Fratello, dove sei?

Nel Mississippi degli anni Trenta, tre detenuti evasi condividono una serie di avventure e inavvertitamente diventano un’attrazione canora interpretando vecchi classici musicali. Adattamento deliziosamente eccentrico dell’Odissea di Omero, pieno di idee ingegnose, musica irresistibile e dialoghi taglienti. Sceneggiatura di Ethan e Joel Coen; il titolo deriva da I dimenticati di Preston Sturges. Innovativo l’uso del colore del direttore della fotografia Roger Deakins. Super 35. Due nomination agli Oscar.

Tredici variazioni sul tema

Un professore metodico e ordinato decide di cambiare vita grazie a una donna. Un giovane procuratore è stravolto da un incidente. Un manager invidioso e rancoroso decide deliberatamente di distruggere la vita di un gioviale collega. Una moglie deve affrontare l’adulterio del marito. Una giovane donna delle pulizie, sempre ottimista, cambia atteggiamento verso la vita. Cinque storie diverse, contemporanee, che s’intrecciano tra loro fino a formarne una unica. Un film su come le nostre azioni possano non solo cambiare la nostra vita, ma anche quella degli altri. Una narrazione temporale che viaggia dal presente, al passato, al futuro. Un film che invita a ponderare meglio le nostre decisioni e a immaginare le conseguenze di ogni nostra minima scelta o reazione, anche se apparentemente casuale. Come può essere un sorriso a uno sconosciuto. Bella prova di scrittura e di regia da parte di Jill Sprecher, aiutata nella sceneggiatura dalla sorella Karen. I cambi di ritmo, di tempo e di storia sono realizzati con molta leggerezza e l’uso della musica aiuta il percorso dello spettatore. Film corale in cui tutti sono protagonisti, tutti portano una storia.
(andrea amato)

Una spia per caso

Negli anni Cinquanta l’insegnante di lettere McGrath, che dopo il lavoro al liceo svolge anche la professione di istruttore di guida, dichiara alla moglie assetata di prestigio sociale di lavorare per la Cia. Le vicende si susseguono e lui viene effettivamente reclutato dalla Cia, per ritrovarsi paracadutato nella Baia dei Porci a tentare di uccidere Castro. Troppo intelligente per i lobotomizzati dei multiplex, ma allo stesso tempo troppo stupido per cervelli più fini; affabilità e ottime prestazioni sportive sono tutto ciò che questo film ha da offrire. Woody Allen (che ha scritto Pallottole su Broadway con McGrath) appare non accreditato.

Crocevia della morte

Opera umorale, piena di stile e un po’ pretenziosa, firmata dai fratelli Coen (Joel ha diretto e scritto la sceneggiatura insieme a Ethan, anche produttore). Byrne interpreta un gangster irlandese dal cuore di pietra che agisce secondo un codice etico conosciuto a lui soltanto, fedelmente devoto al re del crimine Finney. Denso e duro, all’inizio è quasi irritante, ma si fa sempre più coinvolgente man mano che l’intreccio si dispiega sinuoso. Alcuni momenti di bravura vanno a braccetto con la spettacolare fotografia di Barry Sonnenfeld. Frances McDormand, non accreditata, ha una piccola parte da segretaria.

Vivere e morire a Los Angeles

Un agente federale coglie sul fatto il falsario Eric Masters, ma viene da questi ucciso. Il caso resta nelle mani di Richard Chance, collega e amico del defunto poliziotto. Per incastrare Masters, protetto da un abile quanto ambiguo avvocato, Chance si serve dell’aiuto di un delinquente e di una bella informatrice. Veloce, duro e violento – come ci si aspetta da un grande come William Friedkin – con almeno una sequenza (un inseguimento d’auto mozzafiato) d’antologia del cinema d’azione.
(andrea tagliacozzo)

