Fratello, dove sei?

Nel Mississippi degli anni Trenta, tre detenuti evasi condividono una serie di avventure e inavvertitamente diventano un’attrazione canora interpretando vecchi classici musicali. Adattamento deliziosamente eccentrico dell’Odissea di Omero, pieno di idee ingegnose, musica irresistibile e dialoghi taglienti. Sceneggiatura di Ethan e Joel Coen; il titolo deriva da I dimenticati di Preston Sturges. Innovativo l’uso del colore del direttore della fotografia Roger Deakins. Super 35. Due nomination agli Oscar.

Da che pianeta vieni?

È un oggetto curioso questo film di Mike Nichols, sicuramente penalizzato dalla traduzione italiana – che ne attenua alcune peculiarità e i riferimenti alla cultura americana – e da una regia non propriamente scattante. Le premesse, comunque, sono esilaranti: un alieno, proveniente da un lontano pianeta popolato da soli maschi (per giunta privi di organi di riproduzione), è incaricato di scendere sulla Terra per mettere incinta una donna e far nascere un bambino, primo passo dell’imminente colonizzazione dell’intero emisfero. Debitamente addestrato a sedurre le terrestri e provvisto di un pene posticcio (e assai rumoroso!), il nostro eroe scoprirà che il passaggio dalla teoria alla pratica è tutt’altro che semplice, specialmente quando si ha a che fare con esseri del tutto imprevedibili come le donne.

Il soggetto è ovviamente un pretesto per ironizzare sulla battaglia dei sessi e sul rapporto di coppia, con esiti talvolta molto divertenti. Ma i dialoghi e le situazioni, quasi sempre buffi e intelligenti, non sempre sono ben serviti dalla regia di Nichols, priva del ritmo necessario e della verve che riuscirebbe a farle funzionare a dovere. Il regista – che di certo non è un principiante, né un autore che difetta di talento – sembra invece trovarsi più a suo agio con gli elementi sentimentali che emergono nella seconda parte del racconto, la migliore del film. Ed è forse per questo che a mettersi in luce è soprattutto la splendida Annette Bening – nei panni di un personaggio che sembra fare il paio con quello interpretato dall’attrice in
Mars Attacks!
di Tim Burton – piuttosto che il protagonista e co-sceneggiatore Garry Shandling, un divo televisivo negli Usa, da noi un perfetto sconosciuto. Tra gli altri interpreti, divertente John Goodman, dignitoso Greg Kinnear, sprecata Linda Fiorentino.
(andrea tagliacozzo)

Sua maestà viene da Las Vegas

Ralph, corpulento e un po’ rozzo pianista di Las Vegas, scopre di essere l’ultimo erede al trono d’Inghilterra. Un distinto cerimoniere riceve il compito di insegnare al nuovo sovrano le buone maniere. Ma nell’ombra trama un bieco Lord che spedisce tra le braccia di Ralph una spogliarellista per creare uno scandalo. Prevedibile dall’inizio alla fine, anche se la presenza dell’incontenibile John Goodman rende il film quantomeno gradevole. (andrea tagliacozzo)

Le ragazze del Coyote Ugly

Il bancone di un bar aperto tutta la notte può trasformarsi nella ribalta ideale per il coronamento del sogno americano, per chi sia disposto a esibirsi ogni notte a beneficio di una folla di scalmanati. Così la giovane Violet, cantautrice timida e al verde, trova – papà John Goodman permettendo – la maniera per superare l’imbarazzo iniziale, trasformarsi nella reginetta canora del bar newyorkese dove spettacolo, suggestioni erotiche e sbronze fanno tutt’uno, raggiungere la notorietà e innamorarsi come una collegiale. Siamo insomma dalle parti di
Flashdance
e «Papa Don’t Preach» di Madonna, con l’ingombrante aggiunta di una costruzione narrativa suadente e di un montaggio serrato e rutilante. È insomma imbarazzante dover ammettere che un film ipocrita e moralista come questo riesca a mantenere una progressione così calibrata, a rendere credibile la sua improbabile tenerezza e a far digerire allo spettatore la sua indigesta miscela di trasgressione, familismo, retorica spettacolare (the show must go on…) e apologia del successo.
(anton giulio mancino)

