The Darwin Awards – Suicidi accidentali per menti poco evolute

Michael è un brillante profiler della polizia. Nel corso di un’indagine per omicidio individua il presunto killer ma se lo fa sfuggire sotto il naso. Viene sospeso ed è così costretto a trovare un nuovo impiego: decide di mettere le sue doti investigative al servizio delle assicurazioni nei casi Darwin. Qui incontra Siri, un’agente dell’assicurazione con la quale si occuperà del caso di un ragazzo scomparso a bordo della sua auto.

Il nemico alle porte

Un film sulla battaglia di Stalingrado era il grande progetto irrealizzato di Sergio Leone. Affrontare una simile impresa è toccato invece a un regista per tutte le stagioni come Jean-Jacques Annaud, che dopo Il nome della rosa e Giovanna d’Arco sembra essersi specializzato in kolossal pseudo-storici con cast internazionali. E il risultato è una sorta di thriller bellico dove c’è praticamente di tutto: lo spettacolo esaltante e macabro della guerra, lo scontro individuale vissuto attraverso i cannocchiali di due fucili di precisione, il sacrificio di un popolo, i personaggi storici, la critica ideologica e la vicenda d’amore e di gelosia tradotta nel classico triangolo che unisce e lega due uomini alla stessa donna. Il nemico alle porte è un film senz’anima o, piuttosto, con troppe anime. Nei primi quindici minuti contende a Salvate il soldato Ryan il primato dei morti ammazzati in battaglia, tutti in bella vista accatastati come in un mattatoio. Poi comincia a farsi strada l’ex contadino russo Vasili Zaitsev (Jude Law), che al fronte ha scoperto un’autentica vocazione da cecchino, diventando – attraverso le corrispondenze del commissario politico Danilov (Joseph Fiennes) – un eroe nazionale capace con la sua leggenda di tenere alto il morale all’esercito sovietico assediato. A questo punto, mentre le complicazioni sentimentali e politiche hanno già messo radici, inizia il terzo e appena più convincente capitolo della saga: il duello tra Vassili e l’aristocratico maggiore Konings (Ed Harris), cecchino d’eccezione proveniente direttamente da Berlino per eliminare l’eroe.
La vicenda, tratta dal romanzo omonimo di William Craig, dovrebbe essere vera, ma così come viene riproposta non potrebbe risultare più incredibile. Annaud non sa legare i momenti privati alle imponenti pagine storiche, ostenta scenari devastati con un’enfasi smorzata dalla visibile artificiosità della grafica digitale, diluisce l’intrigo con digressioni a non finire e poi pretende di ricattarci con tragedie di bambini uccisi o di eroine votate al sacrificio. E, come se non bastasse, condisce il tutto con un motivo musicale scopiazzato a Schindler’s List . Il risultato alla fine è modesto. (anton giulio mancino)

Il colore della libertà – Goodbye Bafana

La famiglia del sergente Gregory si trasferisce sull’isola di Robben Island al seguito del capofamiglia, una guardia carceraria a cui è stato affidato il compito di dirigere la censura sulla posta e sulle conversazioni dei detenuti politici. Il militare conosce la lingua xhosa e può capire cosa dicono i prigionieri del carcere dell’isola, e in particolare cosa dice, o trama, il loro leader Nelson Mandela. Si prospetta un’ottima opportunità di carriera perché l’incarico è delicato e prestigioso: siamo nel 1968 e il Sudafrica governato da Botha fronteggia in maniera sempre più aspra la lotta contro l’apartheid condotta dall’African National Congress: riuscire a farsi apprezzare dai superiori significherebbe una promozione a maresciallo, e magari anche a tenente. La moglie di Gregory, Gloria, è ambiziosa e spregiudicata e preme sul marito perché non perda l’occasione della vita. Il loro razzismo, la loro profonda ignoranza, la propaganda del regime che fa passare Mandela per un comunista e un terrorista, formano il ritratto di una tipica famiglia di Afrikaner che sostiene un regime spietato, ma l’incontro e la conoscenza con una delle persone più lucide e intelligenti della recente storia dell’umanità li renderà più aperti, sensibili e consapevoli.

