Complicità e sospetti

Lo studio di Will, un brillante architetto londinese, viene ripetutamente visitato dai ladri. Come se non bastasse, la sua vita sentimentale si è completamente arenata, la sua decennale relazione con una donna svedese è in piena crisi, anche a causa dell’apprensione di lei nei confronti della figlia autistica. Le indagini sui furti richiedono troppo tempo e, assieme al suo socio, Will decide di fare da solo. Riesce a scoprire il ladro, un ragazzino a cui comunque non vuole farla passare liscia. Si presenta a casa della madre, un’immigrata serba che sogna di tornare in patria, e se ne innamora….

La recensione

Dopo
Il paziente inglese,
premiato con nove Oscar,
Il talento di Mr.Ripley
(miglior regia) e

Ritorno a Cold Mo

Disengagement

Ana rivede Uli, il fratellastro israeliano perso di vista, quando questi si reca in Francia per la morte del loro padre. Ana decide di ritornare in Israele per cercare la figlia da cui si è separata alla nascita circa venti anni prima. Attraversando le frontiere in auto, treno e nave, Ana e Uli si ritrovano nel subbuglio e nell’emozione del ritiro imposto nel 2005 dai militari ai coloni israeliani di Gaza.

Cosmopolis

New York è piombata nel caos, mentre l’epoca del capitalismo si avvicina alla conclusione. Eric Packer, un golden boy dell’alta finanza, entra in una limousine bianca. Mentre una visita del Presidente degli Stati Uniti paralizza Manhattan, Eric Packer ha un’ossessione: farsi tagliare i capelli dal suo barbiere, che si trova dall’altra parte della città. Durante la giornata, scoppia il caos e lui osserva impotente il crollo del suo impero. Inoltre, è sicuro che qualcuno voglia assassinarlo. Quando? Dove? Saranno le 24 ore più importanti della sua vita.

Chocolat

Vianne e sua figlia Anouk giungono in un piccolo villaggio francese in un giorno di vento e in concomitanza della Quaresima. La donna, figlia di una gitana, intende inaugurare una cioccolateria ma il conte Reynaud, sindaco del paese, integralista e intollerante, col cuore a pezzi per la fuga della moglie a Venezia, le dichiara guerra a causa della sua presunta immoralità. Vianne riesce però a conquistare il cuore dell’anziana Armande, a salvare Josephine Muscat dalle botte del marito alcolizzato e a far accettare gli amici nomadi dell’aitante Roux alla bigotta popolazione. E tutto ciò in nome della bontà del cacao. Non potremmo mai cedere all’idiozia dei nostri tempi e dichiarare ritirata al punto da farci salutare con entusiasmo – o almeno benevolenza – un ipocrita apologo anti-intolleranza come questo firmato da Hallström sotto la micidiale guida dei temibili Weinstein. Le gitane sono sempre belle e sensuali come la Binoche e distribuiscono cioccolatini a spron battuto, i cattivi non sono mai completamente cattivi (nemmeno l’odioso Reynaud), i preti alla fine non sono idioti come sembrano e tutto si ricompone all’interno dei peggiori stereotipi dell’Europa da cartolina tanto cara alla Miramax (per tacere degli inviti a boicottare l’immoralità, stampati in inglese nel cuore di un paesino francese…). Indigesto oltre ogni dire, girato con uno stile pompieristico così volutamente da Oscar da far infuriare anche la più candida delle anime candide, rubando sfacciatamente a un film mediocre come
Il pranzo di Babette
, indulgendo in maniera criminale in un’oleografia sentimentale tanto stucchevole quanto reazionaria, Hallström riesce persino a farci dimenticare di aver realizzato – due secoli fa – una pellicola come
Buon compleanno Mister Grape
. Certo, si rivede con piacere Victoire Thivisol (la Ponette dell’omonimo film di Jacques Doillon), ma ovviamente non basta. Che cosa penserà la gente che produce simili schifezze?
(giona a. nazzaro)

