Paycheck

Michael Jennings è uno sviluppatore di progetti ad alto contenuto tecnologico per aziende che lo ingaggiano a suon di dollari e poi cancellano la sua memoria per impedirgli di divulgarne i segreti. Ma dopo aver portato a termine un progetto durato tre anni, non riceve nessun assegno. In banca trova invece una scatola piena di oggetti apparentemente inutili. La cancellazione della sua memoria gli impedisce di comprendere il motivo per cui, gli dicono, ha volontariamente rinunciato al compenso. Con l’aiuto di Rachel, la donna con cui negli ultimi tre anni ha lavorato e vissuto un’intensa storia d’amore, tenterà di risolvere l’enigma e, soprattutto, di capire perché i suoi ex datori di lavoro stanno tentando di toglierlo di mezzo.
Liberamente ispirato all’omonimo racconto scritto da Philip K. Dick nel 1953, il nuovo film di John Woo è un incrocio fra un thriller e un film di fantascienza, descrizione di un mondo in cui tecnocrati senza troppi scrupoli fanno utilizzo di macchine in grado di togliere all’uomo alcune sue facoltà, come quella di ricordare, per poi «regalargliene» altre, come quella di prevedere il futuro. Il regista di Mission: Impossibile 2, colpito dalle questioni di ordine etico sollevate dal racconto di Dick, è riuscito a realizzare un film che pone allo spettatore gli stessi dilemmi, invitandolo a riflettere su ciò che deciderebbe di fare qualora si trovasse nei panni del protagonista. Ben Affleck e Uma Thurman se la cavano con mestiere, nulla più. È invece la sceneggiatura, opera di Dean Georgaris, la parte migliore di un film condito con scene d’azione e sparatorie tipiche delle pellicole dirette da Woo. Imperdibile per i fan di quest’ultimo, un po’ meno per i lettori di Dick e comunque mai noioso, Paycheck diverte senza entusiasmare, perdendo nettamente il confronto con Face Off, il miglior film «americano» del regista di Hong Kong. (maurizio zoja)

Stati di alterazione progressiva

Dopo otto anni in carcere, Hawk, ex poliziotto, torna in libertà, ma ritrova completamente cambiata la sua città, Rain City. Ospite nel locale di Wanda, con la quale ha una relazione alquanto instabile, l’uomo prova invece un forte interesse per la sorte di Georgia, madre di un bambino di pochi mesi e legata a un giovane delinquente. Un interessante film dalle ambientazioni stilizzate e volutamente surreali. La canzone dei titoli è interpretata da Marianne Faithful.
(andrea tagliacozzo)

Stealth – Arma suprema

Riproposizione in chiave militaresca e catastrofistica del tema della ribellione delle macchine ai loro costruttori già ampiamente sfruttata da 2001: Odissea nello spazio in poi. In un futuro non troppo lontano, la Marina degli Stati Uniti mette a punto un nuovo aereo della classe Stealth, invisibile ai radar, dotato di un’intelligenza artificiale a bordo in grado di pilotare il caccia in maniera pressoché autonoma. EDI è il suo nome. I piloti Ben Gannon (Josh Lucas), Kara Wade (Jessica Biel) ed Henry Purcell (Jamie Foxx) sono incaricati di una missione segretissima atta a testare il nuovo velivolo. Tutto procede secondo i programmi, fino a quando EDI non decide di ammutinarsi, prendere il controllo dell’aereo e scatenare un terribile conflitto termonucleare.

