Nightwatch

McGregor viene assunto part-time come guardiano notturno di uno spettrale obitorio, mentre un serial killer imperversa in città. La Arquette interpreta la sua ragazza, Brolin lo spavaldo amico del cuore e Nolte l’ispettore di polizia assegnato al caso. Questo remake di Nattevagten, successo danese del 1995 dello stesso regista-sceneggiatore Bornedal, è elegantemente raccapricciante, ma diventa pesante nell’ultimo terzo. E ricordate: non lasciate chiudere quella porta… Super 35.

Gangs of New York

Siamo nella seconda metà dell’Ottocento. La guerra civile è in corso e l’immigrazione irlandese porta circa 15 mila persone alla settimana a New York. Per le strade, bande di immigrati cattolici e nativi protestanti, figli di inglesi e olandesi colonizzatori della prima ora, si scontrano a colpi di coltelli e asce. Un bambino irlandese, Amsterdam Vallon (Leonardo DiCaprio), perde il padre ucciso in battaglia da William Cutting (Daniel Day-Lewis), detto «Il macellaio». Quel bambino, dopo sedici anni di orfanotrofio, tornerà tra quelle strade, Five Points, per vendicare il padre. Dopo aver imparato le regole della strada e scoperto l’amore, Amsterdam si farà paladino degli immigrati irlandesi. Ma intanto lo scontro è molto più ampio, la città si rivolta contro la chiamata alle armi per la guerra civile. Dal successo di
Taxi Driver
(1976) Martin Scorsese aveva in mente solo una cosa: realizzare questo film, perché «l’America è nata per le strade». Troppo costoso gli avevano sempre detto e così ha dovuto aspettare 27 anni e venire a girarlo a Cinecittà, perché qui da noi costa meno. Migliaia di comparse, centinaia di stuntman, una New York ricostruita, 100 milioni di dollari di budget e quasi un anno di riprese. Doveva essere il campione d’incassi del 2003, invece è stato accolto in maniera tiepida negli Usa. Effettivamente il film, a parte la spettacolarità delle scene del nostro Dante Ferretti, appare troppo barocco e finto. Un carrozzone di cartapesta con personaggi poco credibili. Di fronte a uno strepitoso Daniel Day-Lewis, DiCaprio appare sottotono e non a livello del suo standard abituale. Anche la sceneggiatura lascia un po’ a desiderare e, solo per fare un esempio, il personaggio di Cameron Diaz sembra quasi appiccicato, come a dire che una bellona ci voleva per forza, anche se non c’azzecca niente con lo svolgimento della trama. Comunque da vedere, solo per l’esercizio di stile di un maestro, che forse poteva aspettare ancora qualche anno e schiarirsi meglio le idee prima di fare il film della vita.
(andrea amato)

Walk Hard: la storia di Dewey Cox

Vita del cantante Dewey Cox, un’icona degli anni Settanta negli Usa. Un’esistenza sregolata tra droga, belle donne e matrimoni falliti. Tra le sue amicizie anche Elvis e i Beatles. Durante la sua carriera conobbe momenti difficili, dai quali comunque riuscì a risollevarsi per ritrovare la strada del successo e incontrare il vero amore.

Aiuto vampiro

Dopo aver assistito allo spettacolo di un misterioso circo itinerante insieme al suo migliore amico, Darren, fa la conoscenza di uno dei membri dello show, il quale si rivela essere un vampiro. L’uomo morde Darren, trasformandolo in un suo simile e costringendolo così ad unirsi alla compagnia, proprio mentre si sta scatenando una sanguinosa guerra tra vampiri…

Ricky Bobby: La storia di un uomo che sapeva contare fino a uno

Pilota imbattibile ed eroe nazionale, Ricky Bobby spadroneggia nella categoria NASCAR. La sua leadership e la sua sicurezza verranno però messe a dura prova dall’arrivo nel circuito del pilota francese Jean Girard, proveniente dalla Formula Uno.

The Good Girl

Una donna trentenne che avverte che la propria vita è a un punto morto si lascia intrigare da un ventenne solitario e finisce per mettere a rischio il proprio matrimonio. Uno dei rari film che riescono nella transizione da commedia a toccante dramma, con un epilogo che quasi spezza il cuore — grazie a un buono script e alla stupenda recitazione degli attori protagonisti. Sceneggiatura di White, presente nel film nel ruolo di una guardia di sicurezza.

