La troviamo a Beverly Hills

Il solito racconto smaccatamente per teen-ager, protagonisti tre ragazzi che hanno appena preso la maturità e dirottano su L.A. nel 1962 per cercare il loro idolo, Marilyn Monroe. In definitiva innocuo, ma lo avete già visto un milione di volte. Uno dei produttori esecutivi è Penny Marshall.

Come è difficile farsi ammazzare

Burt Simpson è un poliziotto vicino all’età pensionabile, al quale, per uno scambio di analisi, viene diagnosticato un male incurabile. La sua polizza assicurativa prevede il pagamento solo in caso di morte in servizio, quindi Burt decide di farsi assegnare solo missioni ad alto rischio. Ma per sua «sfortuna» ne esce sempre indenne. Commediola piuttosto prevedibile (l’espediente dell’uomo che si crede gravemente ammalato è stato usato diverse volte: una per tutte, da Jerry Lewis in
Jerryssimo!
), ma sorretta con sufficiente brio dal simpatico Dabney Coleman.
(andrea tagliacozzo)

Il fuggitivo

Tratto da una fatto vero di cronaca e ispirato a una serie tv di successo negli States negli anni Sessanta, racconta la storia di un uomo (Harrison Ford) accusato ingiustamente di uxoricidio che riesce a fuggire durante il suo trasferimento in carcere. Mentre questi cercherà il vero colpevole, sulle sue tracce si mette un inflessibile agente federale dell’FBI (Tommy Lee Jones). Niente di straordinario, però la storia, scritta molto bene, regge e il merito, più che alla regia di Davis, va alla prova dei due istrioni, Ford e Jones, che tengono in piedi la baracca. Proprio a Tommy Lee Jones andò la statuetta come Miglior Attore Non Protagonista, ma la pellicola ebbe ben altre sei nomination, ‘tecniche’ e non (tra cui: Film, Fotografia, Montaggio e Sonoro).

 

La Bamba

Solida biografia musicale di Ritchie Valens, un povero messicano d’America che divenne un fenomeno del rock ‘n’ roll all’età di diciassette anni. Valdez (anche sceneggiatore) non riesce a evitare qualche appesantimento biografico tipico di Hollywood, ma una buona musica di accompagnamento e l’interpretazione autorevole e piacevole di Phillips è più che una compensazione. Morales è eccellente nel ruolo del fratello inquieto di Ritchie. La musica di Valens è eseguita da Los Lobos (che appaiono come “Tijuana Band”) su una base. Musica originale di Carlos Santana e Miles Goodman.

Bad Boys

Action movie ambientato a Miami, protagonisti due poliziotti — uno è sposato con figli, l’altro invece si gode la sua vita da scapolo — costretti a fingere l’uno di essere l’altro. Il film segna il ritorno dei produttori Don Simpson e Jerry Bruckheimer al genere baracconesco che li ha resi celebri. Obiettivo raggiunto anche grazie alla performance della Leoni, ottima nei panni della testimone protetta dai due agenti. Peccato solo per la durata eccessiva: sarebbe bastata mezz’ora, e invece sono ben due. Con un sequel.

Pluto Nash

2087: Eddie Murphy è il proprietario di un night-club situato sulla Luna, in pericolo a causa di un boss della malavita che vuole trasformarlo in casinò. Costoso flop: paragonato a fiaschi storici come quelli di Howard the Duck e Ishtar, è stato il più grande fallimento al botteghino della carriera del comico afro-americano. Cammeo di Alec Baldwin.

U.S. Marshals – Caccia senza tregua

Il testardo capo del dipartimento di polizia (Jones) del Fuggitivo e il suo team tornano all’azione quando un sospetto criminale fugge dopo che l’aereo che trasportava lui e altri prigionieri si schianta al suolo. Le indagini sono aiutate/ostacolate dall’agente federale Downey. Thriller mozzafiato incespica un po’ verso la fine tanto che non è chiaro come termini realmente. Comunque gradevole.

Risky Business – Fuori i vecchi… i figli ballano

Mordace, originale commedia su un evasivo adolescente che va un po’ fuori di testa mentre i suoi genitori sono fuori città, e finisce per rimanere coinvolto — in più di un senso — con una prostituta. Il copione sinistramente satirico di Brickman è bilanciato dall’interpretazione assolutamente accattivante (e credibile) di Cruise nel ruolo del protagonista.

