Prima o poi mi sposo

Mary è un’organizzatrice di matrimoni. La sua carriera dipende dall’acquisizione del contratto di Fran Donolly, rampolla di una ricchissima famiglia di San Francisco. Per sua sfortuna, Mary si innamora proprio di Steve, il promesso sposo di Fran. Sulla carta il film non è tra i più detestabili. La riattualizzazione della commedia sofisticata hollywoodiana non è in sé un crimine gravissimo: i problemi sorgono quando il regista di turno, evidentemente ignaro del fatto che il pubblico di questo tipo di pellicole conosce a menadito tutte le possibili varianti di sceneggiatura, invece di lavorare di ritmo e sintesi – sforbiciando i dialoghi e lasciando in piedi solo le battute più spiritose e fulminanti – illanguidisce il tutto, spargendo melassa a piene mani (dimenticandosi che questa è già compresa nel prezzo) e permettendo così l’affiorare del déjà vù. Ma quest’aria di «familiarità», invece di procurare piacere, finisce per annoiare e – inevitabilmente – per farti sentire pure un po’ cretino. Peccato, perché Jennifer Lopez è sempre brava come ai tempi di
Blood & Wine
, quando si faceva smanacciare i magnifici glutei da Jack Nicholson. Per quanto spiritosa e malinconica, la prode Jennifer non riesce comunque a reggere sulle proprie spalle le sorti di un film che sconta caratterizzazioni razziste (il pessimo Justin Chambers), il sempre inetto McConaughey e tutti i luoghi comuni del caso. L’unica ideuzza giunge nel finale, ma a quel punto la bandiera bianca sventola già da un pezzo.
(giona a. nazzaro)

Da che pianeta vieni?

È un oggetto curioso questo film di Mike Nichols, sicuramente penalizzato dalla traduzione italiana – che ne attenua alcune peculiarità e i riferimenti alla cultura americana – e da una regia non propriamente scattante. Le premesse, comunque, sono esilaranti: un alieno, proveniente da un lontano pianeta popolato da soli maschi (per giunta privi di organi di riproduzione), è incaricato di scendere sulla Terra per mettere incinta una donna e far nascere un bambino, primo passo dell’imminente colonizzazione dell’intero emisfero. Debitamente addestrato a sedurre le terrestri e provvisto di un pene posticcio (e assai rumoroso!), il nostro eroe scoprirà che il passaggio dalla teoria alla pratica è tutt’altro che semplice, specialmente quando si ha a che fare con esseri del tutto imprevedibili come le donne.

Il soggetto è ovviamente un pretesto per ironizzare sulla battaglia dei sessi e sul rapporto di coppia, con esiti talvolta molto divertenti. Ma i dialoghi e le situazioni, quasi sempre buffi e intelligenti, non sempre sono ben serviti dalla regia di Nichols, priva del ritmo necessario e della verve che riuscirebbe a farle funzionare a dovere. Il regista – che di certo non è un principiante, né un autore che difetta di talento – sembra invece trovarsi più a suo agio con gli elementi sentimentali che emergono nella seconda parte del racconto, la migliore del film. Ed è forse per questo che a mettersi in luce è soprattutto la splendida Annette Bening – nei panni di un personaggio che sembra fare il paio con quello interpretato dall’attrice in
Mars Attacks!
di Tim Burton – piuttosto che il protagonista e co-sceneggiatore Garry Shandling, un divo televisivo negli Usa, da noi un perfetto sconosciuto. Tra gli altri interpreti, divertente John Goodman, dignitoso Greg Kinnear, sprecata Linda Fiorentino.
(andrea tagliacozzo)

American Dreamz

Il Presidente degli Stati Uniti è appena stato rieletto ma è caduto in una profonda crisi personale: non si muove dal letto e non legge alcun giornale da settimane. Praticamente un uomo nell’anticamera della depressione. Nel frattempo nel paese spopola American Dreamz, reality-show canoro che seleziona giovani di talento da lanciare sul mercato discografico. Martin Tweed, presentatore e produttore senza scrupoli, punta su due ragazzi dall’ugola d’oro: una biondina della provincia con un’ordinaria storia d’amore alle spalle e un giovane arabo da poco arrivato negli Usa da un campo di addestramento terroristi in Medio Oriente (informazione che ovviamente non rivela alla produzione). Intanto alla Casa Bianca hanno l’illuminazione di far partecipare il Presidente all’ultima puntata di American Dreamz per rilanciarne l’immagine traballante: sarà il momento della verità per molti dei protagonisti della trasmissione.

