In the Cut

Una giovane insegnante, Frannie, ha appuntamento in un bar con un suo studente, va alla toilette e assiste a una scena di sesso orale tra un uomo con un tatuaggio sul polso e una donna bionda. La donna sarà fatta a pezzi dall’assassino, presumibilmente l’uomo col tatuaggio. Qualche giorno più tardi il detective Malloy va a casa di Frennie per indagare sull’omicidio. I due finiranno a letto, tra un susseguirsi di omicidi, di sospetti, di paure…
In breve, ecco la trama del giallo psicologico (così dicono) firmato niente meno che Jane Campion (Lezioni di piano) con un lancio pubblicitario senza precedenti visto che in questo film per la prima volta Meg Ryan appare senza veli e soprattutto in situazioni di sesso (e violenza) spinti. Come non si era mai vista prima. E, vorremmo aggiungere, per fortuna. Anche il protagonista maschile, Mark Ruffolo, era stato annunciato come il nuovo sex symbol del cinema, in realtà sembra un Burt Reynolds appesantito… Un giallo psicologico, dunque, che non ha moltissimo del giallo (si azzecca il colpevole dopo poco, per esclusione…) né moltissimo di psicologico: lei è l’intellettuale, lui un uomo un po’ rozzo che non si sente alla sua altezza… Con sceneggiatura banalotta e prevedibile. E poi c’è una New York improbabile, notturna, falsamente torbida, zeppa di personaggi al limite del credibile. C’è l’ex fidanzato pazzo, la sorella un po’ incasinata, lo studente nero che non sa esattamente che cosa vuole dalla professoressa… Con un inutile spreco di sangue e di macabri particolari che non aggiungono niente al (presunto) giallo. Certo che l’inizio prometteva ben altro con le note di Che serà serà (ben altro giallo…) ad accompagnare due personaggi usciti dal passato che pattinano sul ghiaccio. (d.c.i)

Era mio padre

Siamo nell’Illinois nel 1931, la zona è controllata dal gangster irlandese John Rooney (Paul Newman) e dai suoi luogotenenti: il figlio Connor (Daniel Craig) e da Michael Sullivan (Tom Hanks), killer spietato e padre irreprensibile. Condor è geloso di Sullivan e così cerca di incastrarlo. Nell’agguato muoiono la moglie e uno dei figli di Sullivan, il quale, braccato, cerca di vendicarsi. Inizia così il viaggio tra Chicago e Perdition di Michael Sullivan e del figlio sopravvissuto di dodici anni. Padre e figlio, nella tragedia, si uniscono molto e imparano a conoscersi. Michael non vuole che il figlio segua le orme del padre, ma nello stato di emergenza in cui è non può fare a meno di coinvolgerlo in rapine e omicidi. L’onore tra uomini, l’amore famigliare e la paura sono i temi principali di
Era mio padre,
pellicola lanciata in pompa magna (probabile candidata all’Oscar), ma che risulta un po’ freddina nella sua perfezione. In alcuni momenti la sceneggiatura si spreca in banalità e luoghi comuni disarmanti. Ottima invece la realizzazione, dalle scenografie alla fotografia, dal montaggio alla recitazione. D’altra parte con due mostri sacri come Paul Newman e Tom Hanks non ci si poteva certo aspettare qualcosa di diverso. Certamente non da bocciare, ma neanche da promuovere a pieni voti.
(andrea amato)

L’amore e il sangue

Chiassosa avventura ambientata nel XVI secolo: la Leigh è la promessa sposa del giovane principe Burlinson, ma cade nelle grinfie di Hauer e della sua variopinta banda di guerrieri. Grandi dosi di amore e sangue (appunto…), ma è tutto piuttosto sgradevole e disgustoso. Verhoeven (al suo primo impegno americano) in quanto ad audacia non è secondo a nessuno. Conosciuto anche con il titolo The Rose and the Sword. Technovision.

The hitcher – La lunga strada della paura

Un giovane deve portare un’auto dalla California al Texas. Lungo la strada dà un passaggio a un uomo dall’aria ambigua. Questi non tarda a rivelarsi: è un sadico omicida e ha intenzione di ucciderlo. Robert Harmon, al suo esordio, realizza un thriller mozzafiato, decisamente violento, ma mai banale o prevedibile. Peccato che in seguito il regista si sia un po’ perso per strada. Una delle prove migliori di Rutger Hauer.
(andrea tagliacozzo)