L’amore secondo Dan

Dan è un padre single che adora le sue tre bambine. Le giornate trascorrono in maniera ripetitiva tra gli impegni a casa e la rubrica di costume di cui si occupa, ma un giorno la sua quotidianità viene sconvolta dall’incontro con la bella e simpatica Marie. Con grande stupore scopre però che la donna è la fidanzata del fratello Mitch…

L’insostenibile leggerezza dell’essere

A Praga, nel ’68, Tomas, neochirurgo con la passione delle donne, sposa Tereza, ragazza timida e idealista, che mal sopporta i continui tradimenti del marito. Durante la primavera dello stesso anno, i sovietici invadono la Cecoslovacchia, costringendo la coppia a riparare a Ginevra. Trasposizione cinematografica più o meno fedele dell’omonimo romanzo di Milan Kundera, realizzata con un gusto prettamente europeo nonostante la produzione sia di fatto statunitense. Mai noioso, nonostante qualche prolissità. Le scene di sesso sono realizzate con intelligenza e ironia. Sceneggiatura firmata dallo stesso Kaufman con Jean-Claude Carrière.
(andrea tagliacozzo)

Jet Lag

Lui è un francese di successo che vive negli Usa. Viaggia in prima classe. Lei è una brava estetista. Viaggia con last minute. Lui va a Monaco di Baviera da una donna che ha lasciato andare via, ma ora ha paura a rimanere solo. Lei scappa in Messico da u un uomo che ama, ma che la tratta male. Nell’aeroporto Charles De Gaulle di Parigi si incontrano per caso, ma non ne sono preparati. Lui è taciturno e introverso, lei chiacchierona ed estroversa. Alcuni aerei non partono e le loro vite si incrociano. Lui è abituato a correre, velocemente, senza guardare e pensare a nessuno. Lei si nasconde dietro la sua maschera di trucco, ma quando non ce l’ha è ancora più bella. Una notte insieme, a litigare, a fare scontrare i loro caratteri così diversi. Ovviamente un happy end. Delicata commedia romantica francese, quasi esclusivamente girata in un’unica unità di luogo: un aeroporto. Quasi esclusivamente recitata dai due personaggi. Quasi una piece teatrale, dai ritmi incalzanti, i monologhi serrati, due attori incredibili. Juliette Binoche, da tempo non dedicata alla commedia, ritrova la sua eccezionale verve comica. Jean Réno bravo come al solito. Certamente non un capolavoro di originalità, a partire dalla frase che apre il film: «Ognuno ha a disposizione quindici minuti di celebrità», citazione di Andy Warhol tra le più inflazionate degli ultimi anni. Comunque un film piacevole, non lungo, non noioso, solo un po’ prevedibile, ma dichiarato fin da subito negli intenti. Si lascia vedere tranquillamente.
(andrea amato)

Gli amanti del Pont-Neuf

La Binoche è una presenza splendente in questo altrimenti alterno racconto su un pittore senzatetto, mezzo cieco, artista di strada manipolatorio (Lavant), accampato su un Pont Neuf pericolante e chiuso per restauri. Alcune splendide immagini, combinate con un’atmosfera pretenziosa, ne fanno un prodotto confuso. Lavant interpreta lo stesso personaggio di Boy Meets Girls e Rosso sangue. Una nomination ai BAFTA Awards.

Rosso sangue

Noir pretenzioso in cui un piccolo truffatore (Lavant) viene coinvolto nel furto dell’unico antidoto esistente capace di curare una malattia simile all’Aids; intanto, si innamora della Binoche, fidanzata di uno dei gangster che hanno progettato il colpo. Ad alcuni critici è piaciuto, ma si tratta di un film noiosetto, con troppi primi piani e dettaglioni, di volti e gambe. Lavant interpreta lo stesso personaggio anche in Boy Meets Girl e Gli amanti di Pont-Neuf, sempre di Carax.