Romance & Cigarettes

Stati Uniti, anni Trenta. Una famiglia dell’East Side newyorkese. Nick (James Gandolfini), il padre, è un operaio metallurgico che trascorre il suo tempo a fantasticare su una mezza prostituta (Kate Winslet) dai capelli rossi e dal gergo da scaricatore di porto, mentre la moglie (Susan Sarandon) lo aspetta disperatamente a casa con le tre figlie in pieno delirio canzonettaro che strillano nel giardino di fronte a casa. Quando la donna si accorge dei tradimenti del marito dà il via a una lotta spietata nei suoi confronti, sorretta dalla solidarietà delle figlie. L’uomo si rifugia nell’agognata avventura carnale, che però entro breve lo lascia insoddisfatto per la troppa brutalità e volgarità della partner. Stufatosi di un rapporto banale e puramente a sfondo sessuale, decide di tornare dalla dolce e triste moglie che lo accoglie in casa ma gli impone di dormire sul divano…

Barton Fink – È successo a Hollywood

1941: un importante scrittore teatrale (Turturro) decide di recarsi a Hollywood nel per sceneggiare un film, esperienza che ben presto si tramuta in un vero inferno. Uno sguardo disincantato e dettagliato sulla Hollywood anni Quaranta, con l’inconfondibile stile dei fratelli Coen. Peccato che a un certo punto il film diventi bizzarro e grottesco, senza più riuscire a tornare sui binari giusti. Ottimo il cast, in ogni caso. Tre nomination agli Oscar.

Gung Ho

Negli Stati Uniti, una piccola industria automobilistica in crisi chiede aiuto a una potente holding giapponese. I nipponici accettano di risollevare le sorti della fabbrica, ma impongono anche i loro massacranti ritmi di lavoro. Una commedia sullo scontro di due opposte mentalità, meno stupida (e razzista) di quanto possa sembrare a prima vista. A fare le spese della satira sono infatti anche gli ottusi americani, come il collega di Keaton che gioca sporco pur di vincere la partita di baseball.
(andrea tagliacozzo)

Grace of My Heart – La grazia nel cuore

Deludente pellicola su un grande argomento: il mondo della musica pop che ruotava intorno al Brill Building di New York tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Un’aspirante cantautrice (Douglas) si ritrova le porte sbarrate come interprete ma diventa invece una compositrice pop di successo; il suo destino si lega in seguito a una successione di uomini nel business musicale. Alcuni bei momenti qua e là, ma di regola è superficiale — una vera vergogna. Pieno di gradevoli canzoni nello stile di quel periodo, più un numero da brivido God Give Me Strength, scritta da Elvis Costello e dal veterano del pop Burt Bacharach. Martin Scorsese è produttore esecutivo.

Transformers – La vendetta del caduto

Sam Witwicky (Shia LaBeouf) si schiera nuovamente al fianco degli Autobot contro i loro nemici giurati, i Decepticon. La battaglia sembrava finita al termine del primo episodio ma Starscream, ritornato a Cybertron per prendere il comando dei Decepticon, decide di tornare sulla Terra per stabilire quale sarà il destino dell’universo.

Se nel prototipo Transformers fantascienza e commedia si mescolavano e la mano del produttore Spielberg era più facilmente avvertibile, la nuova puntata è priva dell’ironia necessaria a superare la sospensione dell’incredulità. E nella lunga battaglia finale che si estende all’intero globo domina anche un compiacimento iconosclasta che rasenta il luddismo culturale. Il regista, che in omaggio alla logica dei sequel blockbuster raddoppoia la dose di ogni ingrediente, sembra qui interessato solo all’azione, da spalmare sulla più eccessiva durata possibile, ma gli scontri tra robot sono più stordenti e più confusi, e l’occhio collassa.

Lei mi odia

Per chi ha qualche dimestichezza con la sua filmografia, non è una novità che Spike Lee abbia sempre tentato di tastare il polso all’evoluzione del costume e della morale americani. Il mondo del basket
(He Got Game),
della televisione
(Bamboozled),
la vita di strada degli spacciatori neri
(Clockers)
e la riflessione sulla coscienza degli afroamericani
(Bus – In viaggio),
sono solo alcune delle tappe e dei temi della meditazione storico-sociale del regista sul suo Paese, che ha avuto l’esito più maturo ne
La 25ª ora.

