Soldati a cavallo

Unico lungometraggio di John Ford (se si esclude un episodio de
La conquista del West
) ambientato durante la guerra di Secessione. Un colonello nordista, incaricato assieme al suo reggimento di una importante missione, è costretto a portare con sé una ragazza sudista che potrebbe pregiudicare l’esito dell’operazione. La giovane, inizialmente ostile, finisce per innamorarsi dell’ufficiale. Non troppo apprezzato dalla critica, nonostante le non poche pagine di grande cinema .
(andrea tagliacozzo)

La conquista del West

La conquista dell’Ovest vista attraverso le vicende, che si sviluppano nell’arco di tre generazioni, di una famiglia di pionieri. Il protagonista ha due figlie: una si sposa con un giocatore d’azzardo, mentre l’altro diventa la moglie di un cacciatore. Il figlio di quest’ultima, diventato adulto, partecipa alla guerra di Secessione. Un film molto spettacolare girato nella magnificenza del Cinerama, ma sostanzialmente non all’altezza delle sue ambizioni. John Ford firma l’episodio migliore del film: quello della battaglia di Shiloh. Una vera sorpresa George Peppard, che riesce a tenere degnamente il confronto con divi più titolati di lui. Vincitore di tre Oscar: sceneggiatura, montaggio e suono.
(andrea tagliacozzo)

Il grande Jake

Una banda di fuorilegge assalta la tenuta dei MacCandles e rapisce il piccolo Jacob. La nonna del bambino decide di ricorrere all’aiuto del marito Jake, dal quale si era separata quindici anni prima. Quinto ed ultimo film interpretato della coppia John Wayne-Maureen O’Hara (il primo, nel 1950, era stato
Rio Bravo
per la regia John Ford). Si tratta di una sorta di via di mezzo non troppo riuscita tra i classici interpretati dallo stesso Wayne diversi anni prima e il nuovo (all’epoca) western crepuscolare (stile
Butch Cassidy
).
(andrea tagliacozzo)

Dopo Waterloo – Il ritorno del kentuckiano

Floretta, figlia di un ufficiale napoleonico rifugiatosi in America, s’innamora di John Breen, ex soldato del reggimento del Kentucky che si è unito ai coloni. La ragazza, però, è già promessa a un ricco quanto disonesto proprietario terriero. Nonostante la presenza carismatica di John Wayne, il film non si solleva dalla media di altre pellicole del genere. Una delle rare apparizioni solitarie di Oliver Hardy senza il compagno di sempre, Stan Laurel.
(andrea tagliacozzo)

Il grande sentiero

David Rollins, Ian Keith. Epico western che potrebbe risultare ostico ad alcuni spettatori, ma rimane uno dei più riusciti fra i primi film sonori. John Wayne comincia con questo film la sua carriera di attore protagonista, mostrando già alcuni dei suoi tratti caratteristici. Girato originariamente con la pioneristica tecnica cinematografica in 70mm. “Grandeur”.

Gli eroi del Pacifico – La pattuglia invisibile

Nelle Filippine, le truppe americane sono costrette ad arrendersi ai giapponesi. Ma la coraggiosa resistenza della popolazione locale e gli interventi isolati di alcuni reparti statunitensi rendono ancora aperta la partita. John Wayne e il regista Edward Dmytryk danno lustro a un film di guerra non troppo originale, ma più che dignitoso. L’anno seguente, Dmytryk restò parzialmente in tema bellico con
Anime ferite
, dove affrontò il problema dei reduci dal secondo conflitto mondiale.
(andrea tagliacozzo)

I quattro figli di Katie Elder

Alla morte della madre, avvenuta in circostanze misteriose, i quattro figli di Katie Elder si riuniscono per le esequie. Dopo aver scoperto che la loro fattoria è stata venduta in maniera poco chiara, i fratelli Elder decidono d’indagare in proposito. Western vecchio stampo, poco originale ma piacevole, ben sorretto dall’indubbia bravura degli interpreti (Wayne e Martin in evidenza).
(andrea tagliacozzo)

