La sicurezza degli oggetti

Jim, che ha vissuto finora solo per il suo lavoro, sgattaiola fuori di casa, quando la moglie è ancora a letto e i bambini litigano in cucina. Esther va a fare la spesa prima di prendersi cura del figlio, in coma dopo un incidente. Annette, lasciata dal marito con due figlie, litiga con la primogenita perché non può mandarla al campeggio. Ed Helen prepara la colazione a figli e marito, anche se quella vita le va stretta. Quattro famiglie, nella tipica provincia americana. La villetta con garage, il giardino (e il giardiniere), il tagliaerba, la piscina, la lavastoviglieultimomodello, i litigi con i figli, la Barbie (una trovata mirabile l’innamoramento del ragazzino per la bambola), le crisi matrimoniali, il centro commerciale, il dramma di un ragazzo sfortunato… La solita vita. Una vita normale. Quattro famiglie, attaccate alle loro cose, alla loro casetta, al lavoro, alla routine, alla sicurezza della quotidianità. Una sicurezza mandata in frantumi quando quell’incidente distrugge la vita di Paul e della sua famiglia. Ma non solo la loro…

Un bel film questo
La sicurezza degli oggetti.
Nel filone iniziato da Altman con le piccole storie incrociate di
America oggi.
E poi rivisto un po’ in
American Beauty
un po’ in
Magnolia.
Protagonista, qui, la normalità di medie famiglie americane nella media provincia statunitense. Dove la vita è scandita però da una routine che trasmette più angoscia che sicurezza, più oppressione che tranquillità, nonostante l’ironia e il sarcasmo che non mancano. Qui si intersecano le più o meno tranquille esistenze di quattro nuclei familiari uniti non solo dal fatto di essere vicini di casa ma anche da quell’incidente. Efficace l’intrecciarsi delle quattro storie solo apparentemente slegate. E bravissimi gli attori, primi fra tutti Glenn Close e Dermot Mulroney. Ma, se uscendo dal cinema avete un grosso peso sullo stomaco, non siete i soli.
(d.c.)

Election

All’apparenza
Election
è uno dei tanti film americani sui college e sugli intrighi tardo-adolescenziali, leggero e dozzinale. L’opera seconda di Alexander Payne è in realtà un film abbastanza feroce e piacevolmente intelligente, che si riallaccia a una tradizione collaudata del cinema indipendente degli anni Settanta in cui anche commedie ambientate tra i banchi di scuola come
Rock’n’Roll High School
(per non parlare di
Animal House
) potevano veicolare contenuti polemici e per nulla edulcorati. Tutta la vicenda ruota attorno alle imminenti elezioni al George Washington Carver High, in cui la bionda Tracy Flick, ragazza insopportabile e arrivista, si prepara a trionfare. A cercare di impedirglielo maldestramente sarà Jim McAllister (Matthew Broderick), insegnante pacato e onesto dalla vita privata abbastanza incasinata. Sarà infatti lui a dar man forte, ricorrendo anche a mezzi sleali, a un candidato maschile, l’allampanato e innocente Paul Metzler. Dietro questo ritratto corale di sentimenti e ripicche si cela una disamina sconsolata sull’America dei «primi della classe», pronti a tutto pur di emergere e che, a partire dalle circostanze più insospettabili e acerbe, iniziano la loro carriera di mascalzoni. Morale della favola: i malvagi cominciano il loro apprendistato già da ragazzi, vantando una vocazione precoce e un sistema di coperture familiari che fungono da cattivo esempio vincente. Perché in
Election
vincono i peggiori, irrimediabilmente legati a un ruolo che una società altrettanto ingiusta e corrotta non può fare a meno di incoraggiare, garantire e tutelare. E l’eroe della storia, sconfitto dalla ragazza piena di sé e già pronta a frequentare le persone che contano, resta questo insegnante senza qualità, zavorrato da una proverbiale sfiga che lo rende ancora più umano e determinato.
(anton giulio mancino)