Correndo con le forbici in mano

I genitori dell’adolescente Augusten vivono un momento di crisi coniugale: lei decide di rivolgersi a un terapista e improvvisamente le cose cambiano. Una serie di situazioni fuori dal comune colpiranno il giovane che sarà addirittura costretto a trasferirsi dall’analista quando la madre decide di proseguire la cura in

Luther

Germania-Italia 1 a 0. Palla al centro. Agli albori del XVI secolo, il giovane Martin (Joseph Fiennes), sconvolto per essere scampato alla morte durante una tempesta, decide di prendere i voti e si fa ammettere nel monastero agostiniano di Erfurt. Il monaco Johann von Staupitz (Bruno Ganz), suo padre spirituale, lo accudisce con amore e ne incoraggia gli studi, intravvedendo le sue potenzialità. Durante un pellegrinaggio a Roma, Martin viene profondamente turbato dalla dissolutezza dei costumi imperante nell’urbe e dallo scandaloso mercimonio delle indulgenze. Abili monaci-imbonitori promettono la remissione dei peccati in cambio di denaro, costituendo di fatto la principale fonte di finanziamento della sterminata corte papale, preoccupata dal canto suo di preservare il culto cattolico dalle orde turche che premono a oriente e ansiosa di estendere il proprio dominio sulle terre nuove, appena scoperte da Cristoforo Colombo. Laureatosi in Teologia presso l’università di Wittenberg, Lutero comincia ad elaborare le famose 95 tesi che, affisse sul portale del duomo della cittadina tedesca, costituiranno il più pesante atto di accusa contro la corruzione della Chiesa di Roma mai vergate da mano umana. Le tesi, diffuse anche grazie alle nuove tecniche di stampa che a quel tempo facevano la loro comparsa, si diffondono rapidamente e provocano un vero sconquasso nella città eterna. Il Papa Leone X scomunica Lutero e vorrebbe convocarlo a Roma per sottoporlo al giudizio dell’Inquisizione, ma Martin si giova dell’intervento in sua difesa di Federico di Sassonia detto Il saggio (Peter Ustinov) che ottiene per lui un salvacondotto fino a Worms. Lì Lutero, posto di fronte alla richiesta di revocare tutti i suoi scritti, opporrà alla fine il suo rifiuto, sancendo anche simbolicamente quella frattura non solo teologica ma anche politica che porterà la Germania ad essere il Paese dove si svilupperà il Protestantesimo, grazie anche alla traduzione in lingua tedesca della Bibbia alla quale Lutero, braccato dalle truppe imperiali di Carlo V, mentre infuria la rivolta dei contadini che mieterà migliaia di vittime, lavorerà instancabilmente, comprendendo come solo la parola di Dio, porta direttamente ai fedeli, avrebbe potuto svelare gli inganni perpetrati ai danni della Fede da uomini di chiesa corrotti e avidi di potere.

Film denso e impegnativo (due ore filate filate), senza cedimenti apprezzabili e viceversa con qualche momento di buon cinema, il Lutero girato da Eric Till convince per l’ambientazione, la ricchezza dei costumi e la larghezza dei mezzi messi a disposizione dalla produzione. Qualche dubbio ci rimane di fronte alla scelta di affidare la parte del monaco nato ad Eisleben nel 1483 all’aitante Joseph Fiennes, fratello di Ralph – attore pure lui -. Intendiamoci, il trentaquattrenne Joseph non sfigura, forte anche dei suoi trascorsi shakespeariani, ma chi ha nella testa la figura tracagnotta e il profilo adunco del vero Martin Lutero (almeno quella tramandata dai manuali di Storia) stenterà parecchio nell’identificazione. Dal punto di vista filologico anche altrove il film si prende delle libertà che probabilmente giovano al ritmo della narrazione ma penalizzano la tenuta complessiva dell’operazione culturale. Sì, operazione culturale, perché questo film, che uscirà nelle sale italiane il prossimo 30 aprile, segue di pochi giorni un’altra pellicola che ha fatto parlare molto di sé,
La Passione di Cristo
di Mel Gibson. Sarà un caso che, in tempi di profonde lacerazioni sociali, di tumultuosi incontri-scontri di civiltà, di richiami per nulla velati a crociate e riconquiste (vero
madame
Oriana?) due film, pure profondamente diversi nel messaggio che veicolano, facciano comunque richiamo a quei valori religiosi ai quali da sempre l’umanità si aggrappa quando si sente smarrita?