Questa volta gli intenti di critica e gli agganci alla cronaca sono più scoperti che mai. Ispirato dagli scandali finanziari degli ultimi anni (i casi Enron e Worldcom su tutti), che hanno visto il crollo di giganti mondiali causato dall’avidità e amoralità del management, Lee opta esplicitamente per il pamphlet accusatorio del deficit etico della società americana, e lo fa quasi con i toni della commedia.

Protagonista è John Armstrong, «Jack» (Anthony Mackie), giovane e devoto manager di una multinazionale farmaceutica che vuole brevettare prematuramente un vaccino contro l’Aids. Il suicidio del ricercatore capo gli farà scoprire le frodi azionarie e le sottrazioni illecite del presidente Powell (Woody Harrelson). Jack fa una denuncia anonima alla Sec ma i suoi capi lo scoprono e lo licenziano in tronco, cercando in seguito di addossargli la responsabilità del crack in borsa. La sua vita sembra finita: non trova più lavoro e per giunta il suo conto è stato congelato dalla sua ex società. La svolta gli arriva in casa con la sua ex ragazza Fatima (Kerry Washington) ora lesbica convinta e donna d’affari di successo. Lei e la sua compagna Alex (Dania Ramirez) gli propongono una transazione: soldi cash perché lui le «insemini». Essere trattato come macchina riproduttiva non fa piacere, soprattutto se amavi la donna che adesso ti chiede un figlio da crescere con un’altra donna. Ma i soldi comprano anche l’orgoglio, e se poi la faccenda è trasformata in un business redditizio dalla stessa Fatima, ci si adatta: in fondo 10.000 dollari a missione, per inseminare un plotone di lesbiche con un imprenditoriale istinto materno, sono un bell’affare.

Intanto sul piano giudiziario le cose si mettono male: Jack viene arrestato e finisce sotto processo. Ma in aula saprà riscattare la sana coscienza dell’onesto americano e bacchettare l’ipocrisia del potere.

Lee, sono parole sue, ha «voluto sollevare degli interrogativi sul declino della morale e dell’etica in America» ma si è lasciato prendere la mano da uno schematismo didascalico, con un risultato ambiguo e contraddittorio nella forma e nel contenuto. Nella forma, perché l’opera parte come film di impegno civile (geniali i titoli di testa, con le immagini «fluttuanti» dei dettagli delle banconote, quasi una storia iconografica dell’America rooseveltiana); vira verso la commedia (spassosa la fase delle trattative e degli amplessi); e chiude con la soluzione più compiacente e buonista (la famiglia felice, babbo-due mamme-e figli). Nel contenuto, perché associando la denuncia della corruzione dei valori economici con quella dei valori sessuali e identitari, Lee ha posto dei nessi causali interessanti ma in cui non ha saputo districarsi, non approfondendo così né l’uno né l’altro tema. E infatti, nei punti chiave, l’impressione fastidiosa è quella dell’eccesso, ora verso una sbrigativa retorica dell’indignazione, ora verso una superficiale faciloneria nell’affrontare l’omosessualità come scelta (per lei) o come privazione (per lui), o la paternità-maternità in una famiglia omo-etero, fino allo stesso rapporto fra i sessi «rovesciato» dal denaro.

Il ritmo tiene, certo, qualche personaggio strappa un sorriso (Turturro, boss rassegnato al declino che fa l’imitazione di Marlon Brando nel
Padrino)
ma da Spike Lee era lecito aspettarsi di più.
(salvatore vitellino)

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tratte da
Lei mi odia

Zohan – Tutte le donne vengono al pettine

Zohan Dvir è uno dei più importanti membri delle forze armate israeliane: è il migliore cacciatore di terroristi del suo paese e le donne cadono ai suoi piedi. Ma da tempo Zohan medita di cambiare vita e realizzare il suo sogno più grande: diventare un parrucchiere. Durante uno scontro con il suo nemico di sempre, il terrorista palestinese Phantom, decide di simulare la propria morte e di fuggire negli Stati Uniti, dove è convinto di poter finalmente diventare un parrucchiere: il migliore, ovviamente!