Lettera d’amore

Per i fan di JJL (quorum nos) sorbirsi un tv-movie non è niente. Peccato solo che l’interprete di
eXistenZ
e di
Miami Blues
non trovi in genere parti migliori, e che fra un po’ la vedremo in
Dogma 4
. In procinto di sposarsi, Scotty (il figlio di George C. Scott, carriera finita nel nulla) trova in una vecchia scrivania una lettera d’amore di una disperata fanciulla dell’Ottocento e tramite un cassetto magico (sic) comincia a corrispondere con lei fino a innamorarsene. Ma come incontrarsi? Una fantasia romantica sull’amore che supera ogni barriera, che non c’entra col best-seller di Cathleen Shine. Ma i tempi non sono più quelli del romanticismo estremo e struggente di
Ritratto di Jennie
, e i registi non riescono più a farci credere a queste storie.
(alberto pezzotta)

Mister Hoola Hoop

Un ingenuo ragazzotto di campagna arriva nella Grande Mela e diventa pedina inconsapevole di un piano per rovinare una fiorente compagnia. La più stravagante creazione dei fratelli Coen: un’impressionante fantasia in stile anni Cinquanta sul business in escandescenza, con Robbins assolutamente perfetto nel ruolo dello stupido con gli occhi spalancati che, miracolosamente, arriva in alto. Newman è un’abile canaglia e la Leigh è divertente (anche se un po’ monocorde) nei panni di una reporter dalla parlantina veloce alla Kate Hepburn. Scritto da Ethan e Joel Coen con Sam Raimi. I Coen rivaleggiano con Fellini per quanto riguarda la selezione di volti inusuali che popolano i loro film.

Miami Blues

Junior Frenger non è solo un ladro e un assassino. È anche uno psicopatico. Appena arrivato a Miami, riduce in pessime condizioni un agente della omicidi, Hoke Moseley, al quale sottrae sia il distintivo che la pistola. Il criminale, che per compiere le proprie imprese si spaccia per poliziotto, si unisce a una ragazza infantile e sbandata. Il film, curioso e atipico, è prodotto da Jonathan Demme: la sua influenza si nota da come la storia riesce a passare con disinvoltura dal grottesco al noir. Ottime le caratterizzazioni dei personaggi. (andrea tagliacozzo)

Kansas City

Ritratto ricco di atmosfera, ma spento dal punto di vista drammatico, della Kansas City degli anni Trenta, un focolaio di racket, macchine della politica, e jazz, che gira intorno a Belafonte, capobanda locale, al giovane arrogante Mulroney, e a sua moglie, Leigh. Tanto sapore ma poca sostanza e una trama ridondante. Parte migliore: il jazz che è suonato quasi continuamente (spesso in diretta) da tutta una schiera di star tra cui Nicholas Payton, Joshua Redman, Mark Whitfield, Christian McBride, Cyrus Chestnut, e Ron Carter.

The Anniversary Party

Joe e Sally (Alan Cumming, Jennifer Jason Leigh) organizzano una festa in occasione del loro sesto anniversario di matrimonio, anche se pochi mesi prima sono stati separati. Vogliono mettere su famiglia, andare a vivere a Londra e hanno molti progetti di lavoro. Le ricorrenze per festeggiare ci sono tutte e così invitano gli amici più intimi per una serata di allegria. Joe è uno scrittore inglese di successo, che ha deciso di fare il regista. Sally è un’attrice già sul viale del tramonto. L’ambiente è quello di Beverly Hills, artisti, attori, registi, scrittori, e nell’arco di un’intera giornata, ventiquattrore, tutti si metteranno più o meno a nudo, tirando fuori i propri problemi. The Anniversary Party potrebbe definirsi un Grande freddo del terzo millennio e la presenza di Kevin Kline sembra quasi confermare questo link. Tragicomica, pungente, a volte scorretta, una commedia corale fresca e brillante, con un buon lavoro di scrittura alle spalle e girato senza tanti fronzoli, giusto con qualche concessione nel montaggio. Uno spaccato di vita hollywoodiana non così lontana dalla vita di chiunque, con amicizia e tradimenti, amori e gelosie. Il cast è ben assortito e tutti funzionano perfettamente nel proprio ruolo. Dedicato a chi rimanda decisioni importanti. (andrea amato)

Obiettivo mortale

Satira esplicita, bizzarra e disinibita sulla nostra società dominata dalla televisione, incentrata sulla connessione tra un famoso giornalista (Connery) e un gruppo di terroristi, e sui possibili legami di quest’ultimo con il governo americano. Una sceneggiatura approssimativa riesce a centrare pochi obiettivi, ma trae vantaggio dal ritmo mozzafiato della regia.

The Jacket

Jack Starks è un veterano della Prima Guerra del Golfo, sofferente di un’amnesia post-traumatica per una ferita subita nel conflitto. Accusato ingiustamente di omicidio, viene chiuso in una clinica psichiatrica in cui subisce una cura drastica e sperimentale: imbottito di droghe e infilato in un loculo, l’uomo comincia ad avere allucinazioni e a frequentare una dimensione spazio-temporale distorta, nella quale si muove tra passato e futuro ricostruendo ciò che è stato e cercando di evitare ciò che sarà: la propria morte che dovrebbe avvenire di lì a qualche giorno. Nel futuro conoscerà Jackie, ragazza bella e tormentata in cerca di un riscatto: le sorti dei due sono inestricabilmente connesse.

