Risvegli

Nel 1969, Malcolm Sayer, medico del Bainbridge Hospital di New York, sperimenta su un malato affetto da encefalite letargica, Leonard Lowe, un nuovo farmaco. Dopo ripetuti tentativi, il paziente mostra segni di ripresa e torna lentamente a una vita normale. Un film furbo e melenso, ma ben confezionato e, soprattutto, magistralmente recitato dai due protagonisti. La sceneggiatura, tratta dal libro di Oliver Sacks, è scritta da Steven Zaillian, premiato con l’Oscar nel ’94 per
Schindler’s List
.
(andrea tagliacozzo)

Mamma, ho perso l’aereo

A Natale, la numerosissima famiglia McCallister lascia Chicago per trascorrere le festività a Parigi. Quando è già in volo verso l’Europa, la signora McCallister si accorge improvvisamente di aver dimenticato a casa uno dei suoi figli, il piccolo Kevin. Il bambino, rimasto solo, è costretto a difendersi da una coppia di ladri che tenta ripetutamente di irrompere in casa. Scritto da John Hughes, piuttosto scaltro (e abile) nel dosare elementi di sentimentalismo e cattiveria pura, il film si rivelò a sorpresa come uno dei grandi successi della stagione. Divertenti Daniel Stern e Joe Pesci nei panni dei due lestofanti. Due seguiti: Mamma, ho riperso l’aereo – Mi sono smarrito a New York del ‘92 e Mamma ho preso il morbillo del ’97 (il secondo senza Macaulay Culkin). (andrea tagliacozzo)

Uccidete la colomba bianca

Fiacco thriller di paranoia politica in cui Hackman è un sergente dell’esercito in carriera che viene a sapere di essere stato usato come pedina nella trama di una cospirazione progettata da militari dissidenti russi e americani. Vale sempre la pena vedere Hackman, ma la storia perde terreno (e credibilità) proprio quando dovrebbe giungere al suo apice.

Edison City

Nella città di Edison regna la corruzione. Anche tra i poliziotti della F.R.A.T. (First Response Assault &Tactical), squadra speciale addetta al controllo dell’uso di steroidi, le mazzette e l’uso incondizionato dell’abuso di potere dilagano. Ma conseguendo ottimi risultati, i F.R.A.T. ricevono il consenso dell’intera comunità, visto che poi nessuno ha modo di verificare quali siano le effettive modalità tramite cui vengono perseguiti tali risultati. Di questa squadra fa parte l’agente Raphael Deed (LL Cool J.) che, dopo essere stato duramente messo alla prova dall’ennesimo abuso di posizione dominante del suo collega, il sergente Lazerov, comincia a mettersi seriamente in discussione, combattuto dai dubbi sull’etica morale del suo operato e sulle sue ambizioni personali. Un giorno incontra Josh Pollack (Justin Timberlake), aspirante giornalista alle prime armi. Di fatto il giovane è costretto a fare la gavetta scrivendo per l’ Heights Herald, quotidiano locale di poco conto, ma in realtà i suo obbiettivo è molto più ambizioso: smascherare la corruzione imperante in città. Moses Ashford (Morgan Freeman) è il direttore del giornale, ex fotoreporter pluripremiato che vorrebbe dimenticare il suo scintillante passato. A dare una mano a questo gruppo di idealisti ci sarà anche Levon Wallace (Kevin Spacey), un veterano della squadra investigativa che non ha mai digerito i discutibili metodi operativi della F.R.A.T. Anch’egli troverà in Ashford e Pollack l’ occasione per dimostrare non solo la fondatezza delle sue riserve, ma per porre personalmente la parola fine all’esistenza di questo gruppo legalizzato di poliziotti corrotti.
Nonostante la pellicola nasca da una produzione indipendente, il suo budget è di tutto rispetto: trentasette milioni di dollari. La visione del film induce a pensare che questa sia l’unica ragione che ha convinto due premi Oscar, Morgan Freeman e Kevin Spacey, a parteciparvi.
Il film resta ingessato all’interno di un copione già visto (il poliziotto onesto che vuole smascherare i colleghi corrotti e il giornalista ambizioso alla ricerca del successo) la cui unica arma di seduzione nei confronti dello spettatore è l’uso (voluto?) della parodia di alcuni clichè polizieschi. Le aspettative per un bel film di genere c’erano tutte, ma Burke (fino a ieri produttore di telefilm come Law &Order) le tradisce trasformando la trama in una sequela scontata di intrecci criminali neanche tanto credibili, con le relative e inevitabili forzature che ne derivano.
Il cast cade poi sotto il peso di una storia mal ideata, in cui i personaggi non riescono a emergere dalla piattezza della trama. Kevin Spacey si vede così poco sullo schermo da non meritare quasi considerazione, Morgan Freeman fa poco di più, risultando a tratti quasi irritante nel tentativo di riproporre in chiave giornalistica l’indimenticabile ispettore Somerset visto in Seven. Il debutto in un ruolo da co-protagonista della popstar Justin Timberlake non entusiasma, e non solo a causa delle limitate doti dell’esordiente. È proprio il suo personaggio a essere completamente contraddittorio e vittima principale di una sceneggiatura stiracchiata e fotocopiata. Di questa pellicola si salvano solo le ambientazioni (la città di Edison, in realtà la canadese Vancouver, è sfondo perfetto per una vicenda poliziesca) e l’interpretazione di un buon LL Cool J. Il rapper, in ogni caso, propone senza sforzi due sole espressioni: dura e dura con sopracciglio alzato. (mario vanni degli onesti)

