Trainspotting

Trainspotting

Gli avveduti che hanno letto il romanzo Porno già lo sapevano: i ragazzi traviati di Trainspotting un futuro l’hanno avuto. Almeno nella fantasia di Irvine Welsh. Mettendo da parte le droghe e cercando di affiliarsi all’ipertrofica industria della pornografia, la risanatrice. Bolsi, falliti ma sempre pronti ad atti sregolati e, forse in qualche modo, geniali, sempre che si intenda geniale, e così avvicinabile alle coordinate prestate dal Perozzi in Amici miei, il gesto di follia compiuto in un pub dal più anziano del gruppo base, Begbie, nel film del 1996. Cosa è stato Trainspotting per il cinema e la società degli anni ’90? Qualcosa che ha liberato l’estetica e l’immaginario popolare, come Gioventù Bruciata negli anni ’50, Arancia Meccanica nei primi ’70 e Matrix trent’anni dopo. Una scossa di violenza e visionarietà ad agitare il torpore dei tempi.

La storia dei quattro di Trainspotting non è un elogio alla follia nichilista, ma alla dipendenza, della più forte tra le droghe comuni, l’eroina. “Provate a immaginare l’orgasmo più bello della vostra vita, moltiplicatelo per mille, e capirete cosa vuol dire farsi di eroina”. L’autodistruzione in questo film è frutto di quest’unica causa, che porta nelle vite dei personaggi che ne abusano eccessi travolgenti, rappresentati dal regista con humour feroce e un ribellismo da contestualizzare in quella tundra d’apatia che sono stati gli anni ’90 della techno, del dopo Tatcher e delle ultime avanguardie giovanili, prima dell’avvento livellatore di sua maestà Internet.

Il meglio

Ma forse i momenti migliori del film di Boyle sono i meno appariscenti. I dialoghi sulla scozzesità, i volti allucinati dei personaggi, la strabordante vitalità da loro espressa, anche se nel suo risvolto negativo. Forse l’unico alter ego made in England di Trainspotting è Naked di Mike Leigh (1993), da cui Boyle deve aver tratto qualche ispirazione. Tanto il de profundis dello scozzese è corale, quanto quello dell’inglese è macabramente individuale e capace anche per questo di lasciare lo spettatore ancora più solo con i suoi dubbi: ma questa è già un’altra storia.

Melinda e Melinda

Un drammaturgo e un commediografo iniziano a discutere riguardo le potenzialità delle rispettive arti. Per determinare il vincitore della tenzone, decidono di sviluppare ciascuno la propria storia, partendo da un unico episodio, incentrato sull’enigmatica Melinda.
Dopo il non entusiasmante Anything Else, Woody Allen si prende una pausa dalla recitazione per concentrarsi unicamente sulla regia. Il suo nuovo film si basa sul classico espediente della duplice narrazione di uno stesso episodio, affidando all’ottima Radha Mitchell il ruolo di Melinda, la donna al centro della vicenda. Il regista newyorkese ha così confezionato due film distinti che scorrono in parallelo. Una scelta portata fino in fondo con mano ferma e buoni risultati: riflessione e risate si alternano infatti senza cadute di ritmo e senza creare confusione nello spettatore. Un classico film di Woody Allen, gli estimatori ne saranno deliziati, tutti gli altri difficilmente cambieranno idea. (maurizio zoja)