La tregua

La guerra è finita e i deportati ebrei italiani nel campo di concentramento di Auschwitz fanno ritorno a casa. Un ritorno travagliato e difficile, pieno di insidie e ossessionato dai ricordi ancora freschissimi dell’inferno che stanno abbandonando. Tratto dall’omonimo libro autobiografico di Primo Levi, adattato da Rosi e Tonino Guerra, il film non riesce a decollare mai del tutto e delude per l’occasione persa. Non è sicuramente facile rapportarsi con il libro di Levi, così struggente e stravolgente, ma forse anche le difficoltà di lavorazione hanno reso difficile ottenere un buon lavoro. Durante le riprese sono mancati il direttore della fotografia e il montatore. Non convince neanche la musica di Bacalov, troppo slegata dallo svolgimento del film.
(andrea amato)

Fear X

La guardia giurata Turturro è curioso di scoprire chi ha ucciso sua moglie e perché. Lento e opaco esercizio sulla vacuità del cinema (oh, scusate, della vita… no, del cinema… della vita… arggghhh!). Il tipo di film in cui lo spettatore passa più tempo a chiedersi in che mercatino lo scenografo ha trovato la lampada che a preoccuparsi della storia dei personaggi. Widescreen.

Mo’ Better Blues

Bleek Gilliam è un grande trombettista, ma anche un egoista e un figlio di buonadonna. Tratta male le sue compagne e rischia di bruciarsi. Di certo il suo manager, arruffone e giocatore d’azzardo, non lo aiuta. Elegantissimo, sopraffino, magistrale e un po’ frigido come il jazz dei fratelli Marsalis che lo sostiene, fu il primo film «ripulito» del primo regista afroamericano di successo. Ed è anche un bel film: sincero, trascinante, dominato da una passione e da un ritmo notevoli. Certo, è un’operazione di grande compromesso, con una fotografia smagliante, attori bravissimi e bellissimi (tranne Lee stesso, che bello non è), una regia sinuosa… Insomma, perfino un po’ leccato e prevedibile. Ma possiede una sensualità vera, e ci trasporta in un mondo e in un mood che pochi hanno saputo raccontare.
(emiliano morreale)

Il siciliano

Spinto da nobili ideali, Salvatore Giuliano usa le sue imprese criminose per opporsi allo strapotere della mafia, dell’aristocrazia e del clero. Sulla base romanzo di Mario Puzo, Michael Cimino realizza un ritratto molto personale, anche se poco attendibile, del famoso bandito siciliano. Il talento visivo del regista è evidente in più di una sequenza, anche se certe ingenuità (tipo le scritte in inglese, come Long Live to Salvatore Giuliano , in un film ambientato in Sicilia) sono difficilmente perdonabili. Così come è difficilmente spiegabile la scelta dello statico Lambert nei panni del protagonista. (andrea tagliacozzo)