Chisum

È stato uno dei film più sintomatici e famosi dell’ultimo periodo di John Wayne, e di sicuro il più sopravvalutato. Piacque da matti al presidente Nixon, che indicò il personaggio wayniano dell’anziano allevatore capitalista John Simpson Chisum (1824-1884) come un modello di eroe americano. Ad ogni modo, con buona pace delle pubbliche attestazioni di stima da parte del Presidente (non ricambiate da «Duke», che lo considerava un perdente), questo Chisum sembra davvero essere investito da un improbabile mandato eroico, privo delle contraddizioni del suo equivalente Tom Dunson nel capolavoro
Il fiume rosso
di Howard Hawks. Il vecchio Chisum infatti non rimpiange la donna alla quale ha rinunciato pur di costruire il suo feudo, nessun figlio intraprendente e di moderne vedute minaccia di deporlo e non patisce neppure del normale imborghesimento di chi passa la vita negli affari. Meglio allora il ritratto che di Chisum darà Sam Peckinpah in
Pat Garrett e Billy Kid
.
(anton giulio mancino)

Il pistolero

Il pistolero
di Don Siegel è l’ultimo film interpretato dalla leggenda del western cinematografico per eccellenza, John Wayne. Non è soltanto un magnifico canto del cigno per il più grande eroe hollywoodiano, ma un’analisi struggente – eppure lucida e impietosa – del mito wayniano. Con tutte le sue contraddizioni, dall’idealismo incrollabile alla proverbiale misoginia.

Il passato del pistolero John Bernard Books coincide con quello cinematografico dell’attore: ritornano le immagini di alcuni capolavori come
Il fiume rosso, Un dollaro d’onore e Hondo
, e la sua parabola di uomo del West che regola i conti con tre nemici di vecchia data rimanda esplicitamente a
Ombre rosse
. Solo che stavolta la leggenda cede il passo alla realtà crepuscolare e all’opacità dell’era moderna: l’eroe immortale, come solo in rari casi è accaduto nella filmografia dell’attore, soccombe nel finale.

Involontariamente e drammaticamente autobiografico,
Il pistolero
mostra il protagonista afflitto da un cancro incurabile (il male che tre anni dopo stroncò la vita dell’attore) e raccoglie un cast di gloriose star avviate sul viale del tramonto, come James Stewart e Lauren Bacall. Dà inoltre spazio al giovanissimo Ron Howard, destinato a una futura carriera di regista (
Apollo 13, Il Grinch
).
(anton giulio mancino)

La taverna dei sette peccati

Amore burrascoso tra un ufficiale della marina americana e una cantante di tabarin, legata a un losco avventuriero che la sfrutta per imprese poco pulite. Raccogliendo la sfida del rivale, l’ufficiale è coinvolto in una gigantesca rissa. Godibile e movimentato film avventuroso reso memorabile dalla conturbante presenza di Marlene Dietrich. Eccellente il cast di contorno formato da grandi caratteristi hollywoodiani.
(andrea tagliacozzo)

Sentieri selvaggi

Ethan Edwars guida una spedizione sulle tracce degli indiani che hanno rapito la piccola Debbie dopo averne sterminato la famiglia. La ricerca dura lustri, e nel frattempo a casa si attende il ritorno. Per alcuni (fra cui chi scrive) il capolavoro di Ford, e uno dei vertici del cinema mondiale. Non il suo film più perfetto o più «classico» ma, al contrario, il punto di massima tensione tra la consistenza dello stile (e dell’ideologia), e un presente di crisi. Ma in Ford anche la crisi si fa monumento, e il suo stile diventa ancora più sontuoso ed epico del solito. Ford dilata i tempi della storia (l’unità d’azione del western si diluisce fino ai decenni, con procedimento tipico piuttosto del melò) ma non il ritmo del racconto. Il mito della frontiera si ingigantisce e si svolge sotto il segno del tragico. L’immagine di Wayne che prende in braccio Nathalie Wood e dice «Andiamo a casa, Debbie» è la sintesi drammatica del cinema americano intero.
(emiliano morreale)

