Arma letale 4

Ecco nuovamente glti strambi poliziotti, questa volta alle prese con un boss criminale cinese e con crisi familiari a proposito di gravidanza e matrimonio. Le aggiunte di questa puntata: Rock, un poliziotto eccessivamente zelante, e Li, un cattivo formidabile. Il cast è così adorabile e l’energia che sprigiona così contagiosa che gli autori si fanno perdonare il peggio: una storia troppo lunga e incoerente, disseminata di sequenze sovraccariche d’azione. I fan della serie non rimarranno delusi; gli altri non c’è bisogno che si disturbino. Richard Libertini appare non accreditato. Panavision.

Rogue – Il solitario

L’agente dell’ FBI Jack Crawford fa coppia fissa con il collega asiatico John Lone. Quest’ultimo, però, viene ucciso insieme con la sua famiglia da uno spietato e misterioso killer, detto Rogue il solitario. Jack comincia una caccia senza tregua all’assassino del suo amico, ma Rogue compare solo te anni dopo nel bel mezzo di una sanguinosa guerra di mafia tra i due boss Chang e Shiro. Quando si troverà faccia a faccia con il nemico, Crawford vedrà che niente è come sembra.

The one

Chiassoso e impacciato “action” d’arti marziali simile a un videogame. Jet Li fa la parte di un cattivo che imperversa ovunque in un universo parallelo, uccidendo i suoi alter ego e assorbendo la loro energia: il suo ultimo antagonista rimasto è un tranquillo avvocato di Los Angeles. Il momento clou della resa dei conti è fin troppo prevedibile. Super 35.

Amici x la morte

Un branco di cattivi e i loro rivali quasi altrettanto malvagi sono impegnati nel recupero di alcuni diamanti neri, molto ambiti per il fatto di avere la forma di caramelle extralarge. Purtroppo la maggior parte degli attori sembra essere perlopiù attenta ai dati demografici del proprio pubblico, estremamente variegato. La Union è presente per quei profili demografici che amano vedere donne semi-nude, ma anche questi voyeur potrebbero avere qualche problema con una sceneggiatura su diamanti con potenzialità nucleari. Il colletto di DMX dà l’impressione di poter ricevere partite di baseball non professionistiche da Radio Havana… 

Hero

Col marchio consolidante di Tarantino e un successo quasi planetario (in Cina e negli Stati Uniti è stato record d’incassi), questo film è stato salutato con molti elogi anche in Italia da una critica, salvo eccezioni, facile all’entusiasmo, che ormai raggiunge vertici francesi, dove ogni fregnaccia è «absolutement a voir» (e qui invece «imperdibile»).
Ebbene, per me, anche nel ricordo del grande Zhang Yimou di una volta, Hero è di una soporifera inconsistenza, un guscio vuoto coloratissimo, un’abile mescolanza del video-cinema americano d’azione con Kurosawa e molto Bruce Lee. A parte, naturalmente, La tigre e il dragone di Ang Lee, di cui sembra la brutta riproposte di genere. Ma quanto era più vario e divertente e poetico il film di Ang Lee! La storia, epico-storica, racconta (si fa per dire) del primo imperatore della Cina, colui che costruì la famosa muraglia, dopo aver unificato con guerre continue vari territori indipendenti in lotta fra loro. Contro di lui, tre giovani eroi, due uomini e una donna, esperti in arti marziali, cercano di ucciderlo fingendosi in realtà rivali, in modo che almeno uno di loro possa raggiungere la sua impenetrabile fortezza. Nessuno può avvicinarlo, se non a venti passi di distanza. La realtà viene raccontata attraverso varie versioni dei fatti, come in Rashomon di Kurosawa e attraverso interminabili duelli, durante cui i protagonisti volano, fanno capriole, uccidono innocenti passanti e dicono enormi cretinerie sul rapporto tra calligrafia e arti marziali, che il pubblico si beve attonito perché pensa si tratti di profondo pensiero taoista.
Ci sono, effettivamente, momenti di vero cinema, affascinanti sequenze di un talento visivo eccezionale, già mostrato in Sorgo rosso e Lanterne rosse. Ma siccome i tre «spadatori» nonché serial-killer, sono dei ciglioni patentati, e le loro motivazioni ci sembrano ebefreniche, non riescono a comunicare un minimo di emozione, di partecipazione a una vicenda di cui oltretutto noi occidentali sappiamo poco. Gli unici palpiti emotivi che risvegliano da repentini colpi di sonno sono il fascino cromatico e l’abilità stilistica di un regista che ben diversamente ci ha stupiti in passato. Ho l’impressione che questo film segua paradigmaticamente l’occidentalizzazione economica della Cina e che Yimou, da regista censuratissimo, sia diventato autore di regime. Ma non è per questo che ho trovato noioso il suo film, bensì perché costruito a freddo. Soprattutto se confrontato, restando nel campo del cinema epico-storico, con il lavoro di registi ben più emozionanti, epici e profondi come Kurosawa e l’Olmi de Il mestiere delle armi. (piero gelli)