Danni collaterali

Gordon Brewer è il capo dei pompieri di Los Angeles. Un brutto giorno il narcoterrorista Claudio «il lupo» Perrini piazza una bomba nel centro della città nella speranza di far saltare in aria Peter Brandt, il responsabile Cia per gli affari colombiani. Ovviamente Brandt si salva e a morire sono la moglie e il figlio di Brewer. L’uomo, superato lo shock iniziale, decide che non ha alcuna voglia di attendere che la giustizia faccia il suo corso e si reca in Colombia alla ricerca del… lupo. Se non fosse così mortalmente stupido, Danni collaterali potrebbe essere persino un film divertente. In un’epoca in cui le obiezioni ideologiche ai film sembrano essere un triste residuato di un’epoca contenutistica ormai tramontata, il film di Andrew Davis fa la figura dell’ultimo della classe che nonostante tutto s’impegna a morte pur di fare bella figura con i compagni di scuola. Davis, che non ne azzecca una dai tempi de Il fuggitivo e Schwarzy il cui poter d’acquisto al botteghino è calato drammaticamente, confezionano uno squadrato filmaccio reazionario in perfetto stile Golan&Globus . Cosa curiosa se si pensa che Davis è il regista di Nico , film estremamente critico nei confronti della politica estera americana (ma probabilmente il tutto era farina del sacco del solo Steven Seagal). In questo modo Schwarzy, in versione avventure nel mondo, s’imbarca per il suo Colombia tour, una specie di anticamera dell’inferno alle porte degli Usa, e bastona severamente narcoguerriglieri che loro uffici ostentano foto di Lenin e Che Guevara. Vabbeh che l’undici settembre è l’undici settembre, ma la licenza d’idiozia, proprio perché l’undici settembre è l’undici settembre, non dovrebbe essere concessa a nessuno. Non commetteremo l’ingenuità di ricordare a chi legge che la Cia ha trasformato il Sud America in un’immensa fossa comune e che il narcotraffico è servito soprattutto come valuta per combattere il comunismo nel mondo. Né ci permettiamo di indulgere sul razzismo con il quale sono tratteggiati tutti i non americani: sanguinari, velleitari, fanatici, violenti… (ma poi basti pensare che per interpretare un latinoamericano hanno chiamato Cliff Curtis, grandissimo caratterista, per carità, che però è neozelandese…). Anche perché tutti coloro che si permettono di ricordarle queste cose nel corso del film finiscono proprio male (l’idea di fondo è che il mondo è il terreno di gioco sul quale gli Usa garantiscono l’ordine mondiale: gli unici danni collaterali tollerabili sono quelli degli altri…). Con questo suo orribile charme desueto da film reaganiano anni Ottanta, con l’immancabile scena di tortura che fa tanto Rombo di tuono, Danni collaterali aspira anche a essere un film pedagogico (le mazzate che Schwarzy dispensa a quanti non si allineano al pensiero unico…). Tant’è vero che persino il massacro di civili del finale da parte della Cia finisce per assumere, dopo l’ultimo colpo di scena, una sua evidente legittimità. Insomma Danni collaterali potrebbe aspirare a essere un terrificante film guerrafondaio filobushiano se solo non fosse così… stupido. (giona a. nazzaro)

L’uomo che pianse

Vizio dei registi in crisi con propensioni autoriali: realizzare involontariamente film che non coincidono con le intenzioni di partenza. Vizio degli attori hollywoodiani ricchi e famosi: fidarsi ciecamente delle capacità di quei registi europei che si pretendono autori. Sally Potter, dopo
Orlando
e
Lezioni di tango
, dà alla luce un film che fatalmente soffre questa patologica schizofrenia. Avrebbe voluto narrare una storia di sopravvivenza, un omaggio a tutti coloro che hanno subito lo sradicamento violento e improvviso dalla propria cultura e dalla propria lingua, seguendo le vicende di una ragazza ebrea costretta dalle persecuzioni razziali ad abbandonare il villaggio natio in quel della Russia e a rifarsi una vita nell’Europa degli anni Quaranta, avendo come compagni di viaggio altrettanti sfollati come lo tzigano Depp. Avrebbe voluto, ma non ci è riuscita, dato che il film si incaglia tra le maglie di un melodramma che a più tratti si trasforma in farsa kitsch, esotica e romanzesca. Eppure, a sua detta, si sarebbe preparata accuratamente per ricostruire l’atmosfera degli anni immediatamente precedenti il secondo grande conflitto, andando a ripescare le immagini di Cartier-Bresson e i ritratti che Koudelka ha dedicato al popolo rom. Ma il realismo magico di Koudelka non trova vita in questa pellicola bislacca e poco convincente, che riesce a ridicolizzare persino attori del calibro di Johnny Depp, che sin dalla prima inquadratura appare imbalsamato in una smorfia eroica da re muto del popolo rom. Ciò che rimane sono due ore di immagini inappellabili e ridondanti che vedono un Turturro, cantante d’opera in calzamaglia, costretto a imitare la parlata inglese di un italiano renitente, una Christina Ricci che sembra appena uscita dalla casa horror della
Famiglia Addams
e tanti cavalli bianchi che fanno l’inchino.
(dario zonta)