In My Country

Un giornalista del Washington Post viene inviato in Sudafrica per seguire i processi istruiti per punire i responsabili delle torture e degli assassini compiuti durante il periodo dell’apartheid. Durante le udienze fa la conoscenza di una scrittrice sudafricana bianca, sconvolta dalle violenze perpetrate ai danni dei neri. Sarà amore. Regista del discreto Il sarto di Panama, John Boorman cerca di raccontare gli anni dell’apartheid attraverso le testimonianze di coloro che, da entrambe le parti della barricata, hanno usato e subito violenza nei confronti dei propri simili. L’idea viene però ben presto annacquata dalla decisione di mettere in primo piano l’amore tra il giornalista nero e l’intellettuale bianca, raccontato con abbondanza di luoghi comuni. Samuel L. Jackson è a dir poco a disagio, mentre Juliette Binoche non riesce a rendere credibile il suo personaggio, ignaro fino all’assurdo di quanto avvenuto nel proprio paese. Inspiegabile, infine, la decisione di «tradurre» il titolo inglese con un altro titolo inglese. (maurizio zoja)

Parigi

Il film è la storia di un parigino che si ammala e non sa se dovrà morire. Questa condizione lo porta a guardare le persone che incontra con occhi completamente diversi. Immaginare la propria morte, all’improvviso da un nuovo significato alla sua vita, alla vita degli altri, e alla vita dell’intera città. Venditori di frutta e verdura, la titolare di un forno, un’assistente sociale, un ballerino, un architetto, un senza tetto, un professore universitario, una modella, un immigrato clandestino del Camerun… Persone così diverse che si incontrano in questa città…

Il paziente inglese

Il paziente inglese

mame cinema IL PAZIENTE INGLESE - STASERA IN TV scena
Una scena del film

Tratto dall’omonimo romanzo di Michael Ondaatje, Il paziente inglese è un film diretto da Anthony Minghella. I protagonisti sono il conte ungherese László Almásy (Ralph Fiennes) e la giovane infermiera vedova di guerra Hana (Juliette Binoche). Durante la Seconda guerra mondiale, il conte resta coinvolto in un incidente aereo e, di conseguenza, ne rimane sfregiato. A trovarlo è proprio l’infermiera, che si prende cura di lui in un convento abbandonato nei pressi di Pienza. È proprio lei a definire l’uomo “paziente inglese”.

Hana, dopo un po’ di tempo, comincia a sentirsi attratta da quest’uomo di cui sa poco e nulla. Ma un altro giovane, l’artificiere Kip (Naveen Andrews), attira la sua attenzione. Tali sentimenti avranno un futuro concreto o resteranno solo sogni e fantasie? Che ne sarà di questi personaggi? Non vi resta che scoprirlo stasera: non perdetevi questo straordinario film.

Curiosità

  • Il paziente inglese è stato un grande successo. Infatti, nel 1999 il British Film Institute l’ha inserito al 55° posto della lista dei migliori cento film britannici del XX secolo.
  • Tra i vari riconoscimenti conquistati dalla pellicola, Juliette Binoche ha ottenuto il premio Oscar come Migliore attrice non protagonista.
  • Oltre ai nove premi Oscar, il film si è aggiudicato anche due Golden Globe (Miglior film drammatico e Miglior colonna sonora) e sei premi BAFTA.
  • Le riprese, inoltre, sono state effettuate principalmente in Italia: Trieste, studi di Cinecittà a Roma, Pienza, Ripafratta e Forte dei Marmi.
  • Le scene del deserto in Africa, invece, sono ambientate in Tunisia.
  • La scena romantica tra Hana e l’artificiere Kip (Naveen Andrews) è stata girata nella Basilica di San Francesco in Arezzo, nella quale ci sono splendidi affreschi di Piero della Francesca.
  • Nel mondo, la pellicola ha incassato oltre 230 milioni di dollari.