Danny The Dog

Danny (Jet Li) è un maestro di arti marziali, una vera e propria macchina da guerra capace di uccidere un uomo con un solo colpo. Allo stesso tempo è però meno che un uomo: allevato dal crudele gangster Bart (Bob Hoskins), fin dall’età di quattro anni non ha conosciuto altro linguaggio che quello della violenza e non è altro che un cane, il cane di Bart. Danny porta infatti un collare, non parla quasi mai ed è totalmente asservito al suo padre-padrone, che lo usa come arma contro i suoi nemici. La sorte porta però lo porta a sfuggire al suo carceriere e a incontrare Sam (Morgan Freeman), un cieco che si guadagna da vivere accordando pianoforti. L’affetto dell’uomo e della sua figlia adottiva, Victoria (Kerry Condon), aiuterà Danny a riappropriarsi della sua umanità. Ma Bart, naturalmente, vuole riappropriarsi del suo «cane»…

Danny The Dog
è l’opera seconda del giovane regista Louis Leterrier (dopo il misconosciuto
Le Transporteur
), già assistente del suo connazionale Luc Besson, che firma la sceneggiatura. Si tratta di un film godibile e divertente, che unisce i toni della commedia a quelli del più classico
action movie
, senza compromessi e con ottimi risultati.
La sceneggiatura di Besson è infatti piena di tocchi di classe e strapperà più di un sorriso agli spettatori stemperando con una robusta dose di ironia anche i momenti maggiormente carichi di tensione, perfino durante il
climax
dello scontro finale con i «cattivi».

Contemporaneamente, la presenza di Jet Li (uno dei più grandi esperti di arti marziali al mondo) assicura scene di combattimento altamente spettacolari. Il maestro e campione di
wushu
ha seguito le orme di Bruce Lee sin dai primi anni Ottanta, e nell’ultimo decennio la sua fama si è estesa anche all’Occidente. Ultimamente abbiamo potuto apprezzarlo nel ruolo di protagonista dello splendido (almeno dal punto di vista estetico)

Hero
di Zhang Yimou. Il ruolo di Danny, tanto di poche parole da sfiorare quasi l’autismo, sembra tagliato su misura per lui, che certo non possiede un grandissimo spessore dal punto di vista della recitazione.

Il film si avvale di un cast ottimamente assortito, in cui spiccano il balordo da operetta Bob Hoskins e Morgan Freeman, che interpreta un ruolo di «saggio anziano nero» piuttosto simile, in fondo, a quello grazie al quale ha conquistato l’Oscar per

Million Dollar Baby;
la differenza sta nel fatto che nel film di Clint Eastwood era cieco solo a metà… Menzione d’onore, infine, per la colonna sonora dei Massive Attack, inglesi di Bristol protagonisti dell’ondata
trip hop
che ha caratterizzato la musica elettronica nella seconda metà degli anni Novanta, alla loro prima esperienza in ambito cinematografico.
(michele serra)

Fearless

La storia di Huo Yuan Jia, il più famoso combattente cinese del XX secolo, considerato l’incarnazione stessa delle arti marziali. Nonostante il padre lottatore non voglia che il figlio segua la stessa strada, Huo Yuan Jia si allena duramente e da timido ragazzino diventa un lottatore sicuro di sé. Fino al giorno in cui uccide accidentalmente un maestro durante un incontro. L’evento ha conseguenze tragiche per la sua famiglia e Huo comincia a vagare per la Cina. Migliorerà le proprie tecniche di lotta e scoprirà che la vera essenza delle arti marziali non risiede nella violenza, sviluppando una nuova, elegante tecnica di combattimento. La sua abilità verrà messa alla prova nel corso di uno spettacolare incontro.

Romeo deve morire

Un carcerato a Hong Kong evade per andare in soccorso del fratello che, negli StatiUniti, si trova in mezzo a una guerra di bande nere e cinesi… Il produttore Joel Silver sta hongkonghesizzando il cinema americano. Dopo Arma letale 4 concede a Jet Li una parte da buono, e assolda Corey Yuen/Yuen Kwai per coreografarlo. Ma le arti marziali cinesi finiscono annegate in un B-movie scadente, buono per un pubblico di periferia e di bocca buona. Lotte tra gang trucide, comici caciaroni, ma anche balletti di bambini, un’eroina casta e pura, e un babbo gangster pentito. E una storia che si ferma molto prima che diventi Romeo e Giulietta . Meglio così, forse. Fatto sta che Jet Li, evidentemente a disagio coi dialoghi inglesi, non si vede neanche per metà film. Ed è l’unica cosa da vedere, anche se quasi tutti i duelli sono ripresi da film hongkonghesi, e il montatore americano non ha capito bene come assemblare i pezzi. Forse per chi non ha mai visto Jet Li può essere una rivelazione. Ma lo stimato direttore della fotografia Bartkowiak si dovrebbe vergognare di avere firmato un film così. (alberto pezzotta)