La mia vita a Garden State

Lontano da oltre un decennio dal suo paese natale, Andrew Largeman (Zach Braff), giovane abulico e narcotizzato dalla vita, torna a Garden State per il funerale della madre. Nell’arco di pochi giorni farà i conti con il padre, il passato e una manciata di inattesi bivi esistenziali.
Un film che parla di mondi: quello grande e illeggibile dell’esistenza umana, quelli dei luoghi come l’asfittica Garden State e quelli complessi, affascinanti e spesso incomunicanti di ciascun individuo. Un film di relazioni, che racconta quanto è frustrante o alienante per l’uomo essere inevitabilmente un animale sociale. Ciascuno si muove a modo suo, navigando a vista fra branchi di persone che non si toccano. Ogni tanto, imprevisti, ecco gli squarci nell’insensatezza, che si offrono sotto forma di persone che di colpo si riconoscono senza quasi la necessità di parlare. Nel frattempo il mondo intorno gioca con noi: incomprensibile in sé, a volte ironico, a volte triste. Ma sempre surreale, animato, in movimento.
Zach Braff scrive, dirige e interpreta la sua opera prima con la spavalderia dell’esordiente ambizioso e convinto di sé. Lo abbiamo lasciato medico ai primi ferri nella serie demenzial-esistenziale Scrubs, trasmessa da Mtv, e lo ritroviamo regista alle prime riprese su un set tutto suo. E non c’è che dire: vista la complessità di un esordio tutto sulle sue spalle e le pretese delle tematiche, Braff si muove spigliato e con discreto senso della misura.
Un film che non si lascia racchiudere in una formula: non è banalmente commerciale, non è soltanto surreale, non è noiosamente sofisticato. Ha qualcosa di tutti questi elementi, è un ibrido piuttosto originale e, in prospettiva, promettente. La proiezione inizia in modo intrigante e spiazzante fra aerei che sembrano precipitare e rubinetti che si azionano da soli. E si comincia da subito a oscillare fra sorrisi di cuore, ghigni a denti stretti e venature malinconiche: le atmosfere prendono possesso dello stomaco e giocano con lo spettatore per le due ore successive. Succede se si hanno occhi per guardare un film in cui la surrealtà è la normalità, esattamente nello stesso modo in cui la vita appare a molte persone. In verità c’è di che attingere anche per coloro che sulla vita e sul cinema hanno uno sguardo meno vago e sognante, visto che il racconto tocca temi esistenziali comuni, ha ritmo, è curioso. Solo, non è lo spirito migliore per cogliere ciò che il film, in profondità, cerca di dire.
Qua e là, soprattutto con lo scorrere della pellicola, Braff si ricorda della sua militanza a Mtv e scivola su alcune banalità nei dialoghi o su qualche ingenuità sentimentale. La sua recitazione è credibile e calzante, ma ancora acerba. Natalie Portman e Ian Holm sono buoni co-protagonisti, pur senza eccellere. Ma il film ha un’anima dall’inizio alla fine, emana calore, diverte, impegna. L’ossatura della trama – il ritorno in un luogo del passato, la ricerca interiore, la scoperta dell’amore – non è originalissima, ma lo stile e la visione del mondo che lo determina mostrano freschezza, partecipazione, voglia di rischiare. E in giro si trovano disseminate diverse piccole perle che compensano ampiamente qualche scivolone. Immagini, dialoghi, scene intrise di un senso non banale e di un’atmosfera straniante e poetica.
Una di quelle pellicole in cui lo stile e le unità narrative minime risaltano e brillano di luce propria, facendo passare in secondo piano le piccole furbizie (qualche «mossetta» registica, la colonna sonora ammiccante ma coerente) e qualche eccesso di tono. Un applauso non solo d’incoraggiamento per chi ha cercato nel 2004, da esordiente, di rileggere Il laureato . Cercando di raccontare con passione e suggestione una visione della vita non semplice da comunicare. Un tentativo che si gode e può lasciare traccia, confezionato con una stoffa grezza eppure morbida da un giovane sarto cui, meglio delle cuciture, riescono i ricami. (stefano plateo)