I padroni della notte

New York, 1988. Bobby non ha sposato le tradizioni di famiglia: mentre il padre è un istituzione del corpo della polizia e suo fratello Joseph è un agente in carriera, lui gestisce un locale notturno a Brooklyn. Qui al fianco della sua ragazza, Amanda, se la spassa alla grande tra un bevuta e un party: deve però stare attento agli affari di un gangster che ha scelto proprio l’esterno del suo club per combinare i suoi loschi affari.

Da morire

Suzanne, ossessionata dall’idea di comparire in tv, è un mostro di stupidità e cinismo, pronta a tutto pur di diventare una anchor-woman. E non arretrerà nemmeno davanti all’omicidio. Nicole Kidman, vestita con tailleur da Barbie, interpreta l’idiozia vincente e autofaga dei mass-media: la sua Suzanne è talmente convinta di farcela che ce la farà davvero. Gus Van Sant finge di irregimentarsi dopo alcuni film più «scapestrati», e gira la sua prima commedia e la sua prima pellicola al femminile: sceneggiatura ben costruita, cattiveria serpeggiante e soprattutto il gusto pop della messinscena, stilizzata e colorata, «giapponese», che elimina ogni sospetto di moralismo. Certo, siamo lontani dai precursori Cukor (La ragazza del secolo) e Tashlin: il film è uno dei più misogini del decennio e lo scoperto nichilismo, l’odio per tutto e per tutti, appartengono completamente ai nostri anni. Prima che American Beauty ne facesse una moda. (emiliano morreale)

Le forze del destino

New York, 2021: John (Joaquin Phoenix) giovane professore universitario diretto in Canada, raggiunge la moglie Elena (Claire Danes) per farle firmare le carte del divorzio. Lei è campionessa mondiale di pattinaggio artistico, ed è il perno del business miliardario della sua famiglia. Presto l’idillio col parentado viene spezzato da oscure minacce: Elena confida al marito il timore di complotti a suo danno, lui vuole vederci chiaro e rinuncia a partire. Scappano, capiscono di amarsi ancora e di non poter vivere senza l’altro, vengono ripresi. «Vi voglio bene», dice il capofamiglia, ma intanto assolda un killer per ucciderli. Con l’aiuto del fratello di lei tentano di raggiungere la natia Polonia, ma moriranno assiderati in una landa innevata…
Non è ben chiaro se Thomas Vinterberg (lo stesso di “Festen,” coautore con Lars von Trier del Dogma di cui qui ribalta i principi) abbia voluto realizzare un thriller romantico con nuance futuristiche, o un dramma sentimentale in una cornice apocalittico-fiabesca. Di certo, gli elementi surreali e simbolici sono la parte migliore del film. Il mondo in cui John ed Elena riscoprono di amarsi ricordando il loro incontro nell’infanzia (allusione a un ritorno alle origini?) è un mondo dal clima schizofrenico (la neve a luglio a New York, africani morti congelati, escursioni termiche di venti gradi in una notte sola) che si avvia verso la glaciazione; un mondo il cui il «disordine» si ripercuote sulle comuni leggi umane sovvertendole (i poveri ugandesi volano come angeli e i ricchi americani muoiono a centinaia ogni giorno per misteriosi «infarti di solitudine»); un mondo in cui contro la disgregazione di ogni ordine e senso ci si può appellare solo all’amore e alle forze del destino (cantati «dal cielo» come fa Sean Penn, il fratello di John, che in seguito a una cura sbagliata contro la paura di volare non può più fare a meno dell’aereo e passa la sua vita in volo sciorinando irritanti sproloqui sui legami fra l’uomo e il mondo).
Un film allegorico più che di trama, dunque? È lo stesso regista che risponde: «Ovviamente esiste una storia, una trama, una drammatica catena di eventi. Ma in un certo senso questo è meno importante. Mi immagino che la trama sia lì per trasmettere i nostri pensieri… Penso che “Le forze del destino” sia una fiaba, una fiaba sulla vita…». In verità, spandendo simboli a manciate si rischia di disperderli in rivoli isolati che non seguono una corrente principale. Il risultato è un’aura di millenarismo dislessico che finisce in tragedia mentre dovrebbe dare speranza e confonde solo le idee. A poco valgono le belle ricostruzioni di New York negli studios di Trollhättan, in Svezia, e le musiche di Zbigniev Preisner (prediletto di Kieslowski). (salvatore vitellino)