Un uomo tranquillo

Da un racconto di Maurice Walsh. In America, un pugile di origini irlandesi uccide involontariamente un avversario durante un incontro. Sconvolto, l’uomo abbandona il ring tornando nella natia Irlanda, dove conta di stabilirsi e sposarsi. Qui s’innamora, ricambiato, di una bella e battagliera vicina. John Ford torna (cinematograficamente) alla natia Irlanda con esiti a dir poco entusiasmanti. Straordinari ed affiatati i due protagonisti, coadiuvati da un altrettanto eccezionale stuolo di caratteristi. Oscar alla regia per Ford (il quarto della sua carriera).
(andrea tagliacozzo)

Stella di latta

Distratto dai pressanti impegni di sceriffo, Johnny Cahill finisce per trascurare i propri figli, Billy Joe e Danny. Quasi per rivalsa nei confronti del genitore, i due giovani si uniscono a una banda di fuorilegge e prendono parte ad una rapina. Johnny arresta quattro innocenti, in fretta condannati a morte, ma intuisce che i responsabili del colpo sono altri. Western senza troppe sorprese, diretto da un onesto (ma mediocre) mestierante.
(anton giulio mancino)

Pugni, pupe e pepite

In Alaska, agli inizi del secolo, Sam, che assieme ai fratelli George e Billy ha scoperto una inesauribile vena aurifera, si reca a Seattle con l’intenzione, al ritorno, di portare con sé la fidanzata di George. Ma la ragazza si è già sposata e Sam, per non deludere il fratello, convince Michelle, un’affascinante entreneuse, a farle da «sostituta». Avventura e commedia si fondono alla perfezione in uno dei film più divertenti e scanzonati di Henry Hathaway. Brillante anche la prova di John Wayne, tra gli attori preferiti del regista.
(andrea tagliacozzo)

Rio Lobo

Ultimo dei cinque film diretti da Howard Hawks con John Wayne protagonista (western come tutti gli altri, ad eccezione di
Hatari!
), che del genere conserva la struttura e l’impianto misogino. Tuttavia
Rio Lobo
, pur ricalcando in maniera evidente lo schema del precedente e insuperabile
Un dollaro d’onore
, non è un capolavoro, né il canto del cigno hawksiano che la critica francese dell’epoca volle a tutti i costi esaltare. È un film ingessato, disarticolato e senza scatti; bolso come il suo protagonista che, ormai sulla settantina, riesce a stento a montare a cavallo e a reggere le sequenze d’azione. Sempre affascinante la figura dell’eroe che, visibilmente invecchiato, non può più permettersi galanterie con la bella di turno (Jennifer O’Neill); la quale, quando chiede di potersi sdraiare accanto a lui, è perché considera la grassa e imponente mole di Wayne un morbido giaciglio. Per il colonnello nordista McNally, impegnato a far piazza pulita dei manigoldi che dettano legge a Rio Lobo e a trovare il traditore responsabile di un colpo ad opera dei sudisti, un bello smacco. Da amare più che da ammirare.
(anton giulio mancino)

Vento selvaggio

Baracconata roboante di DeMille sulle navi di salvataggio in Florida, con la Goddard nella parte della focosa bellezza del Sud, Milland e Wayne che combattono per lei e Massey nel ruolo di un cattivo ripugnante. Esaltanti le scene subacquee, con effetti speciali da Oscar. Milland è bravo in questa insolita caratterizzazione.

El Dorado

Un pistolero arriva a El Dorado dove è stato assoldato da un ricco allevatore, ma un suo vecchio amico, ora sceriffo della contea, lo informa che il suo nuovo padrone intende appropriarsi con la forza dei terreni appartenenti a una famiglia di coloni. Quasi un remake di
Un dollaro d’onore
, realizzato otto anni prima dallo stesso regista e con lo stesso Wayne nel ruolo del protagonista. Hawks torna sui temi che gli sono più cari (l’amicizia virile primo su tutti) con una punta in più di ironia rispetto al passato, mettendo in scena un magnifico gruppo di anti-eroi cinematografici che, oltre ai nemici, devono affrontare anche i propri acciacchi e l’età che avanza implacabilmente. Nel 1970, sarà ancora John Wayne l’interprete principale dell’ultimo film del grande Howard Hawks,
Rio Lobo
, chiusura ideale di una trilogia iniziata proprio con
Un dollaro d’onore
.
(andrea tagliacozzo)

