Un amore a 5 stelle

Marisa Ventura (Jennifer Lopez) è una ragazza madre, fa la cameriera in un grande albergo di Manhattan, il Beresford Hotel, vive nel Bronx e sogna una vita migliore. Sua madre, invece, le tarpa le ali continuamente, smontando ogni suo entusiasmo. Un giorno, per gioco, si imbatte in un astro nascente della politica, Christopher Marshall (Ralph Fiennes), che la crede una ricca cliente dell’albergo. Marisa inizia a sognare il suo principe azzurro, ma l’equivoco a poco a poco viene risolto e la sua vera identità salta fuori. La favola sembra infrangersi contro la dura realtà, ma un giorno…
Un amore a 5 stelle
è esattamente come uno se lo immagina. Una commedia romantica a New York, una
Cenerentola
del terzo millennio, un film visto e stravisto. Nessuna trovata originale, niente per differenziare questo film dai centinaia che l’anno preceduto nella storia del cinema. Un altro esempio della stanchezza creativa dell’industria cinematografica statunitense. Purtroppo non basta la sola presenza di Jennifer Lopez per risollevare le sorti di una pellicola scritta in maniera sciatta e di una prevedibilità disarmante. Anche la regia, il montaggio, le musiche e i costumi non riescono a dare un tocco in più, girando a un ritmo assolutamente normale e non proprio irresistibile. Dedicato a chi si commuove tutte le volte guardando
Pretty Woman.
Da evitare.
(andrea amato)

Prima o poi mi sposo

Mary è un’organizzatrice di matrimoni. La sua carriera dipende dall’acquisizione del contratto di Fran Donolly, rampolla di una ricchissima famiglia di San Francisco. Per sua sfortuna, Mary si innamora proprio di Steve, il promesso sposo di Fran. Sulla carta il film non è tra i più detestabili. La riattualizzazione della commedia sofisticata hollywoodiana non è in sé un crimine gravissimo: i problemi sorgono quando il regista di turno, evidentemente ignaro del fatto che il pubblico di questo tipo di pellicole conosce a menadito tutte le possibili varianti di sceneggiatura, invece di lavorare di ritmo e sintesi – sforbiciando i dialoghi e lasciando in piedi solo le battute più spiritose e fulminanti – illanguidisce il tutto, spargendo melassa a piene mani (dimenticandosi che questa è già compresa nel prezzo) e permettendo così l’affiorare del déjà vù. Ma quest’aria di «familiarità», invece di procurare piacere, finisce per annoiare e – inevitabilmente – per farti sentire pure un po’ cretino. Peccato, perché Jennifer Lopez è sempre brava come ai tempi di
Blood & Wine
, quando si faceva smanacciare i magnifici glutei da Jack Nicholson. Per quanto spiritosa e malinconica, la prode Jennifer non riesce comunque a reggere sulle proprie spalle le sorti di un film che sconta caratterizzazioni razziste (il pessimo Justin Chambers), il sempre inetto McConaughey e tutti i luoghi comuni del caso. L’unica ideuzza giunge nel finale, ma a quel punto la bandiera bianca sventola già da un pezzo.
(giona a. nazzaro)

Quel mostro di suocera

Charlotte incontra dopo una lunga ricerca l’uomo dei suoi sogni, Kevin. Conosce anche la madre Viola che si rivela una donna insopportabile e pericolosa. Viola ha il timore di perdere suo figlio ed è determinata a terrorizzare la nuova fidanzata trasformandosi nella peggiore delle suocere. Charlie dal canto suo decide di agire ma non riesce a sbrogliare la situazione che al contrario vedrà scontrarsi senza esclusione di colpi le due.