Quills-La penna dello scandalo

Il marchese Donatien Alphonse François de Sade è segregato nel manicomio di Charenton, istituto diretto dall’illuminato abate Coulmier. Grazie alla complicità della procace Madeleine, cui Coulmier ha insegnato a leggere e scrivere, il Divin Marchese trasmette al suo editore le proprie opere. Ma la pubblicazione di «Justine» suscita persino l’ira di Napoleone, che – su suggerimento dei suoi consiglieri – decide di inviare a Charenton il dottor Royer -Collard, noto per i metodi brutali adottati nei confronti dei pazienti, per mettere a tacere Sade. Sgombrando il campo dagli equivoci, il film di Kaufman – un ottimo regista cui si devono, tra gli altri, il primo remake de
L’invasione degli ultracorpi
e
Uomini veri
– risulta un buon lavoro (anche se a tratti tende a «formaneggiare» un po’…). Il Sade di Doug Wright – l’autore della pièce da cui è tratto il film – è essenzialmente il prototipo dell’artista maledetto: individualista, inevitabilmente geniale, in anticipo sui tempi e compulsivamente spinto a «creare» dalla propria incontrollabile natura. Wright (lo confessa egli stesso nelle accurate note del pressbook) è ossessionato dal desiderio di dare un volto a Sade. Kaufman lo segue su questa strada e mette in scena un sontuoso melodramma barocco. Fatalmente, però, la complessa dimensione dell’opera sadiana viene ridotta alla sua presunta oscenità; si mettono a tacere tutte le implicazioni linguistiche e teoriche ruotanti intorno alla sua scrittura – l’aspetto più inquietante dello sterminato corpus del Marchese – per privilegiare essenzialmente l’impatto di Sade sul costume (dei suoi contemporanei e nostro), dimenticando di fatto la sua preveggenza politica: basti pensare al pamphlet «Francesi, ancora uno sforzo». Dunque, se l’impianto teorico risulta discutibile e prevedibile, resta il versante strettamente formale, che invece conquista nonostante la presenza del sopravvalutato Geoffrey Rush. Kaufman sfoggia un occhio non banale e si inventa sequenze dal notevole impatto visionario (l’incipit, la trasmissione orale dell’opera di Sade, la follia necrofila di Coulmier). Insomma un film altalenante, che sfoggia un ottimo Joaquin Phoenix e induce a perdonare a Kaufman il precedente e pessimo Sol Levante.
(giona a. nazzaro)

Reservation Road

La vita della famiglia Learner viene sconvolta dalla morte del figlio di dieci anni, travolto da un fuoristrada pirata mente tutta la famiglia si era fermata in un’area di servizio. Combattendo contro un dolore lacerante, il padre cerca in tutti i modi di svelare l’identità dell’investitore e avere giustizia: qualcuno però vuole tenere la verità ben nascosta…

Two Lovers

New York. Leonard non sa se seguire il proprio destino e sposare Sandra, la donna che i suoi genitori hanno scelto per lui, o ribellarsi e ascoltare i sentimenti che prova per la sua nuova vicina di casa, la bella e volubile Michelle, di cui si è perdutamente innamorato. Combattuto tra ragione e istinto, dovrà compiere la scelta più difficile…

Hotel Rwanda

Quando una montagna di cadaveri colma l’abisso tra la banalità e il male, allora siamo di fronte a un genocidio. È accaduto con l’Olocausto, è accaduto in Rwanda. Lì, Paul Rusesabagina
(Don Cheadle)
dirige un hotel di lusso della catena Sabena, dove è maestro nel soddisfare i desideri della clientela internazionale e rabbonire con piccole regalie i potenti locali.

Nel Paese va montando la rabbia dell’etnia Hutu – cui Paul appartiene – contro i Tutsi, fomentata dalla radio RTML, una delle poche – e da quando cominceranno i massacri, l’unica – trasmessa in tutto il piccolo Paese centrafricano. Paul ha paura perché sua moglie Tatiana
(Sophie Okonedo)
è Tutsi, come altri membri della sua famiglia. Dopo una pace di facciata e l’assassinio del Presidente Habyarimana, scatta la ferocia. Dal 6 aprile 1994 al luglio dello stesso anno, quasi un milione di Tutsi e Hutu considerati collaborazionisti saranno massacrati, per lo più a colpi di machete, i loro corpi abbandonati per le strade di Kigali, lungo i sentieri che si addentrano nella foresta, gettati nei fiumi e nei pozzi, in balia degli animali.