Mary

Un regista e attore di Hollywood (Matthew Modine), abituato a sguazzare nello
star system,
gira in Terra Santa un film sulla passione di Gesù, intitolato
This is my blood
(Questo è il mio sangue). L’attrice che interpreta Maria Maddalena (Juliette Binoche) subisce una profonda crisi religiosa e decide di non lasciare Gerusalemme per continuare la sua personale ricerca nella fede. Finirà però per sperimentare anche le drammatiche contraddizioni della lotta che oppone israeliani e palestinesi. Intanto, oltre Oceano, un telegiornalista (Forest Whitaker) che conduce un seguito programma su questioni teologiche, è pronto a tutto pur di avere in trasmissione il regista e l’attrice. Per farlo è costretto a trascurare la moglie (Heather Graham) in attesa del primo figlio, arrivando fino al tradimento.

Non si può ignorare questo film di Abel Ferrara, passato in concorso a Venezia nel 2005 e premiato dalla critica. Ma non lo si può neanche amare, per la supponenza con la quale il regista – (ri)trapiantato da tempo in Italia – pretende di: a) muovere una critica neanche tanto velata alla gibsoniana e papalina

Passione di Cristo;
b) rappresentare la forza connaturata alla ricerca genuina della fede; c) rivalutare il ruolo biblico della Maddalena recuperandone l’immagine di «tredicesimo apostolo» contenuta nei vangeli apocrifi; d) mostrare l’abisso di abiezione in cui cade l’uomo quando: d1) nega a se stesso la fede o quando (d2) un insieme di uomini, un intero popolo, negano giustizia a un altro popolo, mantenendo inalterato il loro credo in un Dio che considerano infallibile giusto e compassionevole; e) lanciare uno strale contro l’onnivora industria cinematografica. Non che in questo coacervo di questioni sensibilissime non si colgano lampi di cinema di adamantina purezza; non che la prestazione del trio di attori principali non valga di per sé una visione. Ma l’insieme risulta opprimente e a tratti gotico, lasciando lo spettatore un po’ sgomento. Né turbato, né edificato.
(enzo fragassi)

L’amore che non muore

Se Emir Kusturica fosse stato Depardieu, se Juliette Binoche si fosse ispirata a Isabelle Adjani, se Daniel Auteuil avesse visto meno Callaghan, se Patrice Leconte avesse omaggiato il maestro Truffaut, allora
L’amore che non muore
sarebbe stato un film meno
ridicule
di quello che è. Ovvero un mélo frigido che tenta disperatamente di scaldarsi mettendo in scena i temi dell’amore e della morte, del peccato e del perdono, del fatalismo e della volontà attraverso le figure di un povero marinaio (Kusturica) condannato a morte per aver ucciso un uomo in stato di ubriachezza, di un capitano (Auteuil) cui è affidata la custodia del prigioniero, e della moglie di questi (Binoche) pronta a subire il fascino selvaggio del marinaio e a lavorare alla sua redenzione. Gli elementi per realizzare il corrispettivo del romanzo sentimentale ci sono tutti, salvo che nulla porta alla passione e niente innalza la tragedia. Il film si trascina stancamente, tirato per i capelli da una regia invadente, marcata, prolissa e decisamente ingiustificata. Le continue zoomate sulla folla o sui volti dei protagonisti, l’uso estensivo di grandangolari, gli incessanti andirivieni della macchina da presa – marche stilistiche ingombranti come poche – sembrano avere come unico scopo quello di supplire alle carenze di una sceneggiatura disadorna, di una recitazione contrita, di dialoghi rinsecchiti da fotoromanzo. Quello che rimane alla fine – cara fine, come direbbe il poeta Dylan Thomas – sono le cose più belle del film, ovvero: uno splendido morello, cavalcato non senza eleganza dal capitano Auteuil; il suo lungo cappotto scamosciato, portato con irriverenza giacobina, e l’espressione incolpevole di Kusturica che a ogni posa, senza posa sembra chiedersi: «Pensavo fosse un film… invece è un calesse».
(dario zonta)