Jack

Un bambino nato prematuro, ma completamente sviluppato, invecchia a un ritmo quattro volte più veloce del normale. A dieci anni, con le caratteristiche fisiche di un uomo di quaranta, lascia la casa dove aveva vissuto per andare a scuola ed entrare in contatto con altri ragazzi della sua età per la prima volta nella vita. Williams è la scelta perfetta per il ruolo di questo uomo-bambino, ma la sceneggiatura non porta da nessuna parte. Esageratamente lungo, troppo adulto per i bambini e troppo ridondante per gli adulti; destinato a non soddisfare nessuno.

Piacere, sono un po’ incinta

Dopo anni di ricerca del principe azzurro, Zoe (Jennifer Lopez) ha deciso che l’attesa sta diventando troppo lunga e determinata a diventare madre, prende un appuntamento per l’inseminazione artificiale. Proprio in quel giorno, però, incontra Stan (Alex O’Loughlin) – che potrebbe rivelarsi la persona giusta.

Nel tentativo di portare avanti questo rapporto in erba, nascondendo i primi segni della gravidanza, la situazione si trasforma per Zoe in una commedia degli errori, che mette in confusione Stan. Quando Zoe, in preda all’agitazione, rivela le reali motivazioni dei suoi comportamenti imprevedibili, Stan inizia a pensare al suo insolito futuro e alla fine si dice che è ormai a bordo. Mai prima d’ora si è visto in amore un corteggiamento in cui una selvaggia notte di sesso conivolga tre in un solo letto – Stan, Zoe e l’onnipresente cuscino per la gravidanza. Ma il vero test arriva quando entrambi realizzano di non conoscersi affatto, se non durante le tempeste ormonali e i preparativi per la nascita e, con la scadenza dei nove mesi che incombe, i due iniziano a riflettere e a frenare gli entusiasmi. Chiunque può innamorarsi, sposarsi e avere un bambino, ma procedere all’inverso potrebbe essere la prova che effettevamente siano fatti l’uno per l’altra.

Via dall’incubo

Una ragazza, Slim, dal passato difficile, fa la cameriera in una tavola calda a Los Angeles. Un giorno incontra l’uomo della sua vita, Mitch, in maniera fortuita. Si sposano, comprano una casa bellissima, fanno una bambina, Gracie. Tutto sembra perfetto, la felicità sembra fare parte della vita di quella famiglia. Una sera, dopo otto anni, in maniera incidentale, Slim scopre l’amante del marito, che cambia subito atteggiamento. Da premuroso e affettuoso che era, diventa arrogante, violento e prepotente. Dopo mesi di violenze e soprusi, Slim prende la bambina e scappa, inseguita dal marito e dai suoi scagnozzi. La caccia dura per molto tempo, fino a quando la donna si stanca di scappare e inizia a rincorrere. Detto così potrebbe anche sembrare un film interessante, nonostante la poca originalità della trama. Invece si tratta di una delle peggiori pellicole dell’anno, interpretata da una delle peggiori attrici dell’anno. Non si capisce come si possa pensare di buttare via soldi per produrre film del genere, o forse si spera che la presenza di una star come Jennifer Lopez possa fare da traino. Non c’è un’idea originale, tante citazioni maldestre e goffe e anche nei momenti più drammatici la gente non può fare a meno di ridere per il grottesco in cinemascope. Con tutto quello che c’è nelle sale, questo è proprio un film da evitare. (andrea amato)