Aracnofobia

Un ragno velenosissimo, appartenente a una rara specie che vive solo in Venezuela, riesce a raggiungere un piccola cittadina della California a bordo della bara di una delle sue vittime. Una serie di morti misteriose convincono il giovane dottor Ross Jennings, che ha una paura folle dei ragni, che la causa è da addebitarsi proprio a uno degli odiati animali. Frank Marshall, per anni produttore per Spielberg, confeziona abilmente un prodotto in linea con i lavori più commerciali del regista di
Jurassic Park
: spettacolare, divertente, di grande intrattenimento. Suspense a mille, ma con molta ironia. Da evitare, comunque, per chi è particolarmente impressionabile.
(andrea tagliacozzo)

Il Grande Lebowski

Un giovane perdigiorno viene scambiato per un boss della mala suo omonimo, e viene poi cooptato da quest’ultimo per pagare un riscatto. La trama è poco più di una scusa per mettere in fila una serie di vignette surreali, alcune riuscitissime, altre semplicemente… strane. Il cast regala grandi interpretazioni, come quella di Turturro nei panni del giocatore di bowling Jesus.

Arizona Junior

Commedia formidabilmente eccentrica su una strana coppia (Cage nei panni di un rapinatore cronico di minimarket e la Hunter in quelli di un ex ufficiale di polizia) che, non potendo avere un bambino proprio, decide di rapire uno fra cinque gemelli. Un senso dell’umorismo così aggressivamente stravagante potrà non essere per tutti i gusti, ma è un inebriante mix di ironia e “slapstick”. Attenzione alle scene di inseguimento! Scritto da Ethan e Joel Coen; vivace fotografia di Barry Sonnenfeld e musica di Carter Burwell.

Barton Fink – È successo a Hollywood

1941: un importante scrittore teatrale (Turturro) decide di recarsi a Hollywood nel per sceneggiare un film, esperienza che ben presto si tramuta in un vero inferno. Uno sguardo disincantato e dettagliato sulla Hollywood anni Quaranta, con l’inconfondibile stile dei fratelli Coen. Peccato che a un certo punto il film diventi bizzarro e grottesco, senza più riuscire a tornare sui binari giusti. Ottimo il cast, in ogni caso. Tre nomination agli Oscar.

Seduzione pericolosa

Un poliziotto di New York, in crisi per il recente divorzio, pensa seriamente di mollare il mestiere. Ma il complicatissimo caso riguardante l’assassinio di tre uomini, probabilmente uccisi da una psicopatica che sceglie le sue vittime tra gli inserzionisti di una rubrica di cuori solitari, lo induce a rimandare la sua decisione e a buttarsi nelle indagini. Un thriller poco originale nelle premesse – il similare Blue Steel, girato da Kathryn Bigelow l’anno successivo, è di gran lunga più interessante – ma ben confezionato e non privo di momenti di tensione. Bravi gli interpreti, tra i quali la rivelazione Ellen Barkin – perfetta nel ruolo da Femme Fatale – e John Goodman. (andrea tagliacozzo)

Un corpo da reato

Liv Tyler circuisce uomini e il suo uomo li svaligia. Si innamora di un barista, che la aiuta a farla franca quando lei accoppa il marito. Tra i due comincia un vita di coppia, resa interessante dal fatto che lei è un’autentica bomba del sesso. La stessa storia viene raccontata da tre personaggi diversi: il barista la racconta a un killer, suo cugino avvocato la racconta allo psicanalista, il poliziotto la racconta a un prete. E ben presto viene fuori come questa donna ha devastato le loro vite…
Che quello di Liv Tyler fosse ancora, come recita il brutto titolo italiano, Un corpo da reato , potevano dubitarne gli spettatori che ne avessero seguito lo sviluppo, dal bocciolo seguito dal botanico decadente Bertolucci alla versione matronale della svagata lesbica di Dr. T e le donne . Ma eccola sbalordirci, tinta di rosso, in uno di quei film fatti apposta per rilanciare un’attrice mettendole a disposizione guardaroba (anche intimo), bronci e ralenty. E lei ricambia: è così sexy che tiene in piedi il film come di rado avviene.
La commedia, pur andando un po’ a scartamento ridotto, con un’aria dimessa da cable Tv, in realtà è piuttosto cattiva: una satira misogina del matriarcato che mostra come una donna per costruirsi il nido, non arretri dinanzi al furto, al pluriomicidio e alla seduzione multipla. La Tyler si prende amabilmente in giro, così come gli interpreti maschi, una bella collezione di loser mammisti, affetti da varie turbe sessuali. La sceneggiatura fila via liscia, la messinscena utilizza con originalità le manipolazioni digitali per costruire un universo femminile kitsch pastello, a un passo dal John Waters più morbido. Carina, in teoria, l’idea di mettere la musica dei Village People sulla sparatoria finale (anche se il regista non ha la più pallida idea di come si filma una sparatoria). (emiliano morreale)