Luther
vede anche l’ultima interpretazione (non memorabile, corre obbligo di segnalarlo) di sir Peter Ustinov, che per fortuna sua e nostra in carriera ha saputo lasciare il segno in molte altre pellicole. Il cast è completato da Bruno Ganz, efficace nella parte del monaco che assiste Martin durante i suoi studi, lo incoraggia ad andare nel mondo e gli insegna come tener ferma la fede anche nei momenti di crisi e Claire Cox, che impersona la suora Katerina von Bora, che lascia i voti con alcune sue consorelle per dedicarsi al nuovo credo, diventando poi la sposa di Lutero. Come prevedibile, il film sta facendo registrare ottimi incassi in Germania. Visto dal campanile romano desterà invece qualche mal di pancia. Anche se da allora i ponti sul Tevere hanno visto passare milioni e milioni di metri cubi d’acqua, le frequenti dispute teologiche che vedono periodicamente contrapporsi i contestatari teologi tedeschi ai più inflessibili difensori dell’ortodossia cattolica sono lì a testimoniare che la ferita aperta da Lutero non smette di sanguinare anche dopo cinque secoli. Germania-Italia 1 a 0.

(enzo fragassi)

Il mercante di Venezia

Al Festival di Venezia, alla fine della proiezione de Il mercante di Venezia, il pubblico si è come diviso in due, dopo gli applausi, meritatissimi, agli interpreti presenti in sala. Applausi pazienti, visti i ritardi, i posti scippati e le gaffes del direttore Croff. Tra i cinephiles, quelli nuovi, rigorosi (o meglio sedicenti, presunti rigorosi) decretavano il pollice verso per una trascrizione shakespeariana amorfa e piatta, inutile dal punto di vista filmico.
Quelli stagionati, quelli d’antan, tra cui mi annovero, più navigati e possibilisti, erano contenti, avendo tratto dallo spettacolo un grande piacere e una grande emozione. Forse il merito è più di Shakespeare e degli interpreti che non del regista, anche se molti di coloro che l’hanno criticato, non si sono presi neanche la briga di rileggere il testo e confrontarlo con la sua trascrizione. Pochissimi infatti hanno evidenziato le «libertà» che Radford si è preso rispetto al dramma, pur rispettandone di fondo la sua naturale ambiguità. Per esempio, il regista fa iniziare la pièce sul ponte di Rialto, dove si incontrano Antonio e Shylock e il primo sputa sull’ebreo. Nel testo l’episodio è solo raccontato da Shylock in un secondo momento. Ma così facendo il regista mette in primo piano il corno del dilemma, che è quello di un odio che nasce dalla consapevolezza o dalla paura di essere uguali e simili.
Di fatto non c’è nessuna differenza tra Antonio e Shylock, tra il gentile, il goy e l’ebreo, e nel celebre monologo l’usuraio lo affermerà con rabbia. Entrambi, sia Antonio che Shylock, prestano i soldi, l’ebreo lo fa per usura, è l’attività da cui ricava un profitto, Antonio lo fa per ricavarne un credito di affetto, un’obbligazione sentimentale. Dei due è più onesto e meno ipocrita l’ebreo. La società veneziana descritta da Shakespeare e ben evidenziata dal regista, pone il denaro in testa ai suoi valori, anche se dissimula ogni venalità nelle raffinate forme del saper vivere: l’amicizia, l’amore, certamente sono più veri e consistenti e reali se circola il denaro. È così che Bassanio conquista Porzia e viceversa. Il povero Shylock invece è senza difese rispetto all’astuzia dei suoi nemici; basta pensare a come si fa raggirare dalla figlia, che fugge con un goy veneziano portandogli via soldi e gioielli A proposito di quest’ultima, il regista chiude il film con un’immagine di lei che guarda e accarezza l’anello che ha al dito, regalatole dal padre; insinua in lei un’ombra di pentimento e di pietà che riverbera su noi spettatori: è una bella chiusa, ma nel testo non c’è: nessuna pietà per il povero Shylock.
Se il tema principale il denaro, l’altro, importante, è la vendetta. E anche qui, quanto è più ingenuo l’usuraio con la sua barbara e mitica e infantile richiesta di una libbra di carne, rispetto alla sottile perfida vendetta che i cristiani si prendono con la messa in scena legale, con le parole ipocrite di pietà e misericordia, depredandolo perfino del dovuto.
L’ultima scena, quella del processo, così affollata e oppressa, tutta giocata su primi piani, mi è parsa filmisticamente molto efficace. Una domanda che sempre ci si fa leggendo Il mercante e che anche il regista si è fatto. È antisemita questo testo? La sublime ambiguità di Shakespeare permette risposte antitetiche. A me pare, tuttavia, che se Shylock non sia «simpatico», i suoi nemici cristiani lo sono ancor meno, e quel poco di pietà che traspare dai versi del grande scrittore è tutta per il povero ebreo. Che altro dire: meraviglioso Al Pacino, straordinario Jeromy Irons, perfetti gli altri. Non credete ai critici cinefili: anche se non è un grande film, vale la pena di andarlo a vedere. (piero gelli)