Prima o poi mi sposo

Mary è un’organizzatrice di matrimoni. La sua carriera dipende dall’acquisizione del contratto di Fran Donolly, rampolla di una ricchissima famiglia di San Francisco. Per sua sfortuna, Mary si innamora proprio di Steve, il promesso sposo di Fran. Sulla carta il film non è tra i più detestabili. La riattualizzazione della commedia sofisticata hollywoodiana non è in sé un crimine gravissimo: i problemi sorgono quando il regista di turno, evidentemente ignaro del fatto che il pubblico di questo tipo di pellicole conosce a menadito tutte le possibili varianti di sceneggiatura, invece di lavorare di ritmo e sintesi – sforbiciando i dialoghi e lasciando in piedi solo le battute più spiritose e fulminanti – illanguidisce il tutto, spargendo melassa a piene mani (dimenticandosi che questa è già compresa nel prezzo) e permettendo così l’affiorare del déjà vù. Ma quest’aria di «familiarità», invece di procurare piacere, finisce per annoiare e – inevitabilmente – per farti sentire pure un po’ cretino. Peccato, perché Jennifer Lopez è sempre brava come ai tempi di
Blood & Wine
, quando si faceva smanacciare i magnifici glutei da Jack Nicholson. Per quanto spiritosa e malinconica, la prode Jennifer non riesce comunque a reggere sulle proprie spalle le sorti di un film che sconta caratterizzazioni razziste (il pessimo Justin Chambers), il sempre inetto McConaughey e tutti i luoghi comuni del caso. L’unica ideuzza giunge nel finale, ma a quel punto la bandiera bianca sventola già da un pezzo.
(giona a. nazzaro)

Liberty Heights

Superata la diffidenza per la frase di lancio («Si è giovani una volta sola ma si ricorda per sempre») si rimane sorpresi, in sala, di fronte a un così affettuoso e discreto omaggio ai «Fifties».
Liberty Heights
è un quartiere di Baltimora abitato quasi solo da ebrei. È il 1954, maccartismo e razzismo impazzano, e i due fratelli Kurtzman si innamorano di due ragazze impossibili (una di colore, l’altra upper class). Levinson prova la difficile sintesi tra la nostalgia per la musica e l’oggettistica di quegli anni, il quadro dei rapporti interrazziali, il sopravvento della tv sul cinema e sul burlesque. Il dato più evidente del film è il dichiarato e insopprimibile autobiografismo, sorretto da una regia sobria e virtuosa e da un accurato lavoro scenografico; noto ai più per i suoi blockbuster (
Rain Man
), il regista infila talvolta storie più intime, di cui
Liberty Heights
sembra l’esempio migliore, ben lontano dalla sindrome
Happy Days
(c’è persino un inatteso Tom Waits nella colonna sonora).
(raffaella giancristofaro)