Always-Per sempre

Mieloso senza ritegno, modulato sulle note di
Smoke Gets in Your Eyes
, è però uno dei lavori in cui la nostalgia di Spielberg per la vecchia Hollywood si fa più limpida, specie nei momenti in cui tralascia il racconto e le sue trappole e si mette a gironzolare sull’aereo, nell’hangar. Senza grandi effetti speciali, un remake di Joe il pilota e di mille altri fantasy avio-consolatori della seconda guerra mondiale (tra cui il capolavoro
Scala al paradiso
di Powell e Pressburger, di cui Spielberg comprò i diritti impedendone per anni la circolazione). Molto anni Novanta, con Dreyfuss che sembra emerso da certi film semitrasgressivi di due decenni prima e uno scialo di vecchi aerei wellmaniani che il regista adora da sempre (
L’impero del sole
,
La missione
). Di gran lunga preferibile allo Spielberg più serio tipo
Soldato Ryan
. Non incassò granché e fu in parte plagiato da Zucker in
Ghost
, che è una schifezza su tutti i fronti e ha la colpa supplementare di aver lanciato Demi Moore.
(emiliano morreale)

Masked and Anonymous

Una leggenda della musica del passato viene liberata di prigione per presentare un concerto televisivo di beneficenza. Dylan e Charles (usando pseudonimi) firmano questo disastro, ambientato in un’America immaginaria diventata uno stato di polizia. Il racconto lungo e insipido, la non-interpretazione di Dylan e un’aria pomposa uccidono il film. Angela Bassett, Bruce Dern, Ed Harris, Val Kilmer, Cheech Marin, Chris Penn, Giovanni Ribisi, Mickey Rourke, Christian Slater, e Fred Ward sono fra quelli che compaiono in cammei.

Un amore una vita

Dal regista di
Ufficiale e gentiluomo
, la storia di un campione di football americano che, negli anni Cinquanta, sposa una giovane appena eletta reginetta di bellezza. Sembra l’unione perfetta, destinata a durare in eterno, ma il precoce declino atletico del campione e la contemporanea affermazione della donna nel mondo degli affari incrinano i loro rapporti. Tratto dal romanzo di Frank DeFord, un film troppo lungo, inutilmente prolisso, ma ben raccontato e ottimamente interpretato dai due protagonisti e da alcuni comprimari di lusso come Timothy Hutton e John Goodman.
(andrea tagliacozzo)

Speed Racer

Speed Racer è un campione alla guida della sua Mach 5, l’auto che suo padre, Pops Racer, ha realizzato nel corso degli anni. Quando scopre che una grossa industria automobilistica trucca i risultati di diverse importanti gare, Speed Racer si allea con il suo rivale storico, Racer X, e tenta di vincere a tutti i costi il circuito del Crucible.

Matinée

Goodman è delizioso nei panni dell’artigiano del cinema (ispirato al produttore realmente esistito William Castle) che proietta in anteprima il suo ultimo terrorizzante horror a Key West, proprio il weekend della crisi dei missili di Cuba, quando i nervi di tutti erano a fior di pelle. Film dolce, pieno di nostalgia e strizzatine d’occhio per i cinefili, ma un po’ lento (e sommesso), finché non ingrana. Mant, il film nel film, è un vero spasso, con le apparizioni dei fedelissimi della fantascienza William Schallert, Kevin McCarthy, Robert Cornthwaite.

