Coffee & Cigarettes

Undici cortometraggi girati a partire dal 1985. Seduti intorno a un tavolino, sorseggiando caffè o tè e fumando sigarette, gli stravaganti personaggi del film discutono, sono parole dello stesso Jarmusch, di «argomenti che spaziano dai ghiaccioli al caffè a Gianni e Pinotto, dai complotti sulla morte di Elvis all’esatta preparazione del tè inglese, dalle invenzioni di Nikola Tesla alla rock band immaginaria SQÜRL, dalla Parigi degli anni Venti all’uso della nicotina come insetticida…».
Roberto Benigni, Bill Murray, Steve Buscemi. E stelle del rock come Tom Waits, Iggy Pop e i White Stripes. Le premesse per fare del nuovo lavoro di Jim Jarmusch un film di culto c’erano tutte. Eppure il regista di Daunbailò ha allestito un’opera tanto caratterizzata dal punto di vista formale (la fotografia in bianco e nero di Frederick Elmes, Ellen Kuras, Tom Di Cillo e Robby Muller, quest’ultimo già all’opera proprio in Daunbailò) quanto carente da quello dei dialoghi. Un difetto non da poco per una pellicola interamente ambientata attorno a tavolini da caffè. L’elogio di nicotina e caffeina regge per un paio di episodi ma poi la noia si impadronisce dello spettatore fino alla penultima scena, la migliore del lotto, che vede un surreale Bill Murray chiacchierare amabilmente con GZA e RZA, due membri del gruppo hip hop dei Wu-Tang Clan. Poche, quasi nessuna, le battute da ricordare. Persino il divertente inglese maccheronico di Roberto Benigni viene «sprecato» a causa della decisione di doppiare l’audio originale. Cinque-dieci minuti di commedia ben riuscita non bastano a giustificare la visione integrale di un film che ne dura 96. (maurizio zoja)

Stranger Than Paradise – Più strano del paradiso

La semplice storia di un ragazzo qualunque, del suo migliore amico stupido e della cugina sedicenne arrivata in America dall’Ungheria. Una commedia on the road acclamata dalla critica che, alla peggio, è un po’ lenta; al meglio è originale, seducente ed estremamente divertente. Produzione indipendente sviluppata da un corto di 30 minuti. Sceneggiatura di Jarmusch, musica di Lurie.

Ghost Dog – Il codice del samurai

Ghost Dog è un killer di colore seguace dello zen, che abita in una capanna sul tetto di un palazzo abbandonato occupandosi dei suoi piccioni viaggiatori. Qualche anno prima il mafioso Louie gli aveva salvato la vita, e da allora Ghost Dog gli ha giurato eterna fedeltà; ma quando i rapporti con le «famiglie» si complicano non gli resta altro che affrontare a viso aperto i suoi nemici, pur consapevole che – com’è scritto nel destino di ogni samurai che si rispetti – la morte lo attende al varco, inesorabile… Dopo il capolavoro Dead Man , Jarmusch – pur adottando un tono apparentemente più leggero – si mantiene su temi di altissimo profilo e continua a toccare le radici americane. Se la precedente pellicola era polarizzata intorno alla contrapposizione «ebraico-cristiano vs. nativo», Ghost Dog è invece «neroamericano-buddista»: dopo un fantawestern metafisico, un gangster-samurai-movie urbano dai toni quasi da commedia. Ma la città di Jarmusch è luogo di fantasmi quanto lo era il suo West: gangster e mafiosi si muovono come atrettanti morti viventi, e già il titolo rimanda a quello del film precedente. La differenza è che mentre là si rimaneva attoniti, qui ci si può anche commuovere. Meno radicale del coevo Scorsese di Al di là della vita , nel quale anche i bambini sono ridotti a zombi, nella città ormai trasformata in inferno Jarmusch riconosce nell’infanzia e nella lunare stramberia di tipi curiosi – celati sotto le spoglie di gelatai ambulanti, oppure annidati in anfratti, recessi e terrazzi alla Fronte del porto – qualche remota possibilità di salvezza. (emiliano morreale)

Broken Flowers

Single convinto appena scaricato dalla sua ultima ragazza, Don (Bill Murray) riceve una misteriosa lettera rosa. Il mittente, anonimo, è una sua ex. La donna gli rivela l’esistenza di un figlio di 19 anni, da poco partito alla ricerca del padre mai conosciuto. Spinto dal suo vicino di casa, Don parte per un viaggio attraverso il Paese, intrapreso allo scopo di incontrare quattro sue ex-fiamme (Frances Conroy, Jessica Lange, Sharon Stone e Tilda Swinton), ognuna delle quali potrebbe essere la madre del figlio mai conosciuto.
Già interprete di un riuscito episodio dell’altrimenti deludente Coffee & Cigarettes, Bill Murray torna a lavorare con Jim Jarmusch nel nuovo film del regista statunitense, Gran Premio della Giuria all’ultimo Festival di Cannes. Il protagonista di Lost In Translation , qui più intenso e stralunato che mai, regge da solo l’intera pellicola in una sorta di one man show nel quale entrano ed escono i divertenti personaggi di contorno, alcuni dei quali interpretati da comprimari di lusso come Jessica Lange e Sharon Stone. Jarmusch racconta la solitudine di un uomo cinico e tenero, cui Murray conferisce espressioni efficacissime. Quel che manca è una sceneggiatura convincente: a volte si ha la sensazione che Jarmusch abbia preferito affidarsi a un ottimo attore e al proprio indubbio mestiere, rinunciando a raccontare una storia, evocando più che narrando. Dedicato a Jean Eustache, regista francese morto suicida nel 1981 la cui foto campeggia tuttora sul tavolo da lavoro di Jarmusch. Gran Premio della Giuria e nomination alla Palma d’Oro a Cannes. (maurizio zoja)

Blue in the Face

Pellicola confusionaria girata immediatamente dopo Smoke, contiene una serie di sketch (improvvisati da Wang e Auster insieme agli attori) ambientati dentro e nei dintorni del negozio di sigari gestito da Keitel. Alla disperata ricerca di una sceneggiatura degna di questo nome.

Taxisti di notte – Los Angeles New York Parigi Roma Helsinki

Cinque episodi ambientati in altrettante città: Los Angeles, New York, Parigi, Roma e Helsinki. Tra gli interpreti si distinguono Winona Ryder, nei panni di una tassista volgare ma simpatica che suscita l’interesse di una talent scout cinematografica, e Roberto Benigni, che con i resoconti delle sue avventure sessuali provoca l’infarto di un prete. Il maggior pregio del film è il suo cast, davvero eccezionale (sia per prestigio che per bravura). Il maggior difetto è probabilmente l’eccessiva lunghezza. Non tutti gli episodi, comunque, sono alla stessa altezza. (andrea tagliacozzo)

Daunbailò

Il terzo film di Jarmusch (anche sceneggiatore) è intrigante, divertente e leggero in ogni momento: uno sguardo su tre perdenti che finiscono insieme in carcere, e poi riescono a evadere. La vicenda acquista veramente vita quando entra in scena Benigni. Film dall’andamento pacato, fotografato in uno spettacolare bianco e nero da Robby Müller in Louisiana. I co-protagonisti Lurie e Waits hanno contribuito anche alla colonna sonora.