Amore estremo

Larry Gigli è un piccolo criminale senza troppe pretese. Un giorno il suo boss gli affida un lavoro da poco: rapire il fratello di un giudice che sta per processare un capomafia locale. La vittima prescelta è il povero Brian, un ragazzo con problemi mentali la cui unica colpa è quella di avere per fratello un severo e temuto procuratore distrettuale. Affinché il compito sia svolto nel migliore dei modi, a Gigli viene affiancata la bellissima Ricki, uno dei killer più spietati e violenti in circolazione. Le premesse per un storia d’amore molto particolare ci sono tutte…
Martin Brest (Beverly Hills Cop, Scent Of A Woman, Vi presento Joe Black) è tornato a girare un film d’azione ma Gigli, ribattezzato in Italia con l’improbabile titolo di Amore estremo, ha deluso in patria al botteghino e si appresta a fare lo stesso con il pubblico europeo. Per colpa di una trama improbabile, di una sceneggiatura poco convincente e di premesse iniziali troppo prevedibili. Cosa c’è di nuovo nelle avventure/disavventure del piccolo delinquente dall’animo sensibile che riesce a far innamorare la bella di turno? La scelta dei due interpreti poteva essere l’unico motivo di interesse ma la coppia, non solo artistica, formata da Jennifer Lopez e Ben Affleck rappresenta il principale fattore di delusione. J. Lo è sottotono e non riesce a essere divertente nelle vesti dell’affascinante quanto improbabile killer, mentre il fidanzato ha serie difficoltà a caratterizzare il suo personaggio. Particolare non indifferente, visto che è proprio intorno a lui che dovrebbe ruotare l’intera vicenda. Allo scorrere dei titoli di coda, vista la pubblicità e il clamore scatenati da questo nuovo prodotto hollywoodiano, la domanda sorge spontanea: era necessario fare tanto rumore per nulla? (emilia de bartolomeis)

The Cell

Chi è Tarsem? Regista indiano. Regista di cosa? La risposta si impone da sé. Uno che gira un film come
The Cell
non può che essere un pubblicitario o un regista di videoclip musicali. Da cosa lo si deduce? Caratteristica comune a tutti i fedeli alla linea Mtv che provano a fare un film è la totale mancanza di un’idea di cinema che non sia pura e semplice rappresentazione dell’immagine in sé. Qui l’esercizio di stile è portato agli estremi, approfittando di un canovaccio che supporta qualsiasi invenzione visiva: il film inscena l’esplorazione dell’inconscio di un serial killer da parte di una fantasmagorica Jennifer Lopez nei panni di un’improbabile cyber-psicologa. Sembra a tutti gli effetti un’operazione studiata al tavolino, perché Tarsem deprime – forse volutamente – tutte le possibilità che un film del genere poteva assicurargli, concentrandosi unicamente sull’esposizione di estetiche di fine millennio. Più che un film, sembra il clip pubblicitario della collezione di alta moda di un futuro stilista schizofrenico. Lopez sfila su passerelle virtuali, mettendo in mostra la sua statuaria eleganza e niente più. E il cinema sta a guardare.
(dario zonta)

Shall We Dance?