La comunità internazionale, assolutamente impreparata a una tale carneficina, reagirà traendo in salvo i soli cittadini esteri e abbandonando al loro destino tutti gli altri. Il contingente delle Nazioni Unite, già presente nel Paese, sarà ridotto da 2500 a sole 270 unità. In questo inferno di odio cieco e insensato, il direttore dell’Hotel Diplomat e in seguito anche del Milles Collines, realizzato che nulla e nessuno potrà salvare il suo Paese dal macello, si prodiga per accogliere alla meglio quanti più profughi gli è possibile, senza distinguere tra Hutu e Tutsi, sfruttando fino in fondo tutte le risorse disponibili e ponendo a rischio la sua incolumità. In questo modo, al termine del genocidio, sarà riuscito a salvare, oltre alla propria famiglia, 1268 persone. Una goccia nel mare del genocidio, un tesoro di vita e speranza di inestimabile valore.

Quando la follia prevale, ci sono sempre uomini che coi loro gesti gettano piccoli e malcerti ponti di speranza sull’abisso d’odio sottostante. Il regista Terry George
(Nel nome del padre, the Boxer, Sotto corte marziale)
ha compreso subito che la storia di questo Schindler africano andava assolutamente raccontata. E l’ha fatto con tatto, quasi con discrezione, glissando sulle scene più crude ma riuscendo comunque a trasmettere il terrore non umano e il senso di impotenza che colse il mondo intero di fronte al deflagrare di tanta insensata violenza. Presentato a Berlino e candidato a tre Oscar – per le straordinarie interpretazioni di Don Cheadle e Sophie Okonedo e per la sceneggiatura –
Hotel Rwanda
racconta una storia che merita di essere mandata a memoria. Non ha forse la grandezza del racconto epico, ma è onesto sulle complicità e le indifferenze del mondo progredito e globalizzato, colto ancora una volta – ancora in Africa – con le sue mani bianche pulite e profumate, appena lavate dal sangue di un popolo che vive in un eden trasformato, da secoli di colonizzazione diretta e indiretta, in un inferno. Da vedere.

Sul genocidio in Rwanda, sulle sue cause storico-politiche e sul difficile percorso di ricostruzione, dei manufatti ma soprattutto delle coscienze, segnaliamo anche un paio di libri, tra i molti che sono stati pubblicati:
Una domenica in piscina a Kigali,
di Gil Courtemanche (Feltrinelli, 2005) e
Lo sguardo oltre le mille colline,
di Ivana Trevisani

(Baldini Castoldi Dalai editore
, 2004).
(enzo fragassi)

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del film.

Il gladiatore

Nel 180 d.C., la morte dell’imperatore Marc’Aurelio getta l’impero romano nel caos. Maximus, uno dei più capaci generali dell’impero, viene fatto schiavo, mentre Commodo, il figlio di Marc’Aurelio, sale al trono. Ribattezzato Narciso e costretto a diventare un gladiatore, Maximus è costretto a combattere a morte con altri uomini nel Colosseo per il divertimento del pubblico. Ma diventerà un leader del popolo che vuole rovesciare il tiranno… Il successo di fine stagione, dopo che l’anno scorso era toccato a
Matrix
. Dal cyberpunk buddista al ritorno dei sandaloni. Si peggiora. Con la storia del giusto in cerca di vendetta che arriva dritta dai feuilleton ottocenteschi, e una messa in scena in cui si sente sapore di spot e di riprese sportive (con gli stessi otturatori superveloci usati per le partite di basket o le gare di Formula 1), ma non di cinema. Roma antica risorge col digitale, ma con le scritte latine sbagliate e sospetti cupoloni. La sceneggiatura ha dei buchi pazzeschi (ma come fa il cattivo Commodo a non sapere che l’eroe aveva ucciso i sicari?). Eppure è piaciuto a tutti, vuoi perché c’è il bel Russell, vuoi perché lo spettatore d’oggi non ha mai visto
Ben Hur
o
Spartacus
. Peccato solo che i critici non abbiano fatto il loro mestiere, lieti di applaudire quello che passa il convento e timorosi di passare per snob. Ma
Il gladiatore
non vale molto più di altri capolavori del regista, come
L’Albatross
o
1492-La scoperta del Paradiso
.
(alberto pezzotta)