Stato di grazia

L’agente di polizia Terry Noonan viene infiltrato nel quartiere irlandese di New York, dove è nato e cresciuto in mezzo al crimine. I vecchi amici non sanno che lavora per conto delle forze dell’ordine e si fidano ciecamente di lui. Ritrova così Kathleen, la ragazza della quale era innamorato molto anni addietro, sorella dell’amico d’infanzia Jackie. Un gangster movie originale ed elegante. Ottima la regia iperbolica di Phil Joanou (
Analisi finale
) e l’interpretazione di Gary Oldman nel difficile ruolo del nevrotico Jackie.
(andrea tagliacozzo)

Dentro la grande mela

Dramma malinconico su alcuni giovani le cui vite convergono in un quartiere del Bronx nel 1964. Uno di loro, appena uscito di prigione, procurerà guai agli altri. Inaspettatamente melodrammatico ma riuscito e credibile… e probabilmente l’unico film ambientato negli anni Sessanta a non usare canzoni dell’epoca per evocare il periodo. La musica d’atmosfera di James Newton Howard è molto più efficace. Scritto da John Patrick Shanley.

Terapia d’urto

Dave Buznik (Adam Sandler), dopo un equivoco a bordo di un aereo, viene condannato da un giudice come soggetto troppo violento e irascibile e quindi costretto a seguire una terapia di gestione della rabbia, condotta dal dottor Buddy Rydell (Jack Nicholson). Dave non crede di essere un violento, ma piuttosto, al contrario, troppo mite e remissivo. La terapia del dottore, dal canto suo, è ciò che di meno ortodosso ci possa essere. In seguito a un altro malinteso, il giudice condanna Dave a vivere per un mese intero a stretto contatto, 24 ore su 24, con il dottor Rydell. La cura procede in maniera surreale, fino a quando… Commedia a tratti esilarante, con un Jack Nicholson in splendida forma ironica. Adam Sandler si dimostra ancora una volta versatile a ogni ruolo, con una netta propensione per quelli comici. Qualche comparsata eccellente, dall’ex sindaco di New York Rudolph Giuliani, all’ex campione di tennis John McEnroe, alla squadra di baseball degli Yankees, rendono il film ancora più sfizioso, anche se un finale davvero banale svilisce il tutto. Si tratta pur sempre di una commedia, scritta bene e con sprazzi di comicità assoluta, alternata a stantii doppi sensi. Comunque piacevole.
(andrea amato)

Transformers

Direttamente da un pianera lontano (e dagli anni ’80) arriva sul pianeta terra una razza aliena più simile a un’aspirapolvere che a ET. Si tratta di robot viventi, capaci di assumere le sembianze di mezzi di trasporto di uso comune per gli esseri umani (autocarri e automobili soprattutto). Ovviamente si distinguono in buoni (gli Autobot, pronti a difendere disinteressatamente la nobile razza americana) e cattivi (i Decepticon, interessati a conquistare il pianeta Terra).

Il produttore Steven Spielberg (in questo caso più determinante del regista) non commette l’errore di “nobilitare” il materiale di partenza inserendo temi adulti o letture di secondo livello: e quel che ne esce è solo un gande spettacolo per ragazzi. Perfetta la prima parte, con toni da commedia fantastica; nella seconda, più fracassona e ostaggio degli effetti speciali, subentra un filo di noia. Ma anche così, resta uno dei migliori popcorn movie degli ultimi anni.

Fa’ la cosa giusta

In quartiere di Brooklyn abitato in prevalenza da neri, l’italo-americano Sal manda avanti con profitto la sua pizzeria, aiutato dai figli Vito e Pino, spesso intolleranti con i vicini di colore. In un’afosa giornata d’estate, le tensioni razziali, a lungo represse, inevitabilmente esplodono. Eccellente regia di Spike Lee, presente nel film anche come attore nei panni di Mookie, il garzone di pizzeria. Il film, duro e senza compromessi, è stato quasi un anticipatore dei tumulti scoppiati a Los Angeles qualche anno dopo.
(andrea tagliacozzo)