Di viaggi nel tempo al cinema se ne sono visti tanti e spesso non particolarmente riusciti. E altrettante tetre cliniche psichiatriche e innocenti ingiustamente condannati e storie d’amore fra grandi star. Ma questa è Hollywood. Piuttosto è meno frequente vedere tutti questi ingredienti miscelati nello stesso film. E vedere il naso tagliente ed espressivo di Adrien Brody campeggiare in una scena hollywoodiana al posto di quello più bello e gentile del solito Keanu Reeves o di un Brad Pitt qualsiasi.

The Jacket
rispecchia nel risultato la sua genesi produttiva: una telefonata dei super-produttori Soderbergh e Clooney all’indipendente John Maybury. L’opportunità ha solleticato il regista, pur consapevole di non avere completa libertà d’azione. Di Maybury (già autore dell’apprezzato
Love Is The Devil
) il film conserva comunque la decisa efficacia visiva: le atmosfere allucinate e i trip mentali di Jack inquietano. Il merito in realtà va spartito con Peter Deming, direttore della fotografia, già collaboratore di Lynch, e con la computer graphic.

La storia non risolve il nodo centrale: i viaggi nel tempo di Jack sono in qualche modo reali, oppure restano semplici fantasie? Ma Maybury non è interessato a dare risposte, né tanto meno a proporre speculazioni metafisiche: il regista non è un filosofo ma un buon narratore con un notevole gusto visivo. La mescolanza dei generi – il thriller, la fantascienza, la storia d’amore – produce un buon amalgama che salva il film dal rischio di essere bollato come l’ennesimo prodotto di genere, svolto secondo il consueto plot preconfezionato. Una certa originalità c’è, anche se non si nota molto. Corredano la pellicola le atmosfere livide e il dignitoso spessore dei personaggi.

Adrien Brody, dopo la grandiosa interpretazione de
Il pianista
di Polanski, ha ancora una volta la faccia giusta. Il suo volto è credibile almeno quanto la drammaticità della sua interpretazione. Maybury, proveniente da esperienza diverse da quelle del cinema istituzionale, lo ha voluto fortemente ed è stata una scelta che vale quasi il cinquanta per cento del film. A Hollywood dovrebbero fare qualche riflessione. Emblematica in questo senso è anche la scelta della co-protagonista, Keira Knightley, impegnata a essere più bella che brava. In realtà la giovane attrice, reduce prevalentemente da film di cassetta come
La maledizione della prima luna
, non sfigura nelle vesti della spinosa e fragile Jackie. Ma si spoglia giusto in tempo per il trailer e lascia dubbi sulle motivazioni della sua scelta (non a caso non era l’opzione preferita da Maybury). Attorno ai protagonisti ruotano volti ed espressioni sempre azzeccati, dal dottor Becker (Kris Kristofferson), alla dottoressa Lorenson (Jennifer Jason Leigh), agli altri comprimari.

La ditta Soderbergh – Clooney ha, insomma, sfornato un altro prodotto doc, con tutte le caratteristiche a posto per rientrare nel solco «buon coinvolgimento – rapida obsolescenza» che contraddistingue di solito le loro collaborazioni (vedi
Ocean’s Eleven
). La storia del cinema non la si fa in questo modo, ma due ore accattivanti (e un po’ di soldini) sì. Se vi trovate un pomeriggio di questi senza sapere cosa fare – e non frequentate abitualmente Kurosawa – investire qualche euro in The Jacket può non essere una cattiva idea.
(stefano plateo)

L’uomo senza sonno

L’operaio Bale ha dei grossi problemi: è un anno che non dorme, note misteriose appaiono sul suo frigo, conversa con un collega che apparentemente non esiste e perde peso molto rapidamente. Thriller psicologico avvincente inquietante e bizzarro ben costruito e girato. Se Kafka avesse scritto un film, avrebbe potuto essere questo. La sola presenza di Bale crea inquietudine: ha perso 30 chili per interpretare la parte, e si muove attraverso il film come uno scheletro che cammina.

eXistenZ

Una pellicola assurda, ambientata in un prossimo futuro: una creatrice di giochi virtuali si trova intrappolata in una delle sue stesse invenzioni con un uomo che dovrebbe proteggerla. A un certo punto, i due si chiedono come fare per uscire dal gioco, ma per lo spettatore è molto più semplice uscire dal film. Cronenberg è anche co-sceneggiatore di questa stupida macchinazione.