Bound – Torbido inganno

Noir violento, pieno di stile e sensualità (con risvolti saffici): le protagoniste — una è la donna di un gangster, l’altra una tuttofare — hanno un piano per fuggire insieme con una valigia piena di soldi. Fra le due attrici c’è la giusta alchimia, ma è Pantoliano a rubare la scena a tutti nei panni del mafioso. Impressionante debutto per i fratelli Wachowski (anche sceneggiatori). L’autrice di libri lesbo-erotici Susie Bright appare brevemente ed è anche accreditata come “consulente tecnica” (!).

Bad Boys II

I detective Mike Lowrey e Marcus Burnett della squadra narcotici di Miami sono impegnati a combattere la diffusione di ecstasy. Mike indossa completi alla moda, viaggia in Ferrari, è spericolato nella sua professione. Marcus è invece più moderato, fa terapia per superare l’ansia, ha una famiglia e vorrebbe rischiare di meno. I due si imbattono nei traffici di Johnny Tapia, boss cubano che vuole estendere il suo commercio in tutta la città e per trasportare il denaro utilizza un agenzia funebre. Sulle sue tracce c’è anche Syd, la bella sorella di Marcus, agente federale in incognito. Tra lei e Mike c’è del tenero e la cosa fa infuriare Marcus, ma quando Syd viene rapita e portata a Cuba i due Cattivi Ragazzi devono unirsi per liberarla. Ci riusciranno?
Il primo episodio di Bad Boys ha riscosso un grande successo di pubblico incassando oltre centosessanta milioni di dollari in tutto il mondo, un record per la Columbia Pictures. Un trampolino di lancio per la carriera di Martin Lawrence, Will Smith e del regista Michael Bay. Dopo otto anni arriva sugli schermi il secondo episodio, decisamente ben fatto. Quasi due ore di azione e humour. Effetti speciali a go-go, macchine che volano e si incendiano: annoiarsi è veramente difficile. Tutto è incentrato sulla verve dei due protagonisti, che si muovono tra inseguimenti in macchina e sparatorie. È la classica coppia di poliziotti amici che non perdono occasione per litigare e intanto fanno battute nei momenti più drammatici, muovendosi e agendo come due rapper. Dopo Arma letale e i successivi cloni e sequel, una pellicola che rispetta in tutto e per tutto i canoni dell’action movie animato da una coppia di smaliziati piedi piatti. C’è persino un richiamo alla politica internazionale, con i cubani cattivi e produttori di eroina, e quelli buoni, impegnati nella resistenza anticastrista e amici degli americani. Una specie di versione 2003 della guerra fredda di Rocky IV. (francesco marchetti)

Memento

Noir dalla struttura anomala,
Memento
è costruito a partire da un singolare presupposto narrativo: il suo protagonista forse dice la verità, ma è indubbiamente uno smemorato. L’affidare il racconto a un individuo dalla capacità mnemonica ridotta al breve periodo, che dimentica tutto ciò che è avvenuto fino a dieci minuti prima, permette a Nolan di impostare il film su un impianto narrativo paradossale: ossia ripercorrendo all’indietro – frammento per frammento – il filo che conduce all’origine di questo personaggio, costretto a tatuarsi sulla pelle gli indizi della propria identità.
Memento
gioca in maniera gustosa con la naturale propensione del noir alla complessità narrativa, spingendo tale vocazione di genere verso una continua contraddizione del principio di verità (affidato al protagonista). La storia di un uomo che si deve tatuare i numeri di telefono sul corpo segna un passo ulteriore nel processo di erosione della credibilità del narratore, inscrivendosi nella linea di pellicole quali
Paura in palcoscenico
di Hitchcock e – più recentemente –
I soliti sospetti
di Bryan Singer. Allo stesso tempo, tuttavia, la natura ludica dell’esercizio, l’intenzione metanarrativa (già presente nel precedente lavoro del regista,
Following
) e le strizzate d’occhio alla body art finiscono per togliere mordente al racconto. Nolan non è Resnais, ma questo non è necessariamente un male. Resta pur sempre a dargli man forte Guy Pearce, sulle cui spalle poggia l’intero film: dopo aver interpretato il poliziotto di
L.A. Confidential
e l’avvocato militare di
Regole d’onore
, l’attore inglese è senz’altro in grado di incarnare nel suo volto efebico tutta l’ambiguità di un personaggio inconsapevole del proprio passato.
(francesco pitassio)