White Chicks

Due uomini, agenti dell’Fbi sotto copertura, si travestono da gemelle svampite per stanare un criminale. Loro sono neri ma le due sorelle sono bianche, e questa è la trovata principale. Logica a parte (e certamente lo è), questa commedia dai toni un po’ caricati è solo un debole pretesto per i fratelli Wayans per prodursi in una serie di sboccate, stupide e ripetitive prese in giro di bianchi stereotipati. La versione non censurata dura 115 minuti.

Animal Factory

La vita da carcerato di uno spacciatore che assiste a continue violenze sessuali. Cercherà protezione dal boss dei detenuti con il quale progetta un’evasione… Aumentano sempre più gli attori americani che con minore o maggiore assiduità si dedicano alla regia. Ma di Steve Buscemi, uno degli attori più cari ai fratelli Coen, avevamo già apprezzato l’opera prima
Mosche al bar
per non attendere con una certa impazienza e con interesse
Animal Factory
, tratto da un romanzo di Edward Bunker. Bunker, che co-firma anche la sceneggiatura, è stato autore dello script di
A 30 secondi dalla fine
di Andrej Konchalovskij e ha impersonato il Mr. Blue de
Le iene
di Quentin Tarantino. Insomma, è uno che di ambienti duri e di canaglie matricolate se ne intende, non foss’altro perché in carcere c’è stato davvero e ha potuto verificare di persona cosa voglia dire sopravvivere all’interno di strutture rieducative solo sulla carta. E infatti l’aspetto più convincente di
Animal Factory
, servito da un’inquietante e ossessiva colonna sonora di John Lurie, è proprio la capacità di riflettere con consapevolezza su un’esperienza vissuta. Decisamente più carente appare invece il lato registico. A differenza di
Mosche al bar
, Buscemi – che qui si ritaglia un piccolo ruolo positivo – non riesce a dare adeguato spessore visivo a una sceneggiatura estremamente solida, priva di concessioni banali agli stereotipi del genere carcerario oltre che aperta a diversi e sottili livelli di lettura. Peraltro lavora molto di più, e meglio, sulla recitazione, che è evidentemente un terreno sul quale si sente più sicuro: ne risulta una galleria di interpretazioni tutte memorabili, da quella del galeotto senior e intrallazzato Willem Dafoe, che fa da pigmalione al giovane delinquente Edward Furlong (già ottimo protagonista di
American History X
), al bravissimo e irriconoscibile Mickey Rourke – un attore che pochissimi registi hanno saputo valorizzare – nei panni del travestito.
(anton giulio mancino)

Betrayed – Tradita

Cathy Weaver, detective dell’FBI, arriva nel Midwest per indagare sull’omicidio di un giornalista di religione ebraica che si batteva contro il razzismo. Assunta una falsa identità, la donna s’introduce nell’ambiente degli agricoltori. Diventa l’amante di uno di questi, Gary Simmons, per poi scoprire che l’uomo è a capo di una setta di razzisti. La Winger è brava, ma da sola non basta. Purtroppo, il regista Costa-Gravas non possiede lo stile vigoroso e incisivo dei tempi migliori. (andrea tagliacozzo)

Mamma, ho riperso l’aereo: mi sono smarrito a New York

Natale: Culkin sale sull’aereo sbagliato, si separa dalla sua famiglia e finisce a New York. Qui farà amicizia con la Fricker, amante dei piccioni, e tornerà ad affrontare gli stolidi Pesci e Stern, ridotti più che mai a un duo da cartoon in carne ed ossa. Fondamentalmente, si tratta di una rivisitazione del campione d’incassi originario; ma in quanto a violenza, lo supera ampiamente. La pubblicità occulta all’Hotel Plaza non conosce vergogna: c’è anche una comparsata per il suo proprietario Donald Trump. Scritto e prodotto da John Hughes.