Prime

New York, Manhattan. Rafi è una produttrice cinematografica separata di recente. Un giorno incontra il giovane David ed è amore a prima vista. Tra i due ci sono quattordici anni di differenza e, come se non bastasse, la madre di lui, Lisa, è la terapista di lei. Riuscirà a decollare questa relazione?

They

Julia, un’intelligente studentessa di psicologia avviata verso una brillante carriera, sta cercando di mettere ordine nella sua vita. Ha un fidanzato rassicurante, Paul, di cui occuparsi e sta per discutere la tesi del dottorato. Una sera riceve un’inquietante telefonata dal suo ex fidanzato, il problematico Billy, il quale, sconvolto, lamenta strane visioni e incubi notturni. Recatasi a un appuntamento con il ragazzo, Julia assiste impotente al suicidio di Billy che si spara un colpo di pistola alla tempia. Al funerale incontra due amici del defunto che pare stiano avvertendo, in forma più leggera, gli stessi disturbi. Tornata a casa, anche la ragazza comincia a avere strane e terrificanti visioni notturne. Julia inizia a indagare sulle motivazioni di questi terrori di cui aveva sofferto da bambina, subito dopo aver vissuto il trauma del suicidio del padre. E scopre di avere in comune con gli altri un segreto terribile…

«Non spegnere la luce», spesso chiedono i bambini in quell’età in cui si ha paura del buio. E Robert Harmon ambienta proprio in quell’universo fatto di ombre e paure questo
They,
prodotto da uno dei maestri dell’horror: Wes Craven. Harmon si era già rivelato abile quando nel 1986 aveva diretto
The Hitcher
e questa pellicola, che lo riconcilia con il genere, ne è la conferma. L’oscurità della notte è l’universo di
They.
Rumori strani, sensazioni di paura e incubi terribili: Harmon ci porta per mano in un viaggio attraverso il terrore cercando di indagare sulle reazioni delle persone di fronte alla paura. Ma ha anche lavorato sul copione di Brendan Hood arricchendolo di dinamismo giovanile ed elementi soprannaturali che, a dire la verità, in qualche punto potevano essere risparmiati, puntando maggiormente sulla problematica dei turbamenti infantili e sui loro strascichi. La messinscena aderisce ai canoni dell’horror contemporaneo. Ciò che si non si vede, ciò che viene soltanto suggerito o relegato in un angolo della mente è di gran lunga più terrificante di quello che viene mostrato apertamente. Anche perché quando il mistero viene svelato, tutto il fascino delle atmosfere iniziali perde mordente. Le aspettative sul finale a sorpresa non vengono pienamente soddisfatte, ma si tratta forse di un problema di sceneggiatura più che di regia. Laura Regan, giovane attrice americana, presta il volto da ragazza della porta accanto a Julia, la protagonista, venandola di graduale ambiguità. È il primo ruolo importante per un’interprete sensibile e gradevole. Il resto del cast è formato da attori giovani e poco noti ma tutti credibili. Marc Blucas cui è affidato il ruolo del rassicurante Paul, proviene dai palcoscenici dei teatri off-Broadway, come Dagmara Dominczyk, che nella pellicola interpreta Terry. Craven non ha sbagliato puntanto su
They
che soddisferà i palati degli amanti del genere e non, anche senza proporre, di fatto, nulla di nuovo. E la sensazione che manchi quel qualcosa in più si avverte.
(emilia de bartolomeis)

Scary Movie

Potrebbe sembrare un paradosso, eppure non era facile fare un film come Scary Movie . Il tentativo di costruire novanta minuti intorno a elementi già dati – ovvero attingere a piene mani da stereotipi e immagini del cinema dell’orrore di questi anni, parodiandoli e buttandoli sul ridere – rischiava di afflosciarsi dopo cinque minuti, perché è assai difficile infilare una dopo l’altra scenette-copia a significante rovesciato che possano avere pure un senso d’insieme. Insomma, c’era la possibilità di cuocere soltanto uno spiedino di sketch da una manciata di pellicole ( Scream, Matrix, I soliti sospetti, Il sesto senso ) con poco o alcun collante tra gli stessi: la noia e l’inutilità sarebbero state sovrane. Invece il regista e i fratelli co-sceneggiatori dimostrano acume: girano un film che è sì un susseguirsi di momenti conosciuti (la base è la storia di Scream – con una ragazzina e i suoi amici terrorizzati dal killer mascherato – interpolata da elementi provenienti da altre fonti), ma fortunatamente funziona anche come oggetto complessivo. Oggetto che, soprattutto, non è tanto una parodia quanto un film di genere a senso compiuto, che utilizza meccanismi derivativi armonizzandoli in maniera da farli coagulare. Non è poco. E poi Scary Movie è finalmente quella pellicola sozzona, (h)ardita e sanamente triviale – e di marcato segno omoerotico – che decine di orrori passati sullo schermo negli ultimi tempi (da American Pie ad American School ) aspiravano a essere. Numerose le sequenze da sganasciarsi: il glory hole nella toilette del cinema, l’amplesso con eruzione finale, la lotta a mo’ di Matrix con una specie di polka inclusa. Sarebbe da vedere rigorosamente in lingua originale. Da noi è passato miracolosamente col divieto ai 14 anni: quindi, si spera, totalmente uncut. (pier maria bocchi)

Ti presento i miei

L’infermiere Greg Focker (Fotter nell’edizione italiana) ama alla follia la sua ragazza Pam e vorrebbe sposarla. Ma il padre di lei, Jack, è un tipo all’antica e Greg capisce che per ottenerne la fiducia deve andare da lui a New York e chiedergli ufficialmente la mano di sua figlia. Il week-end si rivela un vero incubo: Jack è scorbutico e insopportabile e, come se non bastasse, fin dall’inizio la malasorte – sotto varie forme – si accanisce contro Greg.

Nonostante i molti difetti – e a partire da una trama esile esile –
Ti presento i miei
ha comunque un pregio non da poco: è divertente. Dopo un’inizio un po’ lento (di studio, si direbbe in un incontro di calcio…), il film prende quota e sciorina una gag dietro l’altra: non tutte azzeccate, alcune perfino prevedibili, ma la mole è tale che la risata è quasi inevitabile. L’effetto è ovviamente decuplicato dalla presenza di Ben Stiller e Robert De Niro: il primo, film dopo film, è sempre più sicuro dei suoi mezzi, mentre il secondo, per quanto efficace, gigioneggia un po’ troppo e – come spesso gli capita ultimamente – finisce per assomigliare alla parodia di se stesso. Detto questo, bisogna ammettere che la somma delle parti – gag+Stiller-De Niro – non si tramuta automaticamente in un buon film. La colpa è parzialmente da attribuire alla regia incolore di Jay Roach: corretta, professionale, ma incapace di imprimere un marchio personale alla pellicola (a riprova che le cose migliori dei due
Austin Powers
erano in realtà farina del sacco di Mike Myers). A dispetto di qualche assaggio gustoso, il risultato finale lascia quindi insoddisfatti, con l’impressione di non aver assistito a un vero film ma solo a un’incessante e non sempre ben amalgamata sequela di trovate comiche.
(andrea tagliacozzo)