Superman Returns

Cinque anni sono passati da quando Superman ha lasciato la Terra per raggiungere eventuali sopravvissuti sui resti del suo pianeta natale, Krypton. Ma ora che è tornato, le cose non sono proprio come le aveva lasciate: l’amata Lois Lane ha avuto un bambino e si è legata a un nuovo compagno, Charles. In più, il perfido Lex Luthor sta tramando nell’ombra per portare a compimento un diabolico piano: combinare i cristalli lasciati dal supereroe nella Fortezza della Solitudine con della kryptonite estratta da un frammento meteoritico, per dare così origine a un nuovo continente nel centro dell’Oceano Atlantico, e da lì dettare le proprie condizioni al mondo intero.

La recensione

Sono passati quasi venti anni dall’ultimo
Superman,
il quarto e pomposo episodio interpretato dall’indimenticabile

Il sapore della vittoria

Nel 1971 ad Alexandria, Virginia, in vista del campionato un college sperimenta la convivenza di studenti bianchi e neri per formare una squadra di football multirazziale. Mentre l’odio e i confini etnici restano ancora assai marcati tra la gente del luogo, i nerboruti e scontrosi ragazzi riescono, sotto la severa guida dell’allenatore di colore Herman Boone e del vice bianco Bill Yoast, a superare i pregiudizi e a fare della formazione dei Titans una coesa cellula sociale, imbattibile sul piano agonistico e culturale.
Il produttore dei più sfacciati blockbuster degli ultimi anni, Jerry Bruckheimer, ha deciso di investire su formule di intrattenimento «impegnato». E allora, dopo Armageddon e prima di Pearl Harbour , arriva sui nostri schermi Il sapore della vittoria, altro prodotto trionfalistico e senza cuore che tuttavia ostenta un tema forte: il razzismo. La pretestuosità del film è evidente: la forma di razzismo di cui si parla è ormai superata e quindi innocua, e soprattutto le tematiche razziali finiscono per veicolare l’ennesimo racconto edificante sul successo americano che supera qualsiasi barriera. Dinamiche narrative e linguaggio sono più adatti a un plotone di marines arrabbiati, fieri e assetati di vittoria. Tutto è estremamente calcolato, senza sorprese, senza sincerità, senza originalità. E le riprese delle partite sfigurano al confronto con quelle ben più spettacolari di Ogni maledetta domenica. Il massimo del ridicolo si tocca quando il capitano della squadra rimane paralizzato dalla vita in giù: l’atleta non si abbatte nemmeno un po’, si prepara per il campionato dei disabili e rincuora tranquillamente i compagni. A salvarsi sono solo le scelte di casting, con Denzel Washington e Will Patton che si scambiano le parti abituali: Denzel che fa il duro e Will comprensivo e rabbonito funzionano comunque al meglio. (anton giulio mancino)