wordfest (occasione nella quale l’università locale sfoggia i suoi presunti talenti) la vita di Grady si incrocia inestricabilmente con quella di James Leer, proabilmente il suo unico studente dotato di genio letterario. Dopo l’esaltato ma incredibilmente manierato
L.A. Confidential
, Curtis Hanson – in altre occasioni dignitoso mestierante (
Cattive compagnie
,
The River Wild
) – è stato indicato come un erede del grande artigianato hollywoodiano (e tutto questo semplicemente per aver tradito Ellroy). Ovvio che da
Wonder Boys
fosse lecito non aspettarsi nulla di buono. Invece il film, pur confermando che Hanson non è in possesso di uno sguardo autonomo, può contare su un’ottima sceneggiatura (da sempre àncora di salvezza dei mediocri), che – caso raro – permette di affezionarsi alla svagata umanità dei personaggi. Sarà merito dell’aria autunnale del film, delle canne che si fa Michael Douglas, delle canzoni di Bob Dylan, Neil Young, Leonard Cohen & co. o della straordinaria bravura di Robert Downey jr. (che sta ancora marcendo in galera per questioni di droga, capro espiatorio nei confronti di Hollywood), ma
Wonder Boys
riesce a farsi voler bene nonostante l’assoluta mancanza di un’idea di regia. Non è proprio moltissimo ma, considerato l’attuale stato di salute del cinema americano, nemmeno pochissimo. Per una volta chi si accontenta gode (o quasi).
(giona a. nazzaro)

Thank You for Smoking

A Nick Naylor (Aaron Eckhart,

Erin Brockovich,
The Black Dahlia
di Brian De Palma, in concorso a Venezia 2006) il proprio lavoro piace. Non è un lavoro facile, ma se l’è scelto lui. Nick è un
lobbysta
al soldo di una multinazionale del tabacco retta con polso di ferro dal Capitano (Robert Duvall). In parole povere, Nick è pagato per difendere l’immagine e le ragioni dei fumatori, anche a costo di prendersi gli insulti delle associazioni antifumo, parare i colpi di un senatore del Vermont (William H. Macy) o essere sequestrato da un gruppo di salutisti-fondamentalisti e quasi mandato al creatore da un’overdose di nicotina. Per rilanciare il mercato calante delle sigarette – che comunque continuano a provocare 1200 morti al giorno – Nick ha l’idea di convincere il più potente tra gli agenti di Hollywood (un Rob Lowe sciroccato che vive come un orientale e dorme solo la domenica) a mettere in cantiere una pellicola che dovrà rinverdire i fasti del cinema dei bei tempi, quando tutti i divi fumavano come ciminiere e la sigaretta era un vero e proprio
status symbol.
Nick porta con sé il figlio adolescente Joey (Cameron Bright), nel tentativo di recuperare un rapporto incrinatosi in seguito alla separazione dalla moglie. Tutto sembra procedere bene, ma il lobbysta pecca di presunzione quando ignora i saggi consigli dei suoi migliori amici, coi quali forma il trio MDM (Mercanti Di Morte): Polly (Maria Bello), portavoce dell’industria degli alcolici, e Bobby Jay (David Koechner), lobbysta delle armi. Cede infatti alle grazie generosamente esibite da una giornalista rampante (Katie Holmes), finendo sbugiardato in prima pagina. Riuscirà a risollevarsi?

La recensione

Lungometraggio d’esordio, ben girato e divertente, sui toni della commedia (Primo Merito) di Jason Reitman – figlio di

Ivan

In linea con l’assassino

Stuart
Stu
Shepard vive e lavora a New York. Pubblicitario di successo, si divide tra una moglie di cui non è più innamorato e un’amante giovane e carina cui ogni mattina telefona da una cabina per non destare sospetti in casa. Sembra un giorno come tanti altri ma il telefono della cabina comincia a squillare, Stu risponde e uno sconosciuto all’altro capo dell’apparecchio lo avverte di non riattaccare per nessun motivo, altrimenti lo ucciderà. La prima reazione è quella di riagganciare ma l’interlocutore, nascosto chissà dove, uccide a colpi d’arma da fuoco un passante per dimostrare che sta dicendo il vero. In pochi istanti si scatena il panico. Accorrono i poliziotti, la moglie, l’amante e naturalmente i media. Tutti sotto la mira del cecchino. A Stu non rimane che seguire le istruzioni della voce al telefono che lo guida, lo giudica e sembra conoscere di lui molte più cose di quante non dovrebbe…

Fermo da un anno per via delle analogie con quanto accaduto a Washington, terrorizzata per giorni da cecchini che uccidevano persone a caso,
Phone Booth
(cabina telefonica), tradotto banalmente in Italia con
In linea con l’assassino
e definito dallo stesso Joel Schumacher «parabola della paranoia urbana», mantiene vivo l’interesse per tutto il corso della visione. Operazione non facile considerando che, caso rarissimo, la pellicola mantiene la continuità di tempo (la durata del film è esattamente quella della vicenda narrata) e di luogo (la cabina telefonica e la via in cui è situata). Avvalendosi di un ottimo e originale script con soluzioni visive di sicuro impatto emotivo, il regista ha girato la pellicola in soli dodici giorni a Los Angeles (anche se il film è ambientato a New York) e con un budget di un milione di dollari. La scena iniziale in cui si viene proiettati è una citazione del primo Brian De Palma, con l’utilizzo dell’immagine moltiplicata e ripresa da più punti di vista e riesce a restituire ottimamente il senso di schiacciante angoscia del protagonista; angoscia che la stessa ambientazione metropolitana non fa che accrescere a livello esponenziale. Stu è letteralmente circondato dalle centinaia di finestre intorno alla realtà claustrofobia della phone booth, dietro ognuna delle quali potrebbe nascondersi il cecchino. Schumacher mette in scena un «gioco» deliberatamente sadico, che si trasforma in un incubo apparentemente senza via d’uscita: il killer è senza volto (di lui si sente solo la voce) ma onnisciente, controlla le azioni del protagonista dall’alto e sembra avere il semplice scopo di annientarlo psicologicamente prima di ucciderlo. Costante il tema dell’assedio (che il suo abuso sia una coincidenza/circostanza di questi tempi?), la cabina è circondata dai poliziotti convinti che Stu sia responsabile della situazione creatasi e Stu è a sua volta doppiamente e paradossalmente assediato dall’assassino vero e dalla situazione esterna.
Le vere trovate di Schumacher sono principalmente l’ambientazione e la struttura, che risaltano più dei veri e propri temi del film: quelli non certo originalissimi dello psicopatico che agisce secondo una logica «morale» e della comunicazione nelle grandi città. Lo schema tradizionale del thriller metropolitano, quindi, viene completamente stravolto. Spicca in modo inequivocabile l’interpretazione della neo star hollywoodiana Colin Farrell, protagonista al 100 per cento della storia, sempre in scena lungo tutta la durata del film, abile nel rappresentare un «falso» eroe che, nonostante le incongruenze del duplice colpo di scena finale, mostra il lato meschino della faccenda e una personale «metà oscura». Una buona prova per un regista discontinuo che viene ricordato soprattutto per il sopravvalutato
Giorno di ordinaria follia
ma che sembra aver trovato un filone più congeniale alla sua personalità di artigiano del cinema: pellicole di puro intrattenimento, basate su script innovativi e a basso costo.
(emilia de bartolomeis)