Aracnofobia

Un ragno velenosissimo, appartenente a una rara specie che vive solo in Venezuela, riesce a raggiungere un piccola cittadina della California a bordo della bara di una delle sue vittime. Una serie di morti misteriose convincono il giovane dottor Ross Jennings, che ha una paura folle dei ragni, che la causa è da addebitarsi proprio a uno degli odiati animali. Frank Marshall, per anni produttore per Spielberg, confeziona abilmente un prodotto in linea con i lavori più commerciali del regista di
Jurassic Park
: spettacolare, divertente, di grande intrattenimento. Suspense a mille, ma con molta ironia. Da evitare, comunque, per chi è particolarmente impressionabile.
(andrea tagliacozzo)

Il fantasma dell’Opera

Ripresa di Argento in chiave sanguinolenta ed erotica del classico racconto, con Sands nei panni del misterioso fantasma che, in questa versione, viene abbandonato da bambino nelle fogne del teatro dell’Opéra e cresciuto da un’affettuosa famiglia di ratti! La figlia del regista interpreta la bellissima giovane cantante per la quale lui matura un’ossessione. Deludente per quanto ordinario e privo di immaginazione, con solo qualcuno dei tanto attesi sfavillanti colpi di scena tipici del regista.

The Million Dollar Hotel

Storia eccentrica alla Davis e Lisa di due giovani amanti mentalmente instabili, ambientata in un piccolo albergo della previdenza sociale di Los Angeles. Bono (degli U2) ha collaborato alla stesura di una sceneggiatura confusa e tortuosa che mette a dura prova la pazienza degli spettatori. Per fortuna l’acume di Wenders si riflette nella poesia figurativa, mentre Davies e la Jovovich svolgono al meglio la loro parte di protagonisti. Un aiuto alla riuscita del film viene da un colorito cast di supporto, anche se Gibson nella parte di un agente dell’FBI con il busto per la schiena sembra appartenere a tutt’altro film. Panavision.

Il pasto nudo

Al culmine della maturità creativa, oramai uscito dai limiti del genere horror, dopo due capolavori ambigui e teorici come La mosca e Inseparabili (a ripensarci, forse due tra i film americani più belli degli anni Ottanta), David Cronenberg si rivolge a un classico underground come Il pasto nudo , e nell’adattarlo rinuncia a ogni linearità narrativa e a ogni verosimiglianza. I fan di Cronenberg (tra cui chi scrive) preferiscono appunto quei film algidi e oscuri, oppure il delirio di Videodrome , e d’altra parte non c’è dubbio che il testo abbia messo in soggezione il regista (forse a torto, ché non è detto che ai posteri Burroughs debba risultare superiore a Cronenberg). Ma è certo uno dei suoi lavori più espliciti, coraggiosi e ambiziosi, vero pozzo di San Patrizio delle ossessioni di un autore e di un decennio di cinema, una manna per teorici e semiologi. E alcuni momenti onirici e molte trovate sono degne del Cronenberg migliore. (emiliano morreale)

Ovunque tu sia

Alla vigilia della seconda guerra mondiale, la bellissima uruguaiana Nina si trasferisce a Varsavia insieme al marito Julian, giovane uomo d’affari tedesco. Allo scoppio del conflitto, l’uomo è richiamato in patria e i due sono costretti a separarsi. Professionale, pulita ma senza guizzi la regia di Krzysztof Zanussi.
(andrea tagliacozzo)

Vatel

Il principe di Condé cerca di recuperare il credito perduto organizzando tre giorni di grandi festeggiamenti per celebrare il passaggio di Luigi XIV nelle sue terre. Si affida a Francois Vatel, il più grande maestro di cerimonie dell’epoca che, fra problemi di ogni tipo, organizza tutto alla perfezione. Fin dalla sequenza d’apertura, Vatel si presenta come un movimento inesausto di cose, persone e sguardi. Mentre la macchina da presa percorre i lussuosi ambienti del castello del principe, sfilano tanti personaggi indaffarati senza un motivo e, sullo sfondo, una teoria di suppellettili annuncia il tema del film (sbalordire attraverso lo sfarzo). Tutta questa agitazione sembra il frutto di una paura più che di una precisa volontà. Come i personaggi alla corte del re di Francia, Roland Joffé sembra preda delle bizze di un pubblico dalle non ben definite forme e dai gusti tanto instabili che solo un pot-pourri di immagini ed effetti può soddisfare. Perfetto emblema del superfluo al cinema, Vatel – un Depardieu, maestro di cerimonie al servizio di un principe che deve stupire un re per salvarsi dai debiti (la panoplia di autorità sembra ricalcare il numero padroni che l’operazione ha avuto) – è una buona immagine del ruolo che il cinema della Gaumont arriva a ritagliarsi. Come a dire: l’imitazione della peggior Hollywood.
(carlo chatrian)

Camera con vista

Agli inizi del Novecento, una ricca e giovane inglese, in visita a Firenze, s’innamora di un connazionale di più modeste origini. Una volta tornati in Inghilterra, le differenze sociali sembrano porre un insormontabile ostacolo alla loro unione. Confezione impeccabile per uno dei migliori (anche se assai sopravvalutato) film di James Ivory, interpretato da un cast a dir poco eccellente (a partire da Maggie Smith). Oscar 1986 alla sceneggiatura non originale (tratta da un romanzo di E.M. Forster), alle scenografie e ai costumi; altre quattro nomination e una pioggia di premi. Ivory tornerà nuovamente ad attingere da un’opera dello scrittore inglese per il successivo Maurice. (andrea tagliacozzo)

Mercy-Senza pietà

Una poliziotta deve risolvere il caso di un pluriomicida maniaco. Ma si imbatte in uno piscanalista travestito e in una lesbica che fa parte di una setta segreta… I film sui serial killer da qualche anno si assomigliano tutti. Questo
Mercy
di Damian Harris non solo non fa eccezione, ma si colloca al di sotto di una media già di per sé bassa. Solite morti sospette, solita figura femminile con qualche problema personale nei panni del detective e solita trafila di indagini che scavano nel torbido di qualche mente traviata. Che stavolta l’agente si chiami Catherine Palmer e non Clarice Starling come ne
Il silenzio degli innocenti
non fa molta differenza. E che inoltre, strada facendo, ci si addentri in un pericoloso terreno di amore (saffico) e di morte, non può non far venire in mente i tanti, troppi, sexy-thriller scritti da Joe Esztheras (
Basic Instinct, Jade
), che erano persino migliori di questo
Mercy
. Cosa resta? La suspence? Quella di
Mercy
lascia un tantino a desiderare. Allora cos’altro? L’attrice protagonista, per esempio: Ellen Barkin è sempre brava con quella sua aria grintosa, volgare e nel contempo ambigua.
(anton giulio mancino)

Il sole anche di notte

Pur ispirandosi al racconto
Padre Sergio
di Lev Tolstoj, i fratelli Taviani hanno spostato l’azione dalla Russia ottocentesca dello zar Nicola I, alla Napoli del Settecento di Carlo III di Borbone. Il giovane Sergio Giuramondo, primo aiutante del re, si appresta a sposare la duchessina Del Carpio. Quando questa gli rivela di essere stata l’amante del sovrano, il giovane volta le spalle a tutto e sceglie il convento. Una trascrizione cinematografica tecnicamente pregevole, ma fredda, incolore e senza passione.
(andrea tagliacozzo)