Dark Water

Dahlia (Jennifer Connelly) è in causa con l’ex marito per l’affidamento di Cecilia (Ariel Gade). In cerca di una nuova sistemazione per sé e la figlia, trova un appartamento piccolo e malridotto in un palazzone di Roosvelt Island, isoletta degradata di New York. Nella casa cominciano a verificarsi strani episodi, dapprima marginali, poi sempre più inspiegabili e inquietanti. Mentre cerca di rimettere assieme la sua vita, Dahlia si trova a lottare con alcune difficoltà impreviste e inquietanti, che presto trascendono in un cortocircuito fra quotidiano e sovrannaturale.

Remake di un film giapponese diretto da Hideo Nakata e tratto da un racconto di Koji Suzuki (collaboratore dello stesso Nakata ai tempi di
The ring). Dark Water
racconta l’orrore della quotidianità, i fantasmi che scaturiscono dalle difficoltà della vita. Agli autori interessa il rapporto genitori ? figli: i fantasmi sembrano la materializzazione spettrale delle ansie e degli irrisolti prodotti da storie di vita più che tormentate. L’abbandono dei figli da parte dei genitori è la matrice dell’orrore. Non solo, il contesto urbano, alienante e misero come spesso è nella periferia delle grandi metropoli, partecipa della costruzione dell’orrore e lo dilata. L’isolamento degli individui e lo squallore degli ambienti diventano ossessione e tracimano nel paranormale. Come le menti dei protagonisti, costretti a una dolorosa spola fra la lucidità e la perdita di sé.

Walter Salles (Central do Brasil e

I diari della motocicletta)
è alla sua prima prova col genere horror, oltre che all’esordio in una produzione hollywoodiana. La regia, aiutata da una fotografia livida, è piuttosto riuscita nella costruzione delle scene di tensione. Ma il risultato complessivo non spaventa veramente. Si tratta di variazioni condominiali sul tema della casa stregata: ascensori incantati, voci lontane, appartamenti abitati da presenze, un custode inquietante. Anche il leit motiv dell’acqua scura che filtra dai soffitti è a suo modo già visto, o diviene quasi comico in alcune situazioni.
The Ring
è un’altra cosa, ma non era questo l’intento di Salles.

Ciò che funziona bene, invece, è la fusione fra la dimensione dell’orrore quotidiano e quello sovrannaturale. I due piani sono risolti con coerenza e ritmo dalla sceneggiatura. Jennifer Connelly dà una buona prova di sé, ma impressionano per bravura le due bambine, Ariel Gade e Perla Haney-Jardine. In realtà, tutto il cast è ben scelto per rappresentare i volti della periferia geografica e umana, dal portinaio, al signor Murray, fino all’avvocato Platzer che nasconde sotto barba e occhialoni il volto consolante di Tim Roth. Oproprio questa umanità provata dalla vita che, intrecciandosi con le storie di Dahlia e Cecilia, dà spessore umano al racconto.

Un film, dunque, che non riesce a regalare una vera tensione, ostacolato com’è dalla ripetitività dei
topoi
dell’horror qui sfruttati. In questo senso la confezione e il lancio del film rischiano di richiamare una tipologia di spettatori che resterebbe delusa. Ma il valore di questa pellicola risiede nella capacità di tessere le ansie individuali con la manifestazione dell’orrore e di legare questi ultimi al contesto urbano. L’esito è la nobilitazione (relativa) di una pellicola che frequenta l’horror tradizionale riuscendo a raccontare frammenti di disagio contemporaneo.
(stefano plateo)

Cyrus

Disperato a causa dell’andamento della sua vita sociale, mai così deludente come in questo momento e proprio quando la sua ex-moglie é in procinto di risposarsi, John, inaspettatamente incontra la donna dei suoi sogni ed inizia così una stupenda relazione… mai si sarebbe potuto immaginare che fra loro si sarebbe intromesso un altro uomo, il figlio di lei…

