Champions

Dramma su un fantino che combatte con determinazione il cancro e spera di riuscire a tornare a gareggiare nel Grand National. L’inizio ricorda Momenti di gloria, il finale Rocky; in ogni caso, le scene con Hurt e il nipote e con lo stesspo protagonista tra i bambini sottoposti alla cura per il cancro sono piuttosto commoventi. Ispirato a una storia vera.

La ragazza con l’orecchino di perla

Deft, 1665. Griet, una ragazzina sedicenne, viene mandata dalla sua famiglia, in difficoltà economiche, a servizio nella casa del pittore Johannes Vermeer. Una padrona spendacciona e capricciosa, una suocera più avveduta, un’infinità di bambini e un bilancio da far quadrare. Perché il maestro fa fatica a trovare soggetti da ritrarre. Anche se c’è un committente, il lascivo ma ricco van Ruijven. Griet si avvicina allo studio di Vermeer per pulire. Ma dimostra ben presto la capacità di saper miscelare i colori, di capire il maestro, di assecondarlo… Scatenando gelosie e invidie in casa. Ma sarà il pittore a volerla come modella per uno dei suoi capolavori…
Peter Webber, al suo primo lungometraggio (si era cimentato solo in documentari e nel montaggio), è il regista dell’incantevole film tratto dal romanzo del 1998 di Tracy Chevalier, la giovane autrice americana che ha trovato il successo con storie passate, tra arte e passione. E qui siamo a Deft, il paese olandese di Vermeer, nel Seicento. Siamo nella sua casa. Dove si svolge una vicenda fatta di ombre e silenzi, sguardi rubati e sospiri (troppi…), porte socchiuse e scricchiolii, passi lenti e atmosfere nebbiose. Tra servette con la cuffietta (era una vergogna mostrare i capelli per i protestanti) e ragazzine cattivelle, padrone vanesie e uomini bruti. Tranne il Maestro, Vermeer. Uno splendido Colin Firth, con i capelli lunghi, il tono di voce sommesso, le mani delicate sporche di colori, l’animo inquieto, anche e l’espressione è un po’ monocorde… Ma perfetta è la protagonista, Scarlet Johansson, la ragazzina traumatizzata de L’uomo che sussurrava ai cavalli, ma soprattutto l’acclamata Charlotte in Lost in Translation di Sofia Coppola. Perfetta, perché il suo volto (forse non proprio da sedicenne…) sembra proprio quello dipinto dal pittore. Sensuale (se non erotico) il rapporto dei due, fatto solo di dita sfiorate, di volti vicini, di sguardi… Addirittura Tracy Chevalier, prima di vendere i diritti cinematografici alla produzione, si assicurò che nessuno intendesse far finire a letto i due protagonisti. In un film di ambiente e di atmosfere, quasi tutto girato in interni, la scenografia e i costumi hanno una parte fondamentale. Tanto che ogni inquadratura, ogni scorcio sembra a sua volta un quadro. Con ogni particolare, da un’acconciatura a un piatto da portata, dalla tappezzeria alla tovaglia, ai famosi orecchini, ricostruito alla perfezione. Il quadro che ha ispirato Tracy Chevalier (che da ragazzina ne teneva in camera sua il poster) fa parte della raccolta permanente nella Mauritshuis a L’Aia. Si crede sia stato dipinto fra il 1665 e il 1666, ma si ignora quasi tutto quello che riguarda questo dipinto che rimase nascosto fino al 1882 quando fu venduto al prezzo di una copia. E nulla si sa della enigmatica, sensuale e inaccessibile modella, che fece di questo quadro la Monna Lisa olandese. (d.c.i.)

Maurice

Produzione della Merchant-Ivory tipicamente elaborata da un’opera letteraria (di E. M. Forster) sulla formazione di un giovane inglese negli anni Dieci, che si trova a confrontarsi con la propria omosessualità. Realizzato con cura ed estremamente ben recitato… ma troppo lungo. Helena Bonham Carter appare in un cammeo. Una nomination agli Oscar per i costumi.