Che cosa spinge un avvocato di mezza età, un professionista di successo, con una moglie che ama, due figli adolescenti che non gli danno preoccupazioni, un bell’appartamento nel centro di Chicago e una villa in campagna, a cercare altrove una ragione di vita? La noia? Il tedio di una serenità troppo raggiunta e quindi dai processi iterativi? Tutto nasce per caso quando, rientrando con la sopraelevata a casa, la sera, nota un palazzone tra il liberty e il tudor, fatisciente e vagamente sinistro. Chicago ne è piena. Ma al secondo piano del palazzo, al di là di un’insegna che indica una scuola di danza, l’avvocato (Richard Gere) vede dietro il vetro della finestra una bellissima ragazza latina dallo sguardo triste.
Ecco, incomincia così il film, con l’ennesima riproposta della donna del mistero, che dalla narrativa romantica arriva al grande cinema degli anni Quaranta e Cinquanta. Attratto da quella misteriosa figura l’avvocato si iscrive a un corso di ballo per principianti, imparerà il walzer, la rumba, la beguine, il cha-cha-cha con crescente passione, si affezionerà ai nuovi coloriti amici, tra cui anche un collega di ufficio allontanandosi sempre più dalla famiglia.
La moglie (Susan Sarandon) si accorge ben presto dei sospetti mutamenti del coniuge: torna a casa sempre più tardi e accampa scuse, le sue camicie hanno strani profumi. Ricorre a un investigatore che le dice la verità: l’uomo non la tradisce, neppure con la bellissima ballerina latina (una stupenda Jennifer Lopez), frequenta solo una scuola di ballo. La sorpresa non è meno amara: perché il marito ha sentito il bisogno di quel diversivo, di tenerne all’oscuro lei e i figli? Che cosa non funziona nel loro menage? Mi fermo, non racconto oltre, ché la fine è scontata, trattandosi di una commedia. Ma rileggendo quanto sopra, mi accorgo di aver parlato di un altro film, pur raccontando esattamente questo. Ed è un merito in più della regia, dietro parametri di genere così collaudati e citati: quello di partire con atmosfere torbide, vagamente alla Tennessee Williams, con tutta la sua galleria di perdenti. La scuola di ballo è al limite del fallimento, è un ricettacolo di casi patologici, la direttrice e proprietaria è un’anziana ballerina, al limite dell’alcolismo, la clientela è scarsa. L’avvocato ha come compagni di corso un giovane macho, che poi si rivelerà gay, e un ragazzone nero, grasso e sudoroso. Altrettanto pittoresche sono le insegnanti di corso, a parte la bella ispanica che se ne sta misteriosamente da parte e non dà confidenze. Su questa base commista di esotico e patetico, ma cambiando immediatamente registro, il film si muove con estrema grazia e levità, quella levità che viene da lontano, dalle commedie di Lubitsch, Hawks, Minelli, con il loro perfetto artigianato, grazie anche all’aiuto di una divertente e allegrissima colonna musicale in cui risuonano ritmi e canzoni ben note.
Così, il poco significativo regista Peter Chelsom – ricordo tuttavia Il commediante (1994) con Jerry Lewis e una curiosa commedia, Serendipity (2001) – fornito di una sceneggiatura calibratissima, riesce a disegnare felicemente tutta una serie di caratteri, di personaggi azzeccatissimi per rilievo psicologico ed esplosiva comicità, che costituiscono la forza del film, e nello stesso tempo a contenere entro limiti accettabili il melenso sentimentalismo della storia portante. Insomma, ci si diverte, grazie anche a tutti gli interpreti, davvero straordinari. Perfino – ed è una sorpresa – il maturato Richard Gere, qui in un ruolo che in altri tempi Gary Grant ha magnificamente variato. (piero gelli)

Out of Sight

Jack Foley (George Clooney) ha messo a segno più di duecento rapine in banca, non ha mai usato armi ed è finito in galera solo tre volte. Sta rapinando l’ennesimo sportello, ma quando sta per scappare (con molta calma) l’auto non parte. Finisce in prigione a Miami. Evade. Guarda caso proprio all’uscita della buca scavata sotto il penitenziario c’è l’agente dell’Fbi Karen Sisco che spara agli evasi. Lui se la cava e Buddy, il suo complice, nasconde evaso e sceriffa nel bagagliaio dell’auto. Sono stretti stretti, ma parlano di cinema. Si piacciono, è evidente. Anzi, lei lo sognerà in atteggiamenti romantici. Ma Jack va per la sua strada, anche perché quando era carcerato aveva pensato a un grosso colpo a Detroit. Con Buddy, tenta la grossa rapina a un pezzo grosso finito a sua volta in prigione per insider trading, ma con diamanti grezzi per milioni di dollari nella vasca dei pesci di casa. Ci provano. Intanto la bella Jennifer, detective con mini tubino e spacco, è sulle loro tracce. E sarà proprio lei a catturare il bel Jack. Ma forse una prossima evasione…
Un poliziesco rosa dalla trama un po’ complicata, con molte assurdità (flash-back, scene immaginate…), che si regge soprattutto sui due bellissimi di Hollywood: George Clooney (che Soderbergh dirigerà nel 2001 in
Ocean’s Eleven
) e la cantante-attrice Jennifer Lopez. Qualche risata, per una trama un po’ troppo scontata (soprattutto per la parte romantica) fin dall’inizio. Per il regista, la rinascita dopo
Sesso, bugie e videotape
del 1989. Ruoli cameo di Michael Keaton e Samuel L. Jackson.