Il momento di uccidere

Una coppia di bianchi sbandati violenta e massacra una bambina nera nel Mississippi. Il padre della piccola li uccide mentre vengono portati in tribunale per l’udienza preliminare. Difenderà l’uomo un giovane avvocato bianco con un’assistente d’eccezione, la bellissima studentessa di legge Sandra Bullock. Ma se la dovrà vedere con un arrogante e cattivo pubblico ministero (Kevin Spacey). Ci sarà un processo e l’avvocato riuscirà a dimostrare l’infermità mentale del padre assassino, facendolo assolvere… Drammone tratto da un romanzo di John Grisham dove si mescolano tutti i temi possibili: razzismo, giustizia, famiglia … in una carambola di improbabili avventure tra Ku Klux Klan, omidici, violenze, incendi, vendette, ricatti, minacce. Vincerà la giustizia, ma che fatica arrivare alla fine.

Linea mortale

Cinque studenti in medicina decidono di tentare un ardito esperimento. Portandosi a turno in uno stato di morte temporanea, riescono scoprire cosa ci cela oltre la vita. La prova, benché riuscita, contribuisce a risvegliare nei cinque giovani i fantasmi del passato, i sensi di colpa che, in forma diversa per ognuno di loro, si materializzano nella vita reale. Il soggetto è intrigante, l’esecuzione decisamente meno, nonostante il buon cast. Ma in seguito Joel Schumacher – in precedenza autore dell’interessante horror
Ragazzi perduti
– farà anche di peggio. La Roberts tornerà a lavorare con il regista in
Scelta d’amore
.
(andrea tagliacozzo)

Cugini

Rifacimento americano di
Cugino cugina
, una commedia del ’75 realizzata in Francia da Jean-Charles Tacchella. Larry e Maria s’incontrano per la prima volta al matrimonio di alcuni parenti: sono entrambi sposati, ma nulla gli impedisce di vedersi di nuovo per cementare una nuova amicizia. Il loro legame diventa più forte quando scoprono che i rispettivi compagni, Tish e Tom, sono da tempo amanti. Buoni gli interpreti, mediocre e impersonale la regia di Schumacher.
(andrea tagliacozzo)

Number 23

Walter Sparrow è un accalappiacani sposato e con un figlio. La moglie Agatha, sapiente pasticcera, gli regala un libro intitolato
Number 23.
Walter inizia a leggere il romanzo e trova molti aspetti coincidenti con la sua vita: sembra essere legato spiritualmente al protagonista del racconto, il misterioso detective Fingerling ossessionato dal numero 23. Suggestionato, anche l’uomo cade in una spirale ossessiva.

Ragazzi perduti

Una donna divorziata con due figli adolescenti si stabilisce nella casa del padre in un villaggio della California apparentemente tranquillo. In realtà il posto è infestato da una banda di giovani vampiri motorizzati. Divertente horror giovanilistico, rimane tra le cose più interessanti di uno dei registi più quotati (e sopravvalutati) degli ultimi anni. Tra gli interpreti anche il figlio di Donald Sutherland, Kiefer, che Schumacher tornerà a dirigere un anno dopo in
Linea mortale
.
(andrea tagliacozzo)

Flawless-Senza difetti

Un poliziotto in pensione un po’ omofobo è colpito da un ictus durante una sparatoria nell’hotel in cui risiede. L’aiuto gli viene da un travestito che abita accanto a lui e gli fa tornare la voglia di vivere (e, con il canto, addirittura la parola). Tra i due, ovvio, nascerà l’amicizia. Amen. Schumacher sceneggia pure: roba da suicidio collettivo. Vergognoso manifesto pro-fratellanza e accettazione dell’altro, condito da stereotipi così affettati e ammuffiti che sarebbe arduo trovarli persino nei manualetti propedeutici per gli scolari delle medie. I personaggi – dal pizzaiolo fusto ai colleghi bravi e buoni, dalle
drag queens
esagitate alla prostituta dal cuore enorme – fanno venire la pelle d’oca. De Niro con la bocca storta mette tristezza (e doppiato da Ferruccio Amendola ancor di più); Hoffman, con le sue mossette, sbracciate e occhiate, invoca vendetta. Si rischia di passare per fascisti, ma quella proposta da questo film è una visione imbarazzante e pericolosa.
Splendori e miserie di Madame Royale
di Vittorio Caprioli, col suo mix di giallo, costume e sana cattiveria, rimane irraggiungibile; e una sola battuta o un solo gesto di Ugo Tognazzi battono tutti quelli di Hoffman e amiche.
(pier maria bocchi)