Chicago

La Chicago degli anni Venti è fata di alcol, gangster, violenza e jazz. Una famosa ballerina di cabaret, Velma Kelly (Catherine Zeta-Jones), uccide sua sorella e il marito, dopo averli scoperti insieme a letto. Intanto Roxie Hart (Renée Zellweger), tradisce il marito Amos con il mobiliere Fred, che le ha assicurato di parlare di lei al proprietario di un famoso locale. Dopo un po’ di tempo Roxie capisce che Fred le ha mentito e così, in un raptus di rabbia, lo uccide. Portata in prigione, dove incontra la presuntuosa e arrogante Velma, Roxie capisce come deve giocare le sue carte per non finire impiccata e così ingaggia il grande avvocato penalista Billy Flynn (Richard Gere), bravissimo a sfruttare il sensazionalismo che provocano i giornali nei casi di cronaca. Roxie ottiene fama e successo, mentre è in carcere, ma Velma, ormai offuscata dalla bionda rivale, trama nell’ombra… Basato sul famoso musical di John Kander, Fred Ebb e Bob Fosse,
Chicago
è un film davvero completo. Intrighi di ogni genere, amore, tradimenti, seduzione, rivalità, amicizia, cinismo, ironia, sarcasmo. Tutto condito con musica e danza. Un Richard Gere in grazia di dio, che arringa in aula a tempo di tip tap, che gioca al ventriloquo con la sua assistita, che canta da vero crooner. Altrettanto brave le due primedonne, anche se nel balletto di chiusura del film danno dimostrazione lampante di fare un altro lavoro, e per fortuna. Comunque una pellicola da vedere, ben fatto e ben recitato, praticamente impeccabile, apprezzabile anche da chi non ama il genere musical. Candidato a tredici premi Oscar.
(andrea amato)

The Hours

Virginia Woolf, Laura Brown e Clarissa Vaughan. La prima vive negli anni Venti, la seconda nei Cinquanta e la terza ai giorni nostri. Sussex, Los Angeles e New York. Tre storie, un unico filo conduttore: il libro Mrs Dalloway. Virginia Woolf (Nicole Kidman) nel 1921 inizia a scrivere il libro che verrà pubblicato nel 1925, Mrs Dalloway appunto. Vive fuori Londra, in una casa di campagna, accudita dal marito e dai medici. La sua malattia mentale avanza e la scrittrice se ne accorge. Laura Brown (Julianne Moore) vive a Los Angeles e nel 1952 inizia a leggere il libro della Woolf. La sua vita sembra normale: ha un marito che la ama molto e un figlio adorabile. La lettura del romanzo, però, le sconvolge la vita e mette in discussione, per la prima volta, tutte le sue certezze. Clarissa Vaughan (Meryl Streep) vive a New York e sta preparando la festa per il suo amico poeta, ex amante, Richard, malato terminale di Aids. Richard la chiama Mrs Dalloway, perché lei ne è l’incarnazione in chiave moderna. Le tre donne ricercano la propria esistenza, il significato della loro vita e, come diceva la Woolf, la vita di ognuno è legata in qualche modo a quella di altri. Tratto dall’omonimo romanzo di Michael Cunningham, pubblicato nel 1998 e premiato con il Pulitzer nel 1999, The Hours è un film sulle fragilità umane, non solo femminili. Tre spaccati di vita, in tre epoche diverse, ma tutte intercambiabili l’una con l’altra. Ottima la regia, il montaggio, la fotografia, le scene, i costumi e, ovviamente, la sceneggiatura. Come spina dorsale del film le tre attrici, al solito insuperabili. Oscar alla Kidman e altre otto nomination. (andrea amato)