Elizabethtown

Drew Baylor (Orlando Bloom) ha fatto perdere milioni di dollari all’azienda produttrice di scarpe per cui lavora come designer. Il fiasco della calzatura sportiva di sua creazione è tale che il giovane pensa addirittura al suicidio. Ma mentre sta trasformando la sua cyclette in un’imporabile macchina di morte, riceve la telefonata della sorella minore che gli comunica la notizia della morte del padre. Bisogna recuperare la salma e organizzare la cerimonia funebre a Elizabethtown in Kentuky, città d’origine del genitore, dove è avvenuta la disgrazia. Drew si scrolla di dosso la delusione per il fallimento professionale e parte in aereo alla volta del Kentuky. Sul suo volo, dov’è l’unico passeggero, conosce la bella hostess Claire (Kirsten Dunst) che lo consola riuscendo anche a lasciargli il proprio numero di telefono nella speranza di rivederlo. Drew arriva ad Elizabethtown e affronta tutti gli inconvenienti della situazione con responsabilità e tatto, guadagnandosi così la simpatia della gente della piccola comunità. Una sera chiama Claire e i due iniziano a frequentarsi. Ol’inizio di una dolce storia d’amore che porterà il giovane Drew a ritrovare se stesso.
Cameron Crowe, (Quasi famosi, e Vanilla Sky), confeziona una piacevole commedia romantica affiancando le due star Orlando Bloom e Kirsten Dunst. Esordisce con la rappresentazione del fallimento e dell’illusione del pluricelebrato sogno americano come già aveva fatto nel film con Tom Cruise, ottenendo i medesimi brillanti risultati. Ci si diverte e ci si emoziona partecipando attraverso l’occhio di Crowe al fiasco del povero Drew e alla sua autocommiserazione.
Nel prosieguo della pellicola è proprio il personaggio interpretato da Orlando Bloom a entrare nelle simpatie dello spettatore con le sue fragilità, le puerili nevrosi e l’affascinante timidezza. Kirsten Dunst invece abbaglia la scena con la sua bellezza e la vitalità del suo personaggio, ma tra i due protagonisti manca quella chimica che renderebbe la loro storia irresistibile. Ci sono la tenerezza e l’innocenza dell’innamoramento ma nessuna traccia di quell’energia straripante che il vero amore suscita. Il resto della vicenda non manca di intrecci interessanti e brillantemente divertenti grazie all’ottima interpretazione di tutto il cast e alla buona ideazione dei dialoghi. Brilla per intensità drammatica la performance di Susan Sarandon, la madre di Drew, che durante il party in ricordo del marito si esibisce in un emozionante quanto nostalgico tip tap sulle note di Moon River. La pellicola trova il tempo di trasformarsi anche in film on the road in cui Drew, attraverso una sorta di guida turistica realizzata da Claire, attraversa in macchina gli Usa visitando luoghi affascinanti e bizzarri.
Un lavoro che nelle intenzioni iniziali sicuramente voleva dire molto di più, presentando un dramma familiare, una storia d’amore e il percorso di rinascita spirituale di un giovane, ma che poi, nella sua realizzazione, si perde in soluzioni narrative ordinarie senza approfondire in modo significativo le tematiche affrontate. La regia è in ogni caso apprezzabile nelle sue soluzioni visive e, insieme a una colonna sonora ben costruita dati i trascorsi professionali di Crowe come redattore del magazine Rolling Stone, la pellicola risulta di gradevole intrattenimento. (mario vanni degli onesti)

What Women Want

Il pubblicitario di successo Nick Marshall, divorziato e ora scapolo impenitente, maschilista e donnaiolo, trova sulla strada della promozione la rampante Darcy Maguire, assoldata per riconvertire l’agenzia al punto di vista femminile. Ma, causa un incidente elettrico, Nick acquisisce come per miracolo la dote di leggere nelle menti delle donne: in questo modo recupera il terreno perduto e soprattutto tiene testa alla capace Darcy. Lo spunto del film non è male, quasi da commedia sofisticata, e se fossimo stati nella Hollywood degli anni Quaranta probabilmente sarebbe stato affidato a Howard Hawks, magari a Frank Capra, meglio ancora se a Preston Sturges, e ne sarebbe venuta fuori una commedia pungente e deliziosa. Tant’è: negli anni 2000 il soggetto finisce invece nelle mani di Nancy Meyers, che non trova niente di meglio da fare che buttare tutto sulla farsa di grana grossa, in alcuni casi decisamente pesante, diretta senza grazia né stile. E per giunta lunga più di due ore. A salvarsi sono solo le canzoni di Frank Sinatra e Sammy Davis jr., e una sequenza in cui Mel Gibson balla da solo come un novello Fred Astaire. Un attore del suo calibro e della sua ironia avrebbe meritato di più.
(andrea tagliacozzo)