In nome di Dio

Tre banditi che hanno rapinato una banca si vedono affidare un neonato dalla madre morente e si prendono l’impegno di portarlo in salvo. Inizia così una traversata del deserto. Scatenato, coloratissimoe natalizio, uno dei Ford più sentimentali ed epici. Eayne, Armendariz e Harry Carey jr. sono nientemeno che i tre Re Magi, in una rivisitazione che, come sempre in Ford, non si capisce quanto sia cattolica-irlandese (l’amore per i peccatori) e quanto calvinista-pionieristica (sempre
westward
…). Non è forse tra i suoi capolavori, ma certo tra i film più indicativi del suo stile. E per i fans, una gioia assoluta. Il climax è la scena nel deserto, quando i compagni morti guidano Wayne, unico superstite, a portare il bambino in salvo, e le pagine della Bibbia vengono sfogliate dal vento del Narratore. Insieme al quasi coevo
She Wore a Yellow Ribbon
, siamo già in piena nostalgia, alla rivisitazione crepuscolare e quasi ironica del genere (il film è un remake di un western muto di vent’anni prima, dello stesso Ford, con Harry Carey sr.).
(emiliano morreale)

Il giorno più lungo

Rievocazione dello sbarco alleato in Normandia, avvenuto il 6 giugno 1944, e degli altri significativi episodi che portarono alla sconfitta dell’esercito nazista. Le troppe menti al lavoro (ben cinque registi, tra i quali il produttore Darryl F. Zanuck) creano un certo squilibrio e il film, per quanto sia tratto dal romanzo autobiografico del colonnello Cornelius Ryan, è disseminato di ingenuità (i documenti tedeschi recano l’evidente, quanto improbabile scritta Top Secret). Ma vista la disponibilità di mezzi, lo spettacolo ovviamente non manca. Il nutrito gruppo di stelle che parteciparono alla realizzazione del film (quasi tutti in piccoli ruoli, anche se significativi) non presero alcun compenso. (andrea tagliacozzo)

L’uomo che uccise Liberty Valance

Il senatore Stoddard rievoca ai giornalisti accorsi ai funerali dello sceriffo Doniphon i suoi esordi in politica, la sua lotta contro i grandi allevatori di bestiame, la pacificazione del West, il suo scontro con il pistolero Liberty Valance. Il racconto, poco a poco, delinea una versione della storia del West assai meno epica di quella tramandata dalla leggenda.
L’uomo che uccise Liberty Valance
è l’ideale contraltare a
Sentieri selvaggi
: se quest’ultimo è la storia del West intesa come bieca e cupa vendetta personale, il primo è l’affermarsi della logica sociale e politica sull’impegno del singolo. John Ford era uno che badava al sodo. Alla riunione del sindacato registi al tempo del maccartismo, per contrastare l’azione della destra, si presentò con la celeberrima frase: «Mi chiamo John Ford, e faccio western». La modestia del proprio operato caratterizza anche la figura di Doniphon, che preferisce restare nell’ombra lasciando che l’epos si affermi, a fronte della prosaica fatica individuale. Western crepuscolare, nel quale la società non è più capace di identificarsi con una Storia che si riduce a una questione di punti di vista. Merita di essere visto anche solo per il cast, che oppone un titanico Wayne e un dubbioso Stewart al luciferino Lee Marvin. A ciò si aggiunga la mano di uno che faceva western. Da più di quarant’anni.
(francesco pitassio)

La battaglia di Alamo

La storia della grande battaglia di Alamo, raccontata attraverso i personaggi storici, i loro pensieri e le loro parole. Vale la visione anche solo per la scena finale (quella della battaglia, appunto), un vero spettacolo cinematografico d’altri tempi. Bella la colonna sonora di Dimitri Tiomkin, che comprende il popolare tema The Green Leaves of Summer. Girato nella zona di Brackettville, nel Texas. I 26 minuti tagliati dalla versione originale dopo una prima proiezione pubblica (dall’esito negativo) a Los Angeles sono stati ripristinati nella recente edizione homevideo. Sei nomination agli Oscar (tra cui Miglior Film Fotografia e Montaggio, ma una sola statuetta (Sonoro).