Radio America

A ottantuno anni Robert Altman gira uno dei suoi film più belli, accorati e nostalgici. E se la carica vitale e satirica che nel 1975 riversava in quell’altro suo capolavoro, Nashville, che a questo rimanda, si è smussata con gli anni, il regista ha saputo compensarla con un sapiente dosaggio di umorismo rivestito di un’ affettuosa, tenera e un po’ lugubre malinconia.
La storia è stata scritta da Garrison Keilor, ideatore e presentatore di un celebre programma radiofonico, A Prairie Home Companion, che negli Stati Uniti viene trasmesso da oltre trent’anni e viene seguito ogni settimana da oltre quattro milioni di ascoltatori. Altman e Keilor, che nel film recita se stesso, hanno immaginato l’ultima serata del fortunato radioshow, prevedendo l’estinzione di un genere sotto i duri colpi del mercato dominato dalla televisione. Trasmesso da una cittadina del Minnesota, St. Paul, nell’amato Midwest del regista, dentro il Fitzgerald Theatre (Scott Fitzgerald è nato proprio a St. Paul), quasi un reperto arcaico degli anni Trenta, lo show vive la sua ultima serata in un’atmosfera di schizofrenica e patetica sopravvivenza, come in certe pièce d’antan di Tennessee Williams.
D’altra parte, tutto, nel film, è d’altri tempi, dichiaratamente, spudoratamente nostalgico, a partire dalle cantanti country alle barzellette grasse dei cowboy singer, ai vetusti messaggi pubblicitari. Sfilano davanti al microfono, applauditi in sala da un pubblico fedele, personaggi teneri e scombinati, superstiti di un modo di fare spettacolo che in Italia a suo tempo solo il grande Fellini seppe glorificare. È la stessa tenera crudeltà, lo stesso sguardo incantato che unisce da distanze siderali il regista italiano e Altman. Il quale imbastisce la sua elegia, racchiusa dentro due inquadrature alla Hopper, come un affresco corale, ricco di musica country e di numeri a parte, alternando il palcoscenico con il dietro le quinte, nell’ultima sera in cui tutto accade, nell’attesa dei «tagliatori di teste» che trasformeranno il teatro in un parcheggio, e nell’illusione dei suoi protagonisti che tutto possa andare avanti come se il mondo non cambiasse, quasi a voler fermare la morte.
Che invece puntualmente arriva, nelle vesti di una bionda chandleriana (Virginia Madsen) a significare l’angelo che annuncia, conforta e traghetta, e a dare alla vicenda una tornure da ghost-story, tra Renè Clair e Frank Capra, ma anche un po’ per celia e un po’ per non morire, per omaggiare anche il cinema di un’epoca, oltre al varietà e alla musica. Nessun regista sa muovere la macchina da presa come Altman, animare di mille sfumature le scene, dar corpo in poche sequenze a una vicenda e a un personaggio. Certo ci vuole anche la meravigliosa galleria di interpreti a suo servizio: da uno straordinario Kevin Kline nel ruolo di Guy Noir, addetto alla sicurezza del teatro, a Tommy Lee Jones in quello del gelido manager incaricato di chiuderlo, dalle meravigliose Meryl Streep e Lily Tomlin nelle parti di due sorelle residuo di un gruppo country di quattro a Woody Harrelson e John C. Reilly in quelle dei due sboccati cowboy singer. Insomma, si ride e ci si commuove in questo tardo grande Altman, che canta la sua America e la sua cultura popolare, come un mondo chiuso, una civiltà finita nel retaggio dei ricordi, come le creature smarrite e perdute che ne animarono quegli ultimi giorni. (piero gelli)

Stato di grazia

L’agente di polizia Terry Noonan viene infiltrato nel quartiere irlandese di New York, dove è nato e cresciuto in mezzo al crimine. I vecchi amici non sanno che lavora per conto delle forze dell’ordine e si fidano ciecamente di lui. Ritrova così Kathleen, la ragazza della quale era innamorato molto anni addietro, sorella dell’amico d’infanzia Jackie. Un gangster movie originale ed elegante. Ottima la regia iperbolica di Phil Joanou (
Analisi finale
) e l’interpretazione di Gary Oldman nel difficile ruolo del nevrotico Jackie.
(andrea tagliacozzo)

Vittime di guerra

Durante la guerra del Vietnam, un plotone americano, comandato dal cinico sergente Maserve, cattura una giovane contadina, che viene stuprata a turno dai soldati. L’unico ad opporsi all’inumano trattamento a cui è sottoposta la ragazza è la recluta Eriksson. Una volta tornati alla base, questi decide di trascinare i propri compagni davanti alla corte marziale. Film di grande impatto visivo ed emotivo, ingiustamente sottovalutato alla sua uscita. Michael J. Fox si dimostra a suo agio anche nel registro drammatico. Bravissimo anche Sean Penn. (andrea tagliacozzo)

Giorni di tuono

Cole Trickle, spericolato pilota di macchine da corsa, collauda con successo un nuovo potentissimo bolide. Durante una gara, l’auto di Cole e quella del suo avversario Rowdy Burnes rimangono coinvolte in un pauroso incidente. Il primo, grazie all’aiuto della dottoressa Claire Lewicki, riesce gradualamente a riprendersi, mentre il secondo è costretto ad abbandonare l’attività. Una sorta di Top Gun su quattro ruote (il regista e il protagonista sono gli stessi) che, come il precedente, non brilla certo per intelligenza e fantasia. Le sequenze delle corse sono spettacolari, ma da sole non bastano. (andrea tagliacozzo)

The Aviator

Howard Hughes non poteva non colpire la fantasia di Martin Scorsese, sempre alla ricerca di «eroi» estremi, ambigui, ingordi, a metà strada tra l’imbroglio e l’intuizione, animati da buone intenzioni lastricate di nefandezze; eroi comunque del suo diorama cinematografico così passionale e referenziale.