Alì

«Muoviti come una farfalla e pungi come un’ape», questa è probabilmente la frase più celebre del grande Mohamed Alì, quella che lo rispecchiava meglio quando era sul ring. Campione olimpico nel 1960 a Roma, Cassius Clay diventa campione del mondo dei pesi massimi nel 1964 alla tenera età di 22 anni, sconfiggendo Sonny Liston. Da qui parte il film di Michael Mann interpretato da Will Smith. Il giorno dopo la conquista del titolo, Clay annuncia la sua conversione all’Islam e cambia nome in Mohamed Alì. Da qui inizia la sua guerra personale contro il razzismo, i preconcetti della gente e il governo degli Stati Uniti, che lo chiama alle armi per andare a combattere in Vietnam: «Non andrò a litigare con i Vietkong», disse il campione. Ritiro del passaporto, processo per renitenza alla leva e ritiro della licenza da pugile. Ormai in ginocchio, Alì continuò la sua battaglia personale e, dopo l’assoluzione della Corte Suprema, dieci anni dopo il suo primo titolo mondiale, andò a Kinshasa a combattere contro il campione in carica George Foreman. Da tutti è considerato l’incontro di tutti i tempi, splendidamente raccontato da

Norman Mailer
, e a 32 anni Alì tornò in cima al mondo. Diventato leggenda già in vita, Mohamed Alì è una delle figure più rappresentative del Novecento. Opera titanica quella di Mann e altrettanto ammirabile quella di Will Smith, non solo per i 17 chili che ha dovuto prendere per assomigliare al campione, non solo per aver imparato a boxare come Clay, non solo per aver imparato a muoversi come Alì, ma soprattutto perché ha imparato a pensare come Mohamed Alì.
(andrea amato)

Decisione critica

La situazione: terroristi arabi hanno il controllo di un 747. La soluzione: infiltrare un gruppo speciale per sventare l’azione mentre l’aereo è in volo. Le difficoltà: il gruppo deve affidarsi all’inesperto Russell, inoltre a bordo c’è una bomba al gas nervino che potrebbe radere al suolo Washington D.C. Un thriller intenso e originale che, fino al finale incerto, si difende dignitosamente. Debutto alla regia per Baird, che avrebbe potuto stringere un po’ di più la storia. Panavision.

Una scatenata dozzina

Tom Baker è l’allenatore della squadra di football americano di un liceo dell’Illinois. Dopo anni passati nell’ombra, un’importante università gli offre un posto da capo allenatore. La realizzazione del suo sogno professionale implica però il trasferimento di tutta la sua numerosa famiglia, dodici irrequieti figli che gli daranno più di un grattacapo, soprattutto quando la moglie Kate sarà costretta a recarsi a New York per promuovere il suo primo libro.

Già regista del discreto
Big Fat Liar,
totalmente sconosciuto al pubblico italiano, Shawn Levy fa il verso a
Mamma ho perso l’aereo
con una tragicommedia familiare in cui convivono una miriade di elementi già apparsi in decine di film dello stesso genere: il padre in gamba ma sotto sotto dipendente dalla madre, la partita di football, il bimbo superdotato, la figlia ribelle e così via. A Steve Martin il compito di far quadrare i conti, un obiettivo che l’attore non sfiora neanche lontanamente, e non certo per colpa sua. Forse, nel cercare di trasmettere l’idea del caos che regna nella famiglia dei protagonisti, il regista si è un po’ fatto prendere la mano, finendo con il frastornare anche lo spettatore con una sceneggiatura poco convincente. A volte sembra quasi che il film sia un pretesto per inanellare gag neanche tanto spiritose e la storia finisce sepolta dalle bizze dei vari personaggi, nessuno dei quali memorabile. Il cinema americano degli ultimi vent’anni trabocca di commedie famigliari senza pretese ma più divertenti di questa. Meglio risparmiare e noleggiare un home video.
(maurizio zoja)

Una voce nella notte

Gabriel Noone (Robin Williams) è un romanziere di successo che presenta da anni un programma radiofonico notturno. La sua vita e la sua carriera sono in crisi. Deve alla stazione radiofonica cinque storie e per il momento non vede alcuna via d’uscita. Il suo amico Ashe (Joe Morton), un curatore di romanzi, gli consegna il manoscritto di un libro di memorie, scritto dal quattordicenne Pete Logand (Rory Culkin), che racconta nei dettagli gli orrori della sua infanzia. Gabriel comincia a trascorrere ore al telefono con il ragazzo, fino a considerarlo una sorta di figlio. Ma quando deciderà di andare a conoscere il giovane, la sua vita ordinata e le sue certezze verranno messe completamente in gioco, fino a dubitare dell’esistenza stessa di Pete.