In linea con l’assassino

Stuart
Stu
Shepard vive e lavora a New York. Pubblicitario di successo, si divide tra una moglie di cui non è più innamorato e un’amante giovane e carina cui ogni mattina telefona da una cabina per non destare sospetti in casa. Sembra un giorno come tanti altri ma il telefono della cabina comincia a squillare, Stu risponde e uno sconosciuto all’altro capo dell’apparecchio lo avverte di non riattaccare per nessun motivo, altrimenti lo ucciderà. La prima reazione è quella di riagganciare ma l’interlocutore, nascosto chissà dove, uccide a colpi d’arma da fuoco un passante per dimostrare che sta dicendo il vero. In pochi istanti si scatena il panico. Accorrono i poliziotti, la moglie, l’amante e naturalmente i media. Tutti sotto la mira del cecchino. A Stu non rimane che seguire le istruzioni della voce al telefono che lo guida, lo giudica e sembra conoscere di lui molte più cose di quante non dovrebbe…

Fermo da un anno per via delle analogie con quanto accaduto a Washington, terrorizzata per giorni da cecchini che uccidevano persone a caso,
Phone Booth
(cabina telefonica), tradotto banalmente in Italia con
In linea con l’assassino
e definito dallo stesso Joel Schumacher «parabola della paranoia urbana», mantiene vivo l’interesse per tutto il corso della visione. Operazione non facile considerando che, caso rarissimo, la pellicola mantiene la continuità di tempo (la durata del film è esattamente quella della vicenda narrata) e di luogo (la cabina telefonica e la via in cui è situata). Avvalendosi di un ottimo e originale script con soluzioni visive di sicuro impatto emotivo, il regista ha girato la pellicola in soli dodici giorni a Los Angeles (anche se il film è ambientato a New York) e con un budget di un milione di dollari. La scena iniziale in cui si viene proiettati è una citazione del primo Brian De Palma, con l’utilizzo dell’immagine moltiplicata e ripresa da più punti di vista e riesce a restituire ottimamente il senso di schiacciante angoscia del protagonista; angoscia che la stessa ambientazione metropolitana non fa che accrescere a livello esponenziale. Stu è letteralmente circondato dalle centinaia di finestre intorno alla realtà claustrofobia della phone booth, dietro ognuna delle quali potrebbe nascondersi il cecchino. Schumacher mette in scena un «gioco» deliberatamente sadico, che si trasforma in un incubo apparentemente senza via d’uscita: il killer è senza volto (di lui si sente solo la voce) ma onnisciente, controlla le azioni del protagonista dall’alto e sembra avere il semplice scopo di annientarlo psicologicamente prima di ucciderlo. Costante il tema dell’assedio (che il suo abuso sia una coincidenza/circostanza di questi tempi?), la cabina è circondata dai poliziotti convinti che Stu sia responsabile della situazione creatasi e Stu è a sua volta doppiamente e paradossalmente assediato dall’assassino vero e dalla situazione esterna.
Le vere trovate di Schumacher sono principalmente l’ambientazione e la struttura, che risaltano più dei veri e propri temi del film: quelli non certo originalissimi dello psicopatico che agisce secondo una logica «morale» e della comunicazione nelle grandi città. Lo schema tradizionale del thriller metropolitano, quindi, viene completamente stravolto. Spicca in modo inequivocabile l’interpretazione della neo star hollywoodiana Colin Farrell, protagonista al 100 per cento della storia, sempre in scena lungo tutta la durata del film, abile nel rappresentare un «falso» eroe che, nonostante le incongruenze del duplice colpo di scena finale, mostra il lato meschino della faccenda e una personale «metà oscura». Una buona prova per un regista discontinuo che viene ricordato soprattutto per il sopravvalutato
Giorno di ordinaria follia
ma che sembra aver trovato un filone più congeniale alla sua personalità di artigiano del cinema: pellicole di puro intrattenimento, basate su script innovativi e a basso costo.
(emilia de bartolomeis)