Schiava e signora

Dal romanzo di Irving Stone. Il giovane procuratore Andrew Jackson s’innamora di Rachele, già sposata a un odioso individuo. Questi riesce ad ottenere il divorzio accusando ingiustamente la moglie di adulterio. Jackson, candidato alla presidenza degli Stati Uniti, sfida i benpensanti e sposa la donna. Melodramma convenzionale ma ben costruito al quale i due protagonisti (in special modo la Hayward) danno un apporto considerevole.
(andrea tagliacozzo)

Psycho

Una donna, Marion, dopo aver incontrato l’amante, torna in ufficio dove le affidano 40 mila dollari da versare in banca. Decide di scappare in auto con i soldi e si ferma in un motel, il «Bates Motel». Mentre fa la doccia decide di restituire i soldi al capufficio, ma viene accoltellata dalla titolare del motel. Il figlio Norman non può che pulire il sangue. Indagano la sorella e l’amante di Marion che poi si affodano a un investigatore, che sarà ucciso: Il comportamento di Norman è stravagante. Si scoprirà che è lui l’assassino: aveva assunto la personalità della madre, che aveva ucciso anni prima…
Uno dei capolavori di Hitchcock. Non un giallo, non un thriller inteso nel modo più convenzionale (non ci sono i buoni e i cattivi, manca l’eroe), ma un ritratto della follia e del male. Oltre che un raccapricciante (per allora) quadretto della famiglia tipo (tutti i protagonisti hanno dissapori e problemi con i parenti). Per la prima volta Hitch parla esplicitamente di sesso al di fuori del matrimonio (l’amante non lascia la moglie per non pagare gli alimenti a Marion), un figlio (voyeur e imbalsamatore) che ha ucciso madre e patrigno, un nudo e tanta violenza che attanagliano e disorientano lo spettatore. Hitchcock è riuscito a farsi beffe della famiglia, del sesso e del mito dei soldi in una volta sola. E sconvolse anche le regole del cinema facendo morire la protagonista prima della metà del film. Fu tanto forte il messaggio del film che, all’uscita, ebbe solo pessime recensioni e uno scarsissimo successo di pubblico. Un successo che arrivò insperato con gli anni, quando la gente ha continuato ad acquistare o noleggiare la pellicola. Poi è diventato un cult. Quasi due ore di film che, ancora oggi, si rivedono con piacere e immutata ansia. Anzi, a una visione successiva, emergono particolari e frasi che fanno apprezzare ancora di più la fattura di Psyco . La scena della doccia che è entrata nella storia del cinema. Grande anche l’interpretazione di Anthony Perkins, il pazzo cinematografico per eccellenza. Ottima la colonna sonora di Bernard Hermann. Primo sequel, Psycho II del 1983 per la regia di Richard Franklin con Anthony Perkins che ha interpretato anche i numeri III e IV della serie, e un controverso remake nel 1998 di Gus Van Sant con Vince Vaughn e Anne Heche che non ha avuto grande successo. Cameo di Hitchcock nella parte di un uomo con un cappello da cow-boy per strada.

Honkytonk Man

Negli Stati Uniti, negli anni della grande Depressione, un cantautore country, ubriacone e malato, si mette in viaggio per Nashville assieme a Whit, il giovanissimo nipote (interpretato dal figlio del regista, Kyle Eastwood). Lungo la strada, l’uomo si esibisce con successo in diversi locali, anche se le sue condizioni di salute diventano sempre più precarie. Accolto da critiche contrastanti, il film è in realtà un piccolo capolavoro, uno dei più belli e commoventi tra quelli diretti da Clint Eastwood, particolarmente efficace anche in veste d’attore. Eastwood continua a demolire la sua immagine di duro calandosi nei panni di un personaggio contraddittorio, vulnerabile e malato, con il quale è quasi impossibile non simpatizzare. Il periodo storico e l’ambiente musicale country sono ricreati con grande vividezza. Bella la canzone che dà il titolo al film, interpretata dallo stesso Eastwood. (andrea tagliacozzo)

Turner e il casinaro

Quando l’amico Amos viene trovato misteriosamente assassinato, il poliziotto Scott Turner decide di prendersi cura del suo enorme e invadente mastino, Hooch. Convinto che il cane possa condurlo direttamente fino al colpevole, Turner inizia a indagare per suo conto. Qualche spunto divertente, almeno all’inizio, poi il film diventa meccanico, prevedibile e noioso. Similare al contemporaneo
Poliziotto a quattro zampe
con Jim Belushi.
(andrea tagliacozzo)

L’ultimo apache

Uno dei classici intramontabili del filone western revisionista, dove la figura del pellerossa viene riabilitata, promossa al rango di protagonista e tratteggiata con fiera e onesta sensibilità. Certo, L’ultimo apache non è uno dei western più cinici e crudeli di Robert Aldrich (basterebbe confrontarlo con il successivo e agghiacciante Nessuna pietà per Ulzana per rendersene conto), specie se si considera che l’eroe apache è interpretato da Burt Lancaster. Ciò nonostante resta una straordinaria parabola non priva di accenti surreali, che sigla l’impossibilità dell’irriducibile Massai ad accettare la sconfitta del suo popolo (nel 1886 il ribelle Geronimo era stato definitivamente battuto e gli Apache tradotti in una riserva). Nonostante un lieto fine imposto all’autore, L’ultimo apache è un’acuta e impietosa riflessione sul genocidio dei nativi americani per mano dei colonizzatori bianchi, che neppure dopo la vittoria accordano alla minoranza la libertà e la dignità guerriera. La storia d’amore di Massai con la sua squaw (un’altra attrice bianca, Jean Peters), smorza i toni della denuncia e sposta l’asse tematico sul versante sentimentale, senza compromettere comunque l’originalità del film. (anton giulio mancino)

Terra lontana

Nello Yukon, durante il periodo della caccia all’oro, un cowboy guida una mandria di bestiame destinata a sfamare i minatori. Quando un prepotente del luogo vorrebbe fargli pagare un esoso pedaggio, l’uomo si ribella. Un ottimo western, suggestivo e avvincente, scritto da Borden Chase e diretto da un vero maestro del genere. Ennesimo capitolo della proficua collaborazione (otto film in tutto) tra il regista Anthony Mann e James Stewart, iniziata nel 1950 con il celebre
Winchester ’73.
(andrea tagliacozzo)