The Big Easy

A New Orleans, Anne Osborne, giovane e graziosa assistente del Procuratore Distrettuale, indaga su alcuni presunti atti di corruzione avvenuti in un distretto di polizia. Tra i sospettati figura anche il tenente Remy McSwain. Nonostante la ragazza si sia a poco a poco innamorata del poliziotto, una volta ottenute le prove della sua colpevolezza non esita a incriminarlo. Pellicola di discreta fattura che privilegia maggiormente il tratteggio dei personaggi rispetto all’intreccio poliziesco vero e proprio. Jim McBride tornerà a dirigere Dennis Quaid un paio d’anni più tardi nel pirotecnico
Great Balls of Fire.
(andrea tagliacozzo)

Fratello, dove sei?

Un galeotto convince due compagni di prigionia a evadere per recuperare un fantomatico tesoro. In realtà vuole tornare dalla moglie, che sta per risposarsi… Una cosa è certa: per concepire la storia di tre forzati in fuga dal bagno penale nell’America rurale e stracciona degli anni Trenta, modellandola nientemeno che sulla Madre di tutti i racconti di viaggio (debito esplicitamente dichiarato nei titoli di testa), bisogna davvero possedere tutta la disinvoltura e lo sprezzo del pericolo dei Coen Bros.: i quali, sarà bene dirlo subito, ne escono ancora una volta vincitori, aggiungendo un tassello solo in apparenza atipico a una filmografia che di capitolo in capitolo va facendosi sempre più corposa e rilevante nel suo incessante processo di attraversamento, rielaborazione e attualizzazione dell’immaginario – non solo cinematografico – americano.
Con Fratello, dove sei?
, le intrusioni del Mito nel cinema dei Coen si espandono fino a occupare l’intero spazio della narrazione. Finora, infatti, se ne erano registrate tracce sparse in film come
Arizona Junior
(il personaggio del motociclista satanico) o
Mr. Hula Hoop
(la cui voce off apparteneva addirittura al Tempo in persona), senza contare la sospensione metafisica che circolava per lo spettrale hotel di
Barton Fink
. Episodi che, accostati al feroce e stralunato iperrealismo di
Blood Simple
e
Fargo
, alla matematica precisione di
Crocevia della morte
e alla beffarda malinconia di
Lebowski
, coprono una gamma di registri narrativi di invidiabile ampiezza. Ma non ci si aspetti, in quest’ultima e ambiziosa alzata di tiro, un pedissequo calco delle stazioni e dei caratteri dell’on the road (o meglio, dell’on the sea) omerico, appena riverniciati in salsa contemporanea: le peregrinazioni dell’impomatato Ulysses Everett McGill e dei suoi compagni di sventura, significativamente in cerca di un tesoro fantomatico e inesistente, li conducono nuovamente a contatto con le mille facce del morbo dell’idiozia, della corruzione, del razzismo e della violenza che squassano il Grande Paese. E a presiedere al loro destino non vi sono nessun Poseidone e nessuna Atena, bensì tuttalpiù una coppia di «divinità» antagoniste laide e volgari, contrapposte ma sconsolatamente identiche, in lotta per un potere tutto terreno (qualche allusione, con un anno di anticipo, a qualche tornata elettorale recente?).

Immerso «deep in the heart of darkest America», come diceva Laurie Anderson, nello scenario di un Sud arcaico e ignorante che non serve solamente a motivare la scelta country & bluegrass della funzionalissima colonna sonora,
Fratello, dove sei?
non inciampa mai su derive banalmente parodistiche, ma gioca la carta della deformazione grottesca alla stregua di un Daumier dei giorni nostri, con una varietà di trovate e di soluzioni di cui sarebbe impossibile fornire qui adeguata e sintetica descrizione. Clooney, Turturro e Nelson (ma anche tutti gli altri) pressoché perfetti, figurine in movimento su uno sfondo assolato reso sinistramente livido e giallastro dalla fotografia di Roger Deakins. Forse non il capolavoro di Joel & Ethan, ma sicuramente un’esperienza che riconcilia con il cinema.
(marco borroni)