Cursed – Il maleficio

I fratelli Ellie (Christina Ricci) e Jimmy (Jesse Eisenberg) rimangono coinvolti in un incidente stradale, quando, in una notte di plenilunio, l’auto su cui stanno viaggiando viene attaccata da una strana creatura simile a un lupo. I due, pur feriti da quella bestia non identificata, riescono a salvarsi.  Ma le conseguenze dell’incidente vanno ben oltre alcune banali escoriazioni e un grande spavento; Ellie e Jimmy, infatti, iniziano a cambiare: si ritrovano dotati di incredibile forza e agilità, sensi iper-acuti e, last but not least , di un incredibile fascino che li rende desideratissimi dagli esponenti dell’altro sesso.
Interpretate dapprima come un dono, queste nuove caratteristiche si rivelano presto per ciò che sono in realtà: avvisaglie della maledizione che li ha colpiti, e che li sta lentamente trasformando in lupi mannari assetati di sangue.
Realizzato dalla premiata ditta Craven-Williamson (supercampione di incassi con la trilogia di Scream ), Cursed è un prodotto senza alcuna pretesa, che racconta una storia di licantropi abbastanza scialba e banalotta, resa leggermente più godibile grazie ad alcune trovate divertenti, come quella di mettere in evidenza la carica erotica «animalesca» che i due protagonisti acquistano dopo essere stati morsi dal lupo mannaro, e a una sceneggiatura brillante che strappa qualche risata allo spettatore, soprattutto nelle scene che vedono protagonista l’adolescente Jimmy.
Fin dai tempi di Nightmare, Craven si è sempre contraddistinto per il suo approccio «soft» al genere horror: gira pellicole che hanno lo scopo di far divertire lo spettatore, non certo quello di spaventarlo. E Cursed non costituisce certo un’eccezione, anzi, rivela una natura di prodotto profondamente, orgogliosamente «trash». In effetti, la definizione di trash-horror si adatta ottimamente a una storia di lupi mannari che, nonostante l’impegno, più che paura fanno ridere.  Comunque, i fasti di Freddy Krueger sono lontani…  Una segnalazione per le ragazzine: Jake, il cattivo del film, è interpretato da Joshua Jackson, amatissimo interprete del personaggio di Pacey nel soap-serial adolescenziale Dawson’s Creek. (michele serra)

30 anni in un secondo

Quanti, fra i trentenni di oggi, non hanno visto, sul finire degli anni Ottanta, film come Da grande, col nostro Pozzetto, o Big, con Tom Hanks? Eravamo in pieno yuppismo applicato ai desideri dei bambini (che volevano bruciare le tappe della crescita per poi trovarsi a risolvere l’immaturità degli adulti), il tutto condito col mito-ossessione tipicamente americano della seconda opportunità, della scelta giusta dopo aver compreso i propri errori. Il meccanismo narrativo e la morale annessa (solo un cuore intatto può sanare gli errori dei grandi) erano quindi collaudati ampiamente, ma l’operazione di recupero di sceneggiatori e produttori (gli stessi di What women want o di Perfetti innamorati) s’impreziosisce in questo caso del valore aggiunto della nostalgia. Chi non ricorda le feste dei 13 anni con le musiche di Madonna o Michael Jackson, il makeup «pesante», e il solito cliché d’importazione dei belli e le belle della scuola, irraggiungibili, e spietati con gli sfigati? Ingenui o scorretti che li si possa giudicare oggi, ci siam cresciuti e il film stimola furbamente questa zona erogena della nostra memoria adolescenziale.
Eccoci dunque nei panni della tredicenne Jenna Rink (Jennifer Garner), nel 1987, in piena crisi puberale: si fa usare dal sestetto di compagne bellocce e sbruffone, stravede per il fustone biondo della scuola e ignora il migliore amico e vicino di casa, Matt (Mark Ruffalo), «tricheco» con la passione della fotografia e un debole per lei. Dopo l’umiliazione cocente alla sua festa di compleanno, prega con rabbia di diventare grande («vincente e seducente», come recitava l’articolo sulle trentenni della rivista Poise)… E l’indomani eccola svegliarsi splendida trentenne, scoprirsi caporedattrice guardacaso di Poise, famosa, ricca e vincente. Solo che è la Jenna di 17 anni prima, fresca e ingenua, e per cavarsela in un mondo di squali che la spaventa chi può cercare se non il suo vecchio amico Matt? Purtroppo con lui, diventato nel frattempo un fotografo squattrinato e rimasto coerente con la sua natura, ha rotto ogni rapporto da quella sfortunata festa, in più scopre che sta per convolare a nozze. Non le resta che mettere le cose a posto e guadagnarsi la sua seconda opportunità. Il finale è dei più leziosi che si possano immaginare (almeno Pozzetto e Tom Hanks tornavano bambini per godersi con più saggezza la loro età, mentre qui si salta di nuovo all’età adulta per concretizzare la scelta giusta) ma che volete, generazione che vai finale che trovi…
Comunque, buono il ritmo, retto da un’azzeccata colonna sonora, Mark Ruffalo ha il physique du rôle perfetto per incarnare il trentenne dolce e corretto in un mondo di arrivisti insoddisfatti (ma lo direste mai che era il poliziotto sexy di In the cut ?) e la Garner rivela una mimica deliziosa nel rendere le espressioni di una tredicenne sul volto di una trentenne. Grazioso, ma con una riserva: tolto l’effetto nostalgia, i non trentenni sapranno apprezzarlo?
(salvatore vitellino)