Fearless – Senza paura

Un uomo ha la sensazione che la sua vita, il suo aspetto e la sua intera ragion d’essere siano cambiati dopo il terribile incidente aereo al quale è sopravvissuto: non riesce più a rapportarsi con la sua famiglia, ma è attratto da un’altra superstite (Perez), che non riesce a sopportare la perdita del suo bambino nell’incidente. Scrittura e recitazione sopra la media, con Bridges (bravo come sempre) eguagliato dalla Rossellini (alla sua prova migliore, nel ruolo della moglie) e dalla Perez. Sceneggiatura di Rafael Yglesias, basata su un suo romanzo. Una nomination all’Oscar per Rosie Perez.

Fratello, dove sei?

Un galeotto convince due compagni di prigionia a evadere per recuperare un fantomatico tesoro. In realtà vuole tornare dalla moglie, che sta per risposarsi… Una cosa è certa: per concepire la storia di tre forzati in fuga dal bagno penale nell’America rurale e stracciona degli anni Trenta, modellandola nientemeno che sulla Madre di tutti i racconti di viaggio (debito esplicitamente dichiarato nei titoli di testa), bisogna davvero possedere tutta la disinvoltura e lo sprezzo del pericolo dei Coen Bros.: i quali, sarà bene dirlo subito, ne escono ancora una volta vincitori, aggiungendo un tassello solo in apparenza atipico a una filmografia che di capitolo in capitolo va facendosi sempre più corposa e rilevante nel suo incessante processo di attraversamento, rielaborazione e attualizzazione dell’immaginario – non solo cinematografico – americano.
Con Fratello, dove sei?
, le intrusioni del Mito nel cinema dei Coen si espandono fino a occupare l’intero spazio della narrazione. Finora, infatti, se ne erano registrate tracce sparse in film come
Arizona Junior
(il personaggio del motociclista satanico) o
Mr. Hula Hoop
(la cui voce off apparteneva addirittura al Tempo in persona), senza contare la sospensione metafisica che circolava per lo spettrale hotel di
Barton Fink
. Episodi che, accostati al feroce e stralunato iperrealismo di
Blood Simple
e
Fargo
, alla matematica precisione di
Crocevia della morte
e alla beffarda malinconia di
Lebowski
, coprono una gamma di registri narrativi di invidiabile ampiezza. Ma non ci si aspetti, in quest’ultima e ambiziosa alzata di tiro, un pedissequo calco delle stazioni e dei caratteri dell’on the road (o meglio, dell’on the sea) omerico, appena riverniciati in salsa contemporanea: le peregrinazioni dell’impomatato Ulysses Everett McGill e dei suoi compagni di sventura, significativamente in cerca di un tesoro fantomatico e inesistente, li conducono nuovamente a contatto con le mille facce del morbo dell’idiozia, della corruzione, del razzismo e della violenza che squassano il Grande Paese. E a presiedere al loro destino non vi sono nessun Poseidone e nessuna Atena, bensì tuttalpiù una coppia di «divinità» antagoniste laide e volgari, contrapposte ma sconsolatamente identiche, in lotta per un potere tutto terreno (qualche allusione, con un anno di anticipo, a qualche tornata elettorale recente?).

Immerso «deep in the heart of darkest America», come diceva Laurie Anderson, nello scenario di un Sud arcaico e ignorante che non serve solamente a motivare la scelta country & bluegrass della funzionalissima colonna sonora,
Fratello, dove sei?
non inciampa mai su derive banalmente parodistiche, ma gioca la carta della deformazione grottesca alla stregua di un Daumier dei giorni nostri, con una varietà di trovate e di soluzioni di cui sarebbe impossibile fornire qui adeguata e sintetica descrizione. Clooney, Turturro e Nelson (ma anche tutti gli altri) pressoché perfetti, figurine in movimento su uno sfondo assolato reso sinistramente livido e giallastro dalla fotografia di Roger Deakins. Forse non il capolavoro di Joel & Ethan, ma sicuramente un’esperienza che riconcilia con il cinema.
(marco borroni)