Fratello di un altro pianeta

Uno stralunato alieno di colore, inseguito da due biechi robot-killer, fa naufragio sulla Terra approdando a New York. Rifugiatosi ad Harlem, stupisce gli umani con i suoi straordinari poteri e conquista la loro simpatia. Un insolito film di fantascienza low budget. Satira allo stesso tempo del genere e della società americana. Il regista John Sayles interpreta il ruolo di uno dei due robot.
(andrea tagliacozzo)

Le verità nascoste

Una donna, reduce da un incidente, vede fantasmi in casa: crede che il suo vicino di casa sia un assassino… Semplice quanto perfetto esercizio di stile costruito sul concetto di suspence, Le verità nascoste di Robert Zemeckis è un implacabile tour de force emotivo. Dietro questa storia di tradimenti inconfessati e omicidi, percorsa e interpretata correttamente da Harrison Ford (qui nella atipica parte del villain, pur sempre dal cuore tenero) e Michelle Pfeiffer, si alimenta un film dalle ricercate atmosfere hitchcockiane, ben esemplificate già dalla colonna sonora in stile Bernard Herrmann realizzata da Alan Silvestri. Ci chiediamo: che cosa cercava Robert Zemeckis, mentre costruiva la struttura di questo film, mentre lo realizzava? La risposta è semplice, forse scontata: il cinema. Ecco una sua dichiarazione: «Cinema e suspence sono fatti l’uno per l’altro. Cioè, ci sono certamente dei libri e degli spettatori teatrali davvero ricchi di suspence, ma penso che niente sia in grado di manipolare il tempo, spazio e tecniche di racconto quanto un film. Ho sempre desiderato mettermi alla prova nella regia di qualcosa di davvero terrificante e misterioso». Una casa di campagna, la cui tonalità di illuminazione varia a seconda della luce che la avvolge, una scena coniugale, alcuni oggetti, una stanza da bagno di un biancore che sfocia nel diafano, alcuni specchi, una collana, una chiave, una treccia di capelli biondi bastano per alimentare il percorso nel terrore macchinato da Zemeckis. Film di fantasmi, rumori, false piste e presenze auratiche (bellissima la sequenza della seduta spiritica), Le verità nascoste ci appare come un film blindato nella sua forma simile a un cristallo, anzi un diamante, difficile da scalfire. Film di pura forma, certo. Ma che affronta a testa alta le critiche di artificiosità, gratuità, che certamente lo toccheranno. Variazioni hitchcockiane: la coppia, e i complessi di colpa… con tutto quello che ne consegue: vertigini, figure circolari, o al limite spiraliformi. Zemeckis chiede un po’ di comprensione. Come nonno Hitch, vuole solo regalarci un pezzo di torta. Ma di altissima qualità. (rinaldo censi)

Speed

Film d’azione adrenalinico diretto da Jan De Bont, che poi si segnalerà anche per il discreto Twister ma anche per un mediocre sequel (Speed 2) e per uno degli capitolo della saga di Tomb Raider. Un criminale piazza, su un autobus di linea guidato dalla bella Sandra Bullock, una bomba con timer che esploderà se la velocità della vettura scende sotto gli 80 km/h: toccherà al poliziotto Reeves salvare i passeggeri e sgominare il folle (qui interpretato da Dennis Hopper). Ottimo script, storia avvincente, in apnea per tutte le due ore, Speed fece il… botto all’epoca grazie anche ai tocchi di homour che pervadono quà e là quello che rimane un intelligente film d’azione. Vinse due premi Oscar ‘tecnici’ per il sonoro; una nomination anche a John Wright per il montaggio.