Verità apparente

Una giovane adolescente cerca di rintracciare le orme della sorella maggiore, uno spirito libero, morta misteriosamente in Europa sette anni prima. La Diaz è eccellente, ma la Brewster è monocorde in questo film insoddisfacente. Lo stesso Brooks ha adattato un romanzo di Jennifer Egan.

The Faculty

Alla Herrington High c’è qualcosa che non va. Se ne accorge un gruppo di studenti: infatti i professori sono degli alieni che vogliono conquistare prima la scuola e poi il mondo, trasformando tutti in individui della loro specie. Sarà una lotta senza tregua.

Delirante ripescaggio della recidiva Cecchi Gori: esce ora in pochissime copie un film di tre anni fa che ormai in ogni parte del globo si trova persino sulle bancarelle dell’usato. Meglio tardi che mai, potremmo dire, ma sta di fatto che l’Italia sembra sempre più un paese del terzo mondo (senza maiuscole). Peccato che pochi riescano a vederlo, questo
The Faculty
, perché si tratta di uno spassosissimo fanta-horror che tritura di tutto: mille film del passato di genere, atmosfere scolastico-liceali, gore sopraffino, interpreti spiritosi e una certa bizzarria politicamente scorretta (la droga come strumento per eliminare il mostro). Rodriguez e lo sceneggiatore Kevin Williamson hanno dalla loro parte scaltrezza e consapevolezza di campo, e riescono a mantenere tutto sui binari mai dimenticati di una serie (da chiamare A o B a seconda dei gusti) che adesso sembra non esistere più.

Non siamo nei dintorni dell’orrore fritto e noioso di
Final Destination
o
Giovani Diavoli
, o di quello insipido e lesso di
Urban Legend
e soci, e nemmeno di quello metacinematografico di
Scream
da cui pure proviene Williamson, che qui ricorda (più che citare) con una gioia sbarazzina che risulta comunque simpatica.
The Faculty
ha intelligenza e brio da vendere, ed è esattamente quello che dev’essere: cinema di puro intrattenimento, che non manipola i meccanismi per creare qualcos’altro ma li utilizza per fortificarsi, come accadeva una volta. E al giorno d’oggi un film capace di irrobustire il genere stesso cui appartiene, con gran ritmo e notevole capacità, è un gioiello da custodire gelosamente.
(pier maria bocchi)

Non aprite quella porta: l’inizio

Una donna brutta e obesa partorisce un bambino a dir poco inquietante, direttamente sul pavimento di un macello texano del 1939, lurido di sangue e carcasse di animali. Il piccolo Thomas viene abbandonato dalla madre naturale e raccolto dalla spazzatura da una senza tetto che gli salva la vita. Un quarto di secolo dopo: vive in una casa sperduta nella ridente campagna di Travis County, insieme a un’amorevole famiglia dedita al cannibalismo. Una maschera di cuoio gli nasconde la faccia. A cadere fra le sue grinfie saranno due ragazzi, Eric e Dean, in compagnia delle loro fidanzate per un’ultima vacanza prima di partire per il Vietnam, una sporca guerra che il secondo preferirebbe disertare. Ma le discussioni sull’argomento hanno il fiato corto: presto i ragazzi dovranno lottare per la loro vita, se non vorranno finire a tocchettini nella dispensa della famiglia Hewitt.

Nuovo pane per i denti dei detrattori dell’horror, un altro film di cui non si sentiva il bisogno. Prequel del remake (basterebbe questo…) del super-classico di Tobe Hooper. Improponibile il confronto con il capostipite, anche se, rispetto al predecessore più prossimo, si tratta di un passo avanti. Più curato, leggermente più splatter. Ma ci voleva davvero poco a sfornare un prodotto migliore di quello, pessimo, firmato da Marcus Nispel nel 2003.

Il film ripete in modo prevedibile i cliché del genere, per di più confezionandoli con ampio uso di una serie di leziosi espedienti formali che puzzano terribilmente di già visto: colori desaturati, scene oscure, terribili ralenti…

Johnatan Liebesman, il giovanissimo regista sudafricano, probabilmente non ha fatto altro che svolgere con diligenza il compitino assegnatogli da produttori intenzionati a cavare ancora un po’ di euro dalle tasche degli appassionati. I quali, a dirla tutta, dovrebbero ribellarsi: dire basta ai film di paura che non fanno più paura a nessuno, basta ai sequel e ai prequel. In questo caso, per esempio, il tema delle origini di Leatherface potrebbe anche essere interessante, ma viene risolto in modo davvero banale: non sorprenderà neppure lo spettatore più ingenuo.

Pare proprio che gli amanti dell’horror dovranno continuare a guardare a Est ancora per un bel po’. Sul fronte occidentale, invece, niente di nuovo.
(michele serra)

Annapolis

Nato in una famiglia piccolo borghese, Jake (James Franco) guarda alla prestigiosa Accademia navale di Annapolis come a un miraggio: se riuscirà a esservi ammesso, guadagnerà la considerazione dei suoi genitori e il rispetto sociale cui aspira. Ma il primo impatto con le rigide regole e i pregiudizi di censo che regolano la vita dell’istituzione militare è molto duro. Jake rischia di essere messo alla porta: la sua unica possibilità è quella di battere sul ring il tenente Cole (Tyrese Gibson), campione di boxe dell’Acc