Hughes, nato per volare, morì volando nel 1976 ma, oltre che aviatore, produttore e progettista di aerei era anche un magnate del petrolio, sicuro che qualsiasi pazza e costosa impresa avesse intrapreso, il suo petrolio l’avrebbe sostenuta. Da qui una sorta di oltraggiosa invincibilità.

Era anche un produttore cinematografico e un regista, personaggio di quella Hollywood Babilonia raccontata per epiche gesta di fortune e fallimenti, di amori effimeri ma chiacchieratissimi e di fattacci scandalosi. Finché visse, anche nell’isolamento totale degli ultimi anni, fu un protagonista di quel mondo.

Come regista lo si ricorda per aver per aver diretto e prodotti il film forse più dispendioso nella storia del cinema, “Angeli dell’inferno,” e il più sensuale per quei tempi, “Il mio corpo ti scalderà,” le cui riprese furono in realtà iniziate dal suo amico e grande regista Howard Hawks.

Intorno a questo personaggio sfaccettato di titanismo e infantilismo, di nevrosi e di ardimento, Scorsese ha costruito un film «classico», alla maniera di quel genere hollywoodiano che da sempre adora: “The Aviator” è questo, un costoso e sfarzoso divertimento, omaggio al pionierismo americano e a un’epoca che lo esaltava, nel cinema come nell’aviazione. Sono gli anni d’oro del ventennio che va dalla nascita del sonoro alla fine degli anni Quaranta ma anche il periodo che segna lo sviluppo dell’aviazione bellica e civile, di cui Hughes fu un audace propulsore.

Del resto, fin dal titolo, si capisce che Scorsese ha voluto privilegiare questo aspetto, più avventuroso e temerario, rispetto a quello del playboy e del tycoon cinematografico, pur presente soprattutto nella prima parte. Nella quale c’è tutto quel che fa mugolare di piacere i cinefili più maniacali: la censura di “Outlaw,” le notti folli del Sunset Boulevard, i club, le scazzottate, le attrici e le amanti come Jean Harlow, Katharine Hepburn, Lana Turner e quella Faith Domergue che lui lanciò soprattutto quando divenne il boss della RKO (ma il film si ferma prima) e che finì chissà come, dopo aver scritto il libro-scandalo “My Life With Howard Hughes,” nel 1972.

Poi il film si focalizza sulle imprese aviatorie, dalla costruzione di aerei giganti all’incidente di volo a Beverly Hills, dalla battaglia per la conquista di rotte transoceaniche alla causa intentatagli per truffa dal governo. Il regista segue lo schema classico e formalizzato delle vite romanzate ed «edificanti», ascesa, caduta e redenzione, e fabbrica un prodotto che funziona a meraviglia perché tutte le componenti contribuiscono alla sua riuscita: dalla sceneggiatura alle splendide scenografie (per cui Dante Ferretti e sua moglie Francesca Lo Schiavo hanno ricevuto una delle undici nomination all’Oscar assegnate a questo film), agli attori, alla musica, alle citazioni e via di seguito.

Naturalmente qualcosa va sacrificato al grande spettacolo: “The Aviator” è più avvincente che convincente, più sontuoso che profondo. La nevrosi di Hughes, per esempio, il suo lato oscuro, è tutto esteriorizzato e non per colpa di DiCaprio, interprete superbo. Sono le regole del sistema. Piccoli appunti, poche riserve per uno spettacolo tutto da godere. Si potrebbe anche prevedere un seguito, visto che il film si chiude con uno Hughes poco più che quarantenne, vincente e volante: nel 1966, disfatosi della RKO, vendute le azioni della TWA, il tycoon si rinchiuse in una penthouse suite del Desert Inn Hotel di Las Vegas e, protetto da cinque fedeli mormoni, non si fece più vedere da nessuno, fino alla morte, anch’essa piena di ombre e di dubbi e degna di un altro film.
(piero gelli)

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