Fate come se non ci fossi

Uscito nel momento peggiore dell’anno, il film dell’esordiente francese Olivier Jahan merita invece attenzione. È la storia di un adolescente (Jérémie Renier, il bravissimo protagonista di La promesse dei fratelli Dardenne ) che la morte del padre ha reso cupo e chiuso in se stesso. Incapace di relazioni con chi gli vive accanto, il ragazzo ha maturato una radicale misantropia che si esprime in litigi continui con il nuovo compagno della madre, in fastidiose lettere anonime ai vicini, in delazioni ai danni di compagni di scuola e insegnanti. Finché entra in contatto con un’eccentrica coppia di vicini – una sorta di ideale della sessualità espansa – che forse gli cambia la vita.
La qualità migliore del film è la capacità di collocare lo sguardo all’altezza del suo protagonista: Jahan lo segue senza giudicare, senza nascondere la sostanziale sgradevolezza del personaggio, ma senza mai negargli un profondo rispetto. La prima parte, quando il giovane si muove nel buio della banlieu, è molto efficace nel restituire il sentimento di profonda angoscia che lo attanaglia e che trova espressioni di feroce meschinità. Così, senza spiegazioni e senza prediche, e soprattutto senza ricorrere a storie e personaggi estremi, il film riesce nella difficile impresa di raccontare l’adolescenza con precisione sociologica e passione cinematografica. (luca mosso)

Tattoo

Marc Schrader è un giovane detective appena diplomatosi all’accademia di polizia. Lavorare non gli piace: meglio prendere qualche pasticca e ballare ai rave clandestini. Una retata condotta dai suoi stessi colleghi durante una di queste feste rischia però di rovinargli una carriera non ancora iniziata. Schrader si trova davanti a un bivio: accettare di collaborare con l’esperto detective Minks, impegnato in una personale crociata contro il mondo in cui sua figlia si è rifugiata dopo la morte della madre, oppure considerarsi un ex poliziotto. Scelta la prima soluzione, il giovane si impegna in una serie di indagini che portano alla luce un incredibile commercio di brandelli di pelle umana, appartenenti a persone che in passato si sono fatte tatuare da un abilissimo maestro giapponese.

Opera prima del tedesco Robert Schwentke, noto in patria come autore televisivo,
Tattoo
è un thriller per stomaci forti, in cui mutilazioni e cadaveri carbonizzati non vengono risparmiati allo spettatore dallo sguardo, a tratti compiaciuto, del regista. Le prime recensioni hanno parlato di risposta tedesca a
Seven
ma Schwentke ha precisato di essersi ispirato, piuttosto, a
Inferno
di Dario Argento e, in seconda battuta, a
Terrore dallo spazio profondo
di Philip Kaufman oltre che, più in generale, a molte pellicole americane degli anni Settanta i cui eroi erano personaggi dalla morale a dir poco ambigua. «L’unica regola è tornare a casa vivo la sera», dice Minks al suo giovane compagno. Tutto si può fare, purché serva ad assicurare alla giustizia il serial killer che sta costringendo agli straordinari il personale dell’obitorio. Girato in soli quaranta giorni e con un budget ridotto in una Berlino livida e spettrale, ben inquadrata dalla gelida fotografia di Jan Fehse,
Tattoo
mette in luce due ottimi attori: il giovane August Diehl e soprattutto Christian Redl, davvero convincente nel ruolo di un poliziotto che cerca nella sua professione il riscatto delle amarezze che la vita gli